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E’ iniziato il Losar e quindi siamo nell’anno 2144 o meglio nell’anno del “Gallo”. Non dalle nostre parti, ma nel lontano paese delle nevi: il Tibet. Inizieranno  attorno al 27 febbraio nella terra delle nevi eterne  i festeggiamenti per il nuovo anno: il Losar ( Lo che indica l’anno o era e sar che sta per nuovo) ossia i festeggiamenti per il capodanno tibetano. E’ la festa più importante dell’anno alle falde dell’Himalaya, carica di tradizioni e antiche leggende tramandate da tempi remoti, trasmigrate secoli più tardi nella religione Buddista.

Sono giorni di grandi festeggiamenti in cui si alternano i momenti solenni delle celebrazioni nei monasteri e altri goliardici in cui ogni comunità sfodera antiche tradizioni culinarie. Simpatica è quella del guthuk, un impasto composto da diversi ingredienti secchi compresi i formaggi e vari cereali che formano delle palline in cui vengono nascosti altri in gradienti: peperoncino, lana, riso, sale e carbone.

Le persone che se ne cibano trovano all’interno delle palline di guthuk una sorta di commento sul loro carattere, ad esempio se il colore degli ingredienti è bianco come lana, sale o riso ciò significa buon carattere e una buona sorte, se trova il peperoncino significa che è una persona chiacchierona e se si nasconde il carbone annuncia un presagio e un carattere dal cuore nero.Also, dough balls are given out with various ingredients hidden in them such as chilies, salt, wool, rice and coal.

Della quindicina dei giorni di festa tre sono i più importanti: il Gutor il giorno in cui si allontana la negatività dell’anno passato, si scacciano gli spiriti cattivi e si purifica la casa, un po’ come facciamo noi il 31 dicembre quando buttiamo le cose vecchie e bruciamo il calendario dell’anno prima. Il giorno seguente, il giorno in cui si pulisce bene la casa e poi il terzo: l’anno nuovo, o Losar.

Ma la festa del nuovo anno ha origini ben più antiche del buddismo, è probabilmente legata alle cerimonia invernali dove la gente lasciava offerte e incensi agli spiriti ed alle divinità protettrici locali, in modo da ottenere il loro favore. Solo successivamente questo festival religioso si evolse in una festività buddhista annuale. Si dice che la festa sia nata quando una vecchia donne di nome Belma introdusse il conteggio del tempo basato sulle fasi lunari Il Losar rimane ancora oggi ancorato alle credenze popolari, al bisogno di speranza in una buona annata di raccolto da cui dipende la vita delle comunità, molto povere, delle vallate dell’Himalaya. D’altra parte in ogni angolo del pianeta i riti propiziatori dell’inverno erano rivolti alla speranza di una buona annata.

Anche dalle nostre parti le ricorrenze come il carnevale, il giovedì grasso, i giorni della merla o fuochi rituali che ai giorni nostri si sono tramutate in goliardiche ricorrenze, erano all’origine un modo pagano per esorcizzare l’inverno e propiziarsi la buona sorte di un buon raccolto.

L’anno tibetano ha 360 giorni, suddivisi in 12 mesi di 30 giorni ciascuno. La luna nuova segna sempre l’inizio di un mese, mentre la luna piena segna sempre il 15mo giorno del mese. Per bilanciare i 354 giorni del ciclo lumare con i 360 giorni del calendario, è previsto un sistema complesso di giorni mancanti (tsi chad-pa) e di giorni ripetuti (tsi lhag-pa).

Secondo l’astrologia tibetana è l’inizio energetico dell’anno ed è molto importante fare preghiere e cerimonie varie perché l’anno che verrà sia propizio. Per la ricorrenza, i cui festeggiamenti si protraggono per una quindicina di giorni, i tibetani si recano in visita a parenti e amici, tirano a lucido le loro abitazioni, cucinano cibi particolari e vanno in pellegrinaggio a templi e monasteri offrendo al Buddha incenso, lampade di burro e i tradizionali khapsey”, leggeri biscotti ritenuti di buon auspicio.

Nel corso delle feste di capo d’anno, nel Tibet, vengono appese bandiere nuove destinate ad aiutare tutte le creature, rimuovere ostacoli, garantire una lunga vita e ottenere buona fortuna.

Il popolo tibetano ha vissuto per millenni sul grande altipiano che si innalza a 4000 metri di quota, circondato da vette che bucano le nuvole, chiuso nella sua pacifica filosofia della non-violenza, vivendo in armonia con la natura, in pace.

La recente storia tibetana è testimone viva della violenza subita da un intero popolo dopo l’invasione cinese nel 1959 e la fuga del Dalai Lama. Nel grido del popolo tibetano si cela quell’anelito di libertà proprio di ogni essere umano. La Terra del Tibet è fatta di immensi paesaggi e il cuore d’un popolo di pace, di affascinati tradizioni, di grande cultura nata all’ombra delle montagne più alte del mondo. Buon anno Tibet.

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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