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Brescia – Approdo di memorie scritte nel sangue della sua storia, Desenzano del Garda è sfondo di un fatto cruento avvenuto nel luglio del 1931.

Il ricordo naturalmente non vale per resuscitare ormai sopiti riverberi di violenza, per altro rinnovatisi di quando in quando fino all’oggi da parte dell’uomo in spiacevoli cronache giudiziarie, ma piuttosto si presta ad un raffronto d’osservazione affacciato ai primi decenni del novecento, per constatare alcune vicende che hanno partecipato alla costruzione della microstoria di quella comunità locale che, anche attraverso la documentazione dell’epoca, vede dissiparsi la nebbia altrimenti incombente sul suo passato, come fa quella foschia lacustre che, in certi periodi, ammorba l’orizzonte e la visuale del Garda.

E’ nota la presenza dei russi sul lago più grande d’Italia, tanto più risaputa quanto più legata al loro non lontano ingresso tra le unità molteplici e variabili dei turisti e degli affaristi che di recente si sono aggiunti, a vario titolo ed in diversa permanenza, alla popolazione gardesana.

Ancor prima degli sviluppi relativamente recenti, diventa quindi curioso constatare che di russi se ne trovavano sul Garda anche nel 1931, quando, con la conclusione della prima guerra mondiale superata da oltre un decennio, e la costituzione dell’Unione Sovietica, strutturatasi in quello stesso periodo, qualcuno che di tali eventi ne portava diretta e congiunta ripercussione nella propria vita, lo si incontrava anche sulla sponda bresciana del lago, meta turistica sempre più sfruttata e confermata pure nel secolo dopo.

Una storia personale diveniva bandiera di alcuni aspetti di una storia epocale, somma di cronache internazionali ed individuali che facevano di Virgilio Popoff una scintilla fuoriuscita dagli avvenimenti più grandi di lui, per finire a spegnersi a Desenzano del Garda e consumarsi nella fine ultima d’una esistenza breve per mano di una donna.

Coppia mista, in questo tragico caso non composta da un italiano e da una straniera ma, al contrario, da un figlio della steppa russa con una “23enne avvenente e procace”, di professione gelataia a Desenzano, come la definiva l’autore dell’articolo apparso su “Il Popolo di Brescia” di venerdì 10 luglio 1931.

Dopo varie peregrinazioni, tra le quali, in ultime tappe, un hotel a Merano, l’albergo “Eden” di Sirmione, il giovane russo era giunto a Desenzano trovando occupazione all’hotel “Barchetta”, come portiere, fin dall’inizio del 1928.

Da quel tempo, nella sua permanenza aveva conosciuto la commessa Maria Salodini, addetta in “un negozio di frutta il quale però, al sopraggiungere della calda stagione si modifica in gelateria”. In merito all’intrecciarsi della relazione il quotidiano precisa: “dapprima ne sorse una cordiale amicizia che ben presto si cambiò in ardente amore e tanto percorsero insieme i due innamorati i giardini del dio alato che, dopo un certo tempo, sbocciò alla luce un angioletto di bimbo”.

altro hotel prende forma nella scena dei fatti raccontati dalla cronaca di quei giorni ed è l’ultimo ad essere citato come ultimo era pure il viaggio che, in quel mentre, Sua Altezza Emanuele Filiberto Vittorio Eugenio Genova Giuseppe Maria di Savoia, duca d’Aosta (1869 – 1931), stava compiendo da Torino, passando per la ferrovia della sede gardesana, essendo le sue spoglie mortali condotte, per sua disposta volontà, al sacrario di Redipuglia dove essere al fine tumulato.

E’ l’hotel “Desenzano”, presso la stazione ferroviaria dell’omonima località, dove Maria Salodini, verso le 21 di martedì 7 luglio 1931, individuava il trentacinquenne russo Virgilio Popoff “mentre stava sorbendo una bibita con alcuni amici” e lo invitava ad uscire, iniziando con lui una vivace discussione, investendolo “con un diluvio di parole furenti collera e gelosia”. Poi uno schiaffo da parte della donna e, nonostante l’uomo “tentasse di sottrarsi col consigliare alla irata giovane di rientrare in un più decorso comportamento” ed abbia dimostrato di avere “intenzione di spegnere il fuoco” ecco apparire un coltello “estratto rapidamente tra le pieghe della camicetta” con cui Maria Salodini gli infligge tre colpi, rispettivamente alla spalla sinistra, al petto ed alle reni.

Al primo colpo l’aggredito reagisce e manda a tappeto la donna che, per nulla dissuasa, si rialza e compie l’opera intera che portava a morte sicura il suo amante “il mattino appresso in vista dell’incantato lago di Garda”.

