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di Luciana Piovani

Bassa bresciana – Manca ormai pochissimo all’emozionante esperienza della ChottMarathon – corsa podistica che rientra nel trial running adventure – alla quale parteciperò dal 30 settembre al 3 ottobre nel Chott El jerid, un lago salato prosciugato, nel sud della Tunisia al confine con l’Algeria, tra le Oasi di Nefta e Tozeur.

Il deserto ha lasciato in me forti sensazioni e una passione, un desiderio che mi porta a raccogliere la sfida di un ambiente così aspro e incontaminato, pur non essendo un’atleta d’elite. Sono comunque l’unico atleta e donna bresciana che vi partecipa e ciò mi carica di una certa responsabilità.

L’emozione e l’agitazione per gli ultimi preparativi sono alle stelle! Come sempre il tempo mi è sfuggito. L’evento che mi sembrava così lontano ormai è imminente, provocandomi crisi di panico. Cerco di ironizzare su tutto, dall’equipaggiamento, all’abbigliamento, alla mia forma fisica e preparazione.

Fino ad oggi, dopo simulazioni durante gli allenamenti, non avevo ancora ben definito il mio equipaggiamento. Mi sono resa conto che alla partenza sembro un kamikaze pronto per fare una strage: per via del cinturone! Avevo scelto una voluminosa cintura con tutto il necessario per il mio benessere, compreso il kit di sopravvivenza che consiste in: fischietto per i soccorsi, copertina termica, torcia con 140 ore di autonomia, integratori vari e due borracce di liquidi; alla fine mi ritrovo con due kg di zavorra che fanno aumentare la fatica, con conseguente rallentamento.

In questo ultimo periodo ha prevalso la preoccupazione del “peso percepito” dopo soli 5 km; in un ambiente ostile come il deserto dopo una decina di km i due kg diventano venti. Nell’elenco ho dimenticato di mettere il telefono e una macchina fotografica (altro peso)! Così oggi ho optato per una cintura “meno kamikaze”di peso inferiore e più stabile. Poi speriamo bene perché la temperatura sarà molto alta. Non ho avuto l’ardire di acquistare un Kamelback perché mi sembra un equipaggiamento esclusivo da ultramaratoneta d’elite ed io non me lo merito (e poi il mio aspetto di kamikaze si trasformerebbe in quello di una tartaruga ninja!).

Domani sceglierò con cura gli indumenti tecnici, è un rito che richiede molta attenzione: una cucitura non fatta bene può provocare vesciche ed abrasioni che non perdonano! Perciò solo completo e scarpe collaudate. Indosserò ancora il mio completino da running azzurro Italia che ho utilizzato nel Deserto del Sinai.

Benchè ne abbia altri e la vanità femminile non manchi, quello mi ha portato fortuna (nel senso che sono sopravvissuta). Ultimamente alle varie start line mi guardo attorno e mi sembra che le altre donne siano tutte più atletiche, giovani, magre, scattanti, grintose e veloci di me! Indossano canottiere superaderenti, minuscoli calzoncini dai quali escono gambe che non hanno niente a che vedere con quelle di una MF45 come me! Persino le loro pettinature sono aerodinamiche!

Una settimana fa aveva prevalso lo sconforto, perché, nonostante avessi “svolto i compiti” assegnatimi dal mio allenatore, la stanchezza fisica accumulata in quest’ultimo periodo, mi impediva di provare soddisfazione per il lavoro svolto e di vederne i risultati. Mi sono imposta di riposare, di risparmiare energie, di rilassarmi e di avere solo pensieri positivi.

Domenica scorsa mi sono autotestata durante una 10 km collinare abbastanza impegnativa; alla partenza mi sono affiancata nelle retrovie a runners che sembravano più umani e meno bionici dei top runners e mi sono accorta che non solo riuscivo a tenere il passo, ma che piano piano, in modo costante, riuscivo a raggiungere vari puntini colorati, per scoprire che non erano un miraggio, ma runners, anche più giovani. Alla fin ho concluso che stavo raccogliendo i frutti dei sacrifici fatti.


Anche nel deserto dovrò fare così tenendo
sempre presente però che non si possono fare i conti prima e che non vi è nulla di sicuro. E’ inutile fare dei conteggi sul tempo impiegato, perché il deserto infrange tutte le regole.

Non mi preoccupo invece di perdere la pista: ho guardato così tante volte i filmati dell’edizione precedente, studiato attentamente le fotografie, immaginando di trovarmi là, che quasi mi sembra di conoscerla da sempre. Poi la tecnologia e l’elettronica mi daranno una mano: avrò sempre con me il mio prezioso navigatore satellitare e cardiofrequenzimetro che ha molte funzioni e mi dà informazioni sul mio stato di salute, sul percorso, distanza , velocità ( non so cosa non sappia fare!).

A proposito del mio allenatore! Ho dimenticato di dire chi è: è il dottor Huber Rossi che presso il Marathon Center di Brescia del dottor Rosa allena gli atleti keniani più forti del mondo. Scrivono su famose riviste sportive e di medicina. Io prendo in giro entrambi dicendo loro che un buon allenatore e medico sportivo non è colui che fa correre i keniani, ma quello che è riuscito e riesce a far correre me!

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