Acqualunga (Borgo San Giacomo – Brescia) – Mollemente adagiata sul dolce declivio fluviale, Acqualunga si crogiola beata al sole, dimentica di tante vicende consumatesi nei meandri della sua storia millenaria che la lega indissolubilmente all’Oglio. Il corso d’acqua che ha plasmato in ere geologiche la pianura, più che temuto è sempre stato visto dagli abitanti del piccolo borgo come dispensatore di molteplici opportunità di lavoro e di sostentamento, un amico generoso per chi non lesinava fatica e sudore.

Addirittura nei secoli addietro alcuni abitanti intrvvidero nelle sabbie chiare e luccicanti dei suoi greti una occasione di arricchimento. Quei minuscoli bagliori che i raggi solari facevano riverberare dalle finissime rene, non v’era dubbio, rivelavano la presenza dell’oro. La febbre salì e, almeno nel Settecento, si scatenò una piccola corsa al metallo giallo contenuto nelle dune alluvionali depositate col tempo dal fiume nel grembo delle sue anse sinuose.

A rendercene testimonianza è Giambattista Brocchi nel suo “Trattato mineralogico e chimico sulle miniere del ferro… del Dipartimento del Mella”, dato alle stampe nel 1807, che in merito ci consegna questa memoria: “Alcuni contadini di Acqualunga, villaggio posto sulle rive dell’Oglio, si erano avvisati ne’ tempi trascorsi di mettere a profitto questa sorta di ricchezza. Il metodo di cui si valevano per separare dalle particelle pietrose i grani d’oro era semplicissimo, e simile a quello adottato dai paesani di Gez sul Rodano, e dagli abitanti della Contea di Schwartzburg sparsi nelle vicinanze del fiume Sala.

Esso consisteva nel fare scorrere il materiale aurifero, stemperato nell’acqua, sopra una tavola inclinata, su cui erano praticati di spazio in ispazio alcuni tagli obbliqui nel senso della sua larghezza. Le pagliette fermavansi in queste scannellature, mentre l’acqua trasportava le parti meno pesanti. L’oro rimaneva ancora mescolato con molta sabbia, e si otteneva puro mediante l’amalgamazione col mercurio, che compiva l’operazione. Alcuni, invece di tavole, servivansi di velli di agnello, dirigendosi in tutto il resto col medesimo meccanismo. Questo ramo d’industria è presentemente affatto negletto”.

Il fatto che all’inizio dell’Ottocento questo tipo di attività fosse del tutto cessato, testimonia della scarsa fortuna arrisa agli intraprendenti cercatori. Il miraggio della ricchezza inseguito a forza di braccia era malinconicamente svanito ed i disillusi acqualunghesi tornarono alle consuete occupazioni della terra. Del resto sono stati pochissimi i cercatori d’oro che nella seconda metà del XIX secolo invasero le sponde del fiume Sacramento in California e quelle di altri fiumi del Far West americano, spingendosi fino alla remota Alaska, a fare fortuna.

Neppure con le quotazioni astronomiche raggiunte con la crisi planetaria attuale, che confermano l’oro nel ruolo storico di bene rifugio, sarebbero probabilmente riusciti ad agguantarla.
Non fece sicuramente fortuna Luigi Rapellini che in quel periodo lasciò Villachiara per raggiungere le coste americane del Pacifico, dove sarà testimone del catastrofico terremoto di San Francisco del 1906. Spirito libero e avventuroso, il Rapellini partecipò probabilmente alla corsa all’oro spostandosi frequentemente da un luogo all’altro nell’immenso e selvaggio continente nuovo, trovando finalmente pace in qualche posto rimasto sconosciuto ai famigliari cui ogni tanto spediva delle lettere.

L’oro è un metallo assai diffuso in natura, anche se in pochi casi la sua estrazione risulta economicamente vantaggiosa e le sabbie dell’Oglio ne custodivano senz’altro una certa quantità. Scrivo al passato in quanto, dopo le massicce escavazioni di ghiaia effettuate tra il 1960 ed il 1975 da Barco ad Acqualunga e l’innalzamento di poderose arginature in pietra che inibiscono l’erosione delle sponde, la sabbia in questo tratto è completamente sparita lasciando brulle distese sassose infestate in estate da una congerie di erbe selvatiche.

Nonostante la delusione dei cercatori di Acqualunga la fama delle sabbie aurifere della zona sopravvisse ancora a lungo. In occasione dell’Esposizione Agraria Bresciana del 1864, infatti, uno degli organizzatori, il conte Alessandro Bettoni, oltre ad animali ed attrezzi rurali, chiedeva al conte Luigi Martinengo Villagana di presentare “un po’ d’oro ricavato nel letto dell’Oglio, anche in tenuissima quantità, accompagnato da due o tre chilogrammi di quella sabbia”.