Lascio andare lentamente il palo liscio della metropolitana, le sue porte si aprono di scatto davanti a me e salto giù. Percorro, trascinata dalla massa, la galleria sotterranea di Westminster, una delle stazioni più profonde di Londra, mi trovo negli inferi di questa grande città, diretta, quasi paradossalmente, in uno dei luoghi di culto più importanti della Gran Bretagna: l’abbazia di Westminster, impregnata di spiritualità, ma pur sempre in bilico, secolare funambolo, sulla corda sottile dello scisma.

Accolgono i pellegrini sulle facciate e sui portoni ad arco acuto, statue di martiri cristiani, ma la religione di cui essa è simbolo ed emblema è quella anglicana. Qui potere sacro e profano si sono mischiati per anni e tutt’ora ivi si fondono: essa è stata scenario di incoronazioni, funerali di stato, palcoscenico di matrimoni reali e, non da ultimo, è anche la perpetua custode di innumerevoli tombe, da Newton a Elisabetta Prima, da Dickens a Kipling, passando per Darwin, tutti riposano eternamente protetti dai maestosi contrafforti tipicamente gotici dell’abbazia , sempre al centro della vita religiosa e temporale inglese.

Attraverso strade a cui ormai posso dare del tu, in un ascetico silenzio, mi preparo all’incontro con la Glaciale Signora. Ci sono quasi, uno ad uno faccio scorrere la mano sinistra sulla ringhiera in ferro scuro che le fa da scudo, essa è ruvida, piena di segni e rigacce, alcuni superficiali, altri più profondi e irregolari, come le rughe su un volto che ne ha viste tante e vissuta qualcuna in più (anche un terribile incendio). Westminster, infatti, risale ai primi decenni dell’undicesimo secolo, ma fu ricostruita dopo uno degli incendi che in più occasioni colpirono improvvisamente la città, e forse questa fu proprio una fortuna, perché lo stile gotico che oggi la caratterizza è, per me, ciò che rende Westminster così misteriosamente seducente, proprio come una donna matura, ma che non ha perso, negli anni, tutto il suo fascino!

Entro dal portone settentrionale, un ragazzino mi spinge e mi sorreggo appoggiandomi all’imponente porta lignea, attraverso quel contatto, attraverso il ruvido legno freddo, sento tutta la forza del materiale di cui è fatto, proiezione tattile della potenza spirituale contenuta in questo maestoso scrigno.

Mi mantengo per un po’ all’interno dalla navata laterale, sfioro il gelido monumento marmoreo dedicato a Jane Austen, così austero e gelido che ritraggo la mano velocemente.
Mi siedo, in un istante di raccoglimento, su una panca, in un angolo poco illuminato, da qui posso distinguere i monumenti commemorativi di Shakespeare e Wilde, con le braccia lungo i fianchi, afferro il sedile di legno, tenendo le mani vicino alle ginocchia e stringo.

Come una vibrazione impercettibile, da quel vecchio banco, irregolare e tarlato, la Glaciale Signora, sembra narrarmi le sue peripezie, segnata non solo all’esterno dalle rughe riportate sulla ringhiera, ma anche all’ interno, nel cuore, da più profonde ferite, essa sembra mostrarmi eventi antichi e nuovi, tradimenti e rivalse di una storia colma di avvenimenti, come quella inglese.

Affaticata come da una corsa nel tempo, mi alzo e mi dirigo verso un candeliere, faccio la mia offerta e cerco un po’ di calore sul viso e per i pensieri, guardando le fiammelle danzanti delle candele. Ormai in estinzione, le candele di cera stanno venendo tutte sostituite da più sicuri dispositivi elettrici, meno autentici, ma sicuramente meno portati a prender fuoco facilmente.
Accanto all’uscita dell’abbazia, un piccolo chioschetto stile liberty offre invitanti bevande calde per un paio di sterline, senza pensarci troppo, mi avvicino cercando il rimedio migliore ai brividi che mi scorrono lungo la schiena, un delizioso tè, o un lungo, acquoso caffè inglese?

La mia dipendenza dalla caffeina vince, e inizio a camminare verso Buckingam Palace, stringendo fra le mani il mio bicchierone di carta bollente. Lo avvolgo a pieno palmo, cercando di appoggiarvi più pelle possibile. Le mani scottano, ma almeno da esse il calore si espande un po’, dandomi un’effimera sensazione di calore. Lo sorseggio combattuta fra piccoli sorsi regolari, (per far durare più a lungo il benessere che traggo dalla mia fonte di calore take away) o grandi sorsate, che all’inizio bruciano la gola, ma poi rilasciano il calore pian piano, dalle labbra alla pancia. Un conforto molle e passeggero, contro il vento che con lama sottile mi taglia il viso.