Brescia – Il tratto nobile pare emergere dalle parole del figlio Raffaele Spiazzi, relativamente alla natura di un “buon pedagogo, verso se stesso in primis e verso gli altri, figli compresi, per insegnare a tutti, o almeno a chi aveva occhi e orecchie per intendere, a saper usare quei sensi attraverso cui ci formiamo impressioni e giudizi di fronte ad un’opera d’arte, a saper aprire gli occhi in modo più consapevole e informato, per riuscire, infine, a entrare in contatto con l’opera d’arte. Sensazioni come spunti da trasformare in senso e coscienza e, infine, in conoscenza e cultura. Per l’arte e non solo per l’arte”.

Il padre, Luciano, aveva rispettivamente scritto su uno sterminato numero di artisti e su una serie di autorevoli esponenti dell’arte del fare, applicata, in una personale formula suggestiva, nell’interazione con un corrispondente settore esperienziale, ma a rappresentarlo, sulla copertina della pubblicazione monografica di circa duecentotrenta pagine che la “Fondazione Martino Dolci” di Brescia gli ha dedicato in una formula esclusiva, è la riproduzione visiva del ritratto, a suo tempo, assicuratogli dal pittore Gabriele Saleri (1927-2014), in una efficace soluzione espressiva.

Protagonista del diciottesimo volume, realizzato nel solco di una interessante serie editoriale da parte di questa realtà d’aggregazione bresciana, ispirata a perpetuare la memoria dell’artista Martino Dolci (1912–1994) ed a promuovere l’esperienza artistica in una plurale ed in un’eclettica proposta contenutistica, è il giornalista e critico d’arte Luciano Spiazzi (1930–1988) di Brescia a cui il medesimo sodalizio ha pure dedicato una mostra allestita in corrispondenza dell’uscita in stampa della specifica pubblicazione che ne attesta i particolari nella sua perdurante forma tipografica ed illustrata.

Luciano Spiazzi
Luciano Spiazzi

A ricordarlo, nel corso della presentazione del volume stesso, è stato, fra gli altri, Alessandro Bettini, figlio del fotografo Franco, amico di Luciano Spiazzi, attraverso la proiezione, nella sede dell’esposizione stessa, di una “raccolta antologica delle più belle diapositive” che quest’appassionato autore aveva idealmente consacrato all’amicizia che lo legava allo stimato personaggio di cui l’antica Pieve di Urago Mella ne ha, in questo caso, ospitato la manifestazione alla memoria, coincidente con le giornate che il 2016 ha coniugato nelle settimane centrali al calendario di gennaio, secondo un’apprezzata iniziativa, attuata in suo omaggio, con il concorso dei famigliari, in una intelligente prospettiva ricognitiva, pure funzionale a dare ancora visibile riscontro alle numerose esperienze compositive riferite nelle stesse considerazioni con le quali sono state, da quest’acuto osservatore, attestate nel tempo.

A tal proposito scrive, fra l’altro, il pittore Eugenio Busi, referente della “Fondazione Martino Dolci” ad esordio della pubblicazione realizzata, grazie ad un insieme di sostenitori, per la cura di Marcello Zane, con il coordinamento di Ermes Pasini e su progetto grafico ed impaginazione di Andrea Busi: “(…) Nessuno più di lui ha vissuto l’arte bresciana, passando da uno studio all’altro quotidianamente per presentare su depliants, libri, riviste e quotidiani, i pittori e gli scultori ai quali, a prescindere dal valore individuale, dedicava amorevolmente il suo sapere ed il suo tempo. In questo libro troveremo quindi tutti gli artisti dei quali Luciano Spiazzi ha scritto. Naturalmente non ci saranno proprio tutti, perché sarebbe stata operazione quasi impossibile, ma tutti quelli che la Fondazione Dolci ha individuato”.

Fra questi, assommanti complessivamente a poco meno di seicento artisti, hanno un ruolo significativo sia esponenti della pittura che della scultura, come pure chi si è fatto interprete dell’arte visiva connessa ad un altro genere di sensibilità compositiva, come nel caso di Franco Bettini, per la fotografia, che, grazie alla collaborazione dell’associazione “Amici della Pieve” preposta alla gestione degli spazi espositivi del vetusto ambiente individuato per la mostra, hanno avuto anche una rispettiva installazione di un’opera ciascuno, pure contraddistinta dalla correlata proposta della contestuale critica, a suo tempo, redatta da Luciano Spiazzi, ed allestita su appositi pannelli nel particolareggiato percorso dell’esposizione dove, non riuscendo a contenerli tutti, si è provveduto a fare una scelta di rappresentazione.

