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Manerbio (Brescia) – Un appuntamento dedicato ad un argomento tratto dal proprio interessante repertorio. La sezione di “Manerbio – Bassa Bresciana” dell’Ucid – Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti, ha rinverdito alcuni fondamentali elementi costitutivi della propria ispirazione, affidandone la trattazione a mons. Giacomo Canobbio, delegato vescovile per la Pastorale della Cultura e Direttore dell’Accademia Cattolica di Brescia, in un incontro pubblico dedicato al tema “Etica, Lavoro, Economia”.

L’opportunità di riflessione, circostanziata a Manerbio, nell’avvicendarsi di maggio tra le iniziative in programma per il 2018, ha valorizzato il significativo insieme di alcuni fra i maggiori principi identitari di questo sodalizio, ispirato alla visione di un’imprenditoria attenta, per naturale riferimento elettivo, alla dottrina sociale della Chiesa.

Ideali, strettamente correlati al ruolo di responsabilità della figura dell’imprenditore nella società, come mandato di servizio e di testimonianza personale, nella messa frutto dei propri talenti, che il vicepresidente della Camera di Commercio di Dubai, Silvano Martinotti, ha, fra l’altro, presentato come aspetti pure potenzialmente ascrivibili al carisma interpretato da San Josèmaria Escrivà (1902-1975) nell’ottica della santificazione del lavoro, intesa, questa, come via fattibile per un contestuale cammino individuale e comunitario nella fede professata, attraverso la sequela del Vangelo.

Intervenuto nel corso dell’iniziativa, il vicepresidente Silvano Martinotti ha istituzionalmente portato i saluti della Camera di Commercio di Dubai, motivando la propria presenza nel territorio bresciano per la collaborazione in atto, negli Emirati Arabi, di alcuni investitori locali.

Una peculiarità, nel diversificato assetto delle referenze rappresentative di altre realtà imprenditoriali, contestualmente condivisa da una serie di interventi proposti a margine della disamina sviluppata da mons. Giacomo Canobbio, nella focalizzazione di una “riflessione etica sul tema del lavoro”, tradotta in un’iniziativa moderata da Giuseppe Pozzi, presidente della sezione stessa dell’Ucid “Manerbio – Bassa Bresciana”.

Giuseppe Pozzi e mons. Giacomo Canobbio

Da questo dichiarato spunto d’indagine, ne è disceso l’interrogativo: “Qual è il compito di un manager che si ritiene cristiano?”. La risposta, argomentata a riscontro di tale punto di domanda, si è tradotta nell’invito agli esponenti cristiani del settore manageriale di considerare il “compito del manager nello scoprire il valore sociale della propria vocazione, perchè la società diventi maggiormente giusta”.

Enunciato in cui emergono, fra l’altro, gli elementi connaturati ad una responsabilità personale, sulla base di un’autentica vocazione professionale, e pure riferibili all’interpretazione collettiva del concetto valoriale di quel significato di giustizia che si modula nelle sue correlate accezioni di collante della società, in aderenza, cioè, ad uno stesso alto orizzonte ideale.

La giustizia corrisponde all’etica. Lecito è stato, in questa sede, anche il chiedersi se, nella dinamica imprenditoriale, possa avere spazio un criterio di carattere etico e non la sola ricerca del profitto materiale. La risposta affermativa si ritrova nella natura costitutiva di una certa visione d’impresa, legata a quel compito da svolgere per cui, la percezione delle diversità dei vari attori economici, è considerata come consapevolezza verso una rispettiva originalità e come percezione di una vocazione derivata da una altrettanto sentita assunzione di responsabilità.

In pratica, tale risposta è implicita a quella visione ideale per la quale si è coscienti che il “lavoro è realizzazione di una vocazione”, anche come rivelazione di un’autentica specificità che si specchia nel rispetto rivolto alla scelta vocazionale di un altro degno portatore d’opera, sia esso professionista o semplice addetto generico, nella mansione lavorativa che gli è propria.

A qualsiasi livello si ponga e nei più disparati ruoli interpretati, l’imprenditore è sollecitato a “aiutare a fare maturare le persone in modo consapevole e responsabile, riuscendo a far loro capire che il lavoro da esse svolto è importante, dimostrando, effettivamente, di considerarle persone e non cose”.

Se, “la giustizia perfetta arriva al di là della storia”, ognuno è comunque sollecitato a cercare di perseguirla, “qui e ora”, con tutti i mezzi a disposizione, nell’assecondare l’etica cristiana e concorrendo a realizzare una società dove non prevalga, invece, l’impostazione di “homo homini lupus”, (l’uomo è predatore del prossimo), ma, al contrario, nell’evitare pure l’ingenerarsi di una stereotipata dicotomia fra soggetti “utili” e “scarti”, veda considerata la ricchezza umana nelle prerogative di una azione imprenditoriale in grado di utilizzare le risorse economiche anche per aiutare le persone a vivere con quella dignità dove tutti hanno un valore “nell’ordine che Dio ha posto nel mondo”.

La scommessa della valorizzazione di ogni diversità, consapevoli della propria stessa originalità, è vissuta nel mandato di tendere ad essere “visir di Dio, ossia rappresentanti di Dio”, in quanto motivati ad impegnarsi, come ad ognuno risulta possibile, nel “trasformare il mondo perchè finalmente diventi casa di tutti”.

Ricordarsi di questo obiettivo è “valorizzare il compito di tutti”, “aiutando le persone, alle quali un imprenditore offre l’opportunità di lavorare, a capire che stanno svolgendo la loro vocazione” e pure accompagnandole lungo quella notevole esperienza di interazione con la società che, attraverso “il lavoro, è importante”.

Tale prospettiva è sostenuta dall’intento di favorire una possibile maturazione consapevole e responsabile della persona, a preludio di una dimensione umana “capace di effettive relazioni affettive” che principia dal dono svelato dalla natura vocazionale di ognuno, presente, nella miglior accezione, in quel misterioso disegno che la Provvidenza compone nel mosaico esistenziale, pervaso dalla varietà dei carismi e delle età, nella dinamica della sistematica persistenza