Con lui, oltre ad un figlio, c’era stato anche un tira e molla di progetti di nozze e di complicità altalenanti in pratiche estenuanti, rotte da incomprensioni e da diffidenze di fondo una volta raggiunte un livello di non ritorno. Un altro articolo, pubblicato su “Il Popolo di Brescia” di sabato 11 luglio 1931 spiegava gli antefatti nel suggerire al lettore: “…potè chiamarsi un uomo tutt’altro che felice. Frequentissimi litigi, screzi, scenate, punteggiavano tristemente il vincolo amoroso dei due al cui rasserenamento non giovò nemmeno la nascita del bimbo (ora un vispo e bel frugolo, al quale – non sappiamo da chi e con quanta opportunità è facile immaginare è stato insegnato a rispondere che papà morto e mamma portata via e mentre lo accarezzi ti addenta dolcemente la mano)”.

Come frequentemente accade, voci discordanti analizzavano le responsabilità e le concause dei personaggi travolti da loro stessi nella vicenda che avrebbe rovesciato irreversibilmente il transito dei giorni affannosi in corsa nella storia della loro fatale e letale relazione. C’era chi dipingeva il russo, “giovane di bel portamento”, “ben conosciuto da tutti e anche ben voluto” che, per di più, “aveva combattuto sotto le insegne imperiali al tempo dello Zar nella guerra mondiale, fino a che cadde prigioniero dei tedeschi. Nel 1918 riuscito ad ottenere la liberazione dopo l’armistizio, non potè più rivedere la sua patria. Il bolscevismo aveva annientato la sua famiglia, che vantava prosapia gentilizia e distrutti e confiscati i suoi beni”.

La madre della Salodini che a Desenzano “in piazza Umberto, prospiciente il porto, proprio ai piedi del monumento di Sant’Angela Merici” trovava abituale posto all’attività di commercio ambulante di frutta e di gelati, metteva invece in risalto il fatto che lo stesso personaggio “non si decideva mai a sposarla, sempre con quella storia delle carte che non arrivavano mai”.

Già, le “carte”: allora, come oggi, per sposarsi serviva la necessaria documentazione che, in quel caso, da “cronaca rosa” divenuta purtroppo “cronaca nera”, pare non si rendesse possibile dalla Russia, riducendosi ad un niente di fatto in termini di risposte ed in un uguale assenza della disponibilità dei dovuti certificati, come dello stato civile e di nascita.

A tutto questo si era aggiunta la rivelazione, attraverso una lettura più attenta del passaporto del russo dell’identità ivi descritta, negli estremi non di Virgilio Popoff, ma di Wassilj Morkneff che l’interessato si era prodigato a spiegare giustificando la discrepanza in quanto, per il nome si trattava della traduzione e trascrizione italiana, mentre per il cognome, aveva preferito usare quello avuto dal secondo matrimonio di sua madre e “quindi del suo patrigno, secondo l’usanza cosacca”.

Caratteristica dell’epoca appare, sull’irto piano dell’ondeggiante situazione in divenire, anche l’Opera Nazionale Maternità Infanzia, istituita dal Fascismo per quanto nella sua stessa denominazione si prefiggeva di tutelare e di promuovere. A tale istituzione, nelle fitte e tese ispirazioni di sofferte intuizioni, la Salodini si era rivolta perchè lamentava “di essere stata tradita nell’onore e nell’amore da Morkneff e che il suo bambino era stato denunciato dal padre naturale con falso nome”.

Ne erano seguiti allora i provvedimenti dell’ente sollecitato ad intervenire e la cosa finisce in un coinvolgimento della Regia Prefettura che spiccava un mandato di cattura contro il russo. Otto mesi prima circa prima dell’omicidio che, nell’estate del 1931 avrebbe definito secondo un modo proprio la questione, si era svolto un dibattimento nel Tribunale competente dove però il Morkneff veniva assolto dalle accuse rivoltegli per insufficienza di prove, avvallando di fatto quanto accampato a sua difesa dall’imputato “nell’argomentazione forse vera, forse menzognera, bene intonata a quel misterioso ambiente che è la Russia”.

Avanzando di alcuni lustri, fino al 1967, come vincitore dello Zecchino d’Oro, un bambino avrebbe cantato: “Nella steppa sconfinata / a 40 sotto zero / se ne infischiano del gelo / i cosacchi dello Zar!…..Ma Popoff/ sbuffa sbuffa e dopo un po’/ gli si affonda lo stivale nella neve e resta lì”, dando curiosa e spensierata notorietà canora allo stesso cognome del fatto accaduto sul basso Garda bresciano, nell’espressione di quel medesimo appellativo che, secondo il canto dell’allora bambino Valter Brugiolo, cadenzava in piacevoli note tutt’altra storia e ben diverso finale, con cui si sarebbe preferita ridente e pari coincidenza conclusiva, anche per la tormentata trama di Desenzano: “Ma Popoff, così tondo che farà/ rotolando nella neve/ fino al fiume arriverà!”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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