Mostra Luciano Spiazzi
Mostra Luciano Spiazzi

Fra i numerosi artisti in vita, da lui recensiti, il pittore, d’origine camuna, Giulio Mottinelli, rappresentato nel libro con il dipinto dal titolo “L’acqua di Casadella”, a proposito del quale aveva pure scritto: “Ama viaggiare, ha visitato tutti i musei d’Europa, i laghi del Settentrione li ha ripresi tutti in quelle sue composizioni ad incastri, dove una lavandaia è chiusa nel suo spazio angusto e il paesaggio livido è lontano. Poi l’artista ha sentito il bisogno di cacciarsi più a fondo nel tema, là dove si rischiano verità anche sgradite. Mottinelli non ha abbandonato i verdi campi disegnati a filari di viti, i profili di campanili lontani (aghi sulle linee dell’orizzonte ad iniettare nostalgie), le casette dai muri che si sbriciolano, mitiche ormai a confronto dei mostruosi angosciati alveari della nuova natura, tutta opera della tecnica, ma dentro il suo paesaggio l’aria diventa più greve e guizzano lampi maligni. Esasperati gli accordi dei violetti, più accesi bruni rossi, il primo piano incombe ora intricato di foglie e fiori aguzzi, strani, come lenta trasformazione verso forme generate dall’uomo, sfilate, geometriche, punte micidiali, una flora che non dà spazio al riposo, la possibilità di cacciarsi all’ombra sotto un cappello di verde per sentirsi vivere (…)”.

Fra gli artisti, invece, ormai defunti, si distingue il pittore Paolo Bignotti (1918–1978) di Travagliato che è stato osservato da Luciano Spiazzi anche in relazione a quanto ispiratogli dal dipinto denominato “Il figlio Oscar con la pipa”, ora pure riprodotto nel libro, : “(…) Il volto sembra ritrarsi, lo sguardo diviene due piccole macchie scure, il berretto appare sempre più grande, Eppure sarebbe un errore credere, negli autoritratti, prevalente il diario personale. Bignotti tende sempre alla pittura, anche laddove affiora l’angoscia. E’ la sua forza, la convinzione nell’arte sino all’ultimo. Le pennellate segnano la magrezza della fronte e degli zigomi con un vigore inusitato, recuperando la decisa baldanza delle grafiche nelle quali si è spesso cimentato alla ricerca di una costruzione incisiva e insieme plasticamente efficace nel segno (…)”.

Nella complessità dei molteplici carismi espressivi diffusamente catturati dall’attenzione di questo critico d’arte, “oltre che uomo di scuola – laureato in letterature straniere, preside a S. Zeno, Ghedi e Gussago”, scaturisce un ricco compendio di personali soluzioni, per esternare artisticamente un’ampia varietà di spontanee e di significative ispirazioni, nelle modalità che tratteggiano il percorso artistico del Novecento bresciano, attraverso le minuziose recensioni dedicate a quel variegato settore che è connesso alla ricchezza dello scibile umano, come, fra l’altro, scrive il consigliere regionale Fabio Rolfi, nei contributi introduttivi del libro, intitolato “Mezzo secolo d’arte bresciana nella penna di Luciano Spiazzi”, precisando che “(…) Riflettere su chi ha dedicato la propria esistenza all’arte in maniera differente, commentandola, magari anche criticandola, ma sempre con il fine ultimo di renderla accessibile al grande pubblico. Un critico d’arte svolge proprio questo delicato compito, spesso nell’ombra e lontano dai riflettori che nella maggior parte dei casi sono puntati sull’artista e sulle sue creazioni. Luciano Spiazzi, nella sua lunga e prolifica carriera, ha svolto con passione e abnegazione questo compito, affiancandolo all’altrettanto amato lavoro di docente, dedicando il suo tempo e la sua penna all’arte, con particolare occhio per quella del nostro territorio, dando l’opportunità a migliaia di lettori bresciani (e non) di poter usufruire di una finestra su un mondo non sempre incline al grande pubblico, da alcuni considerato addirittura elitario. (…)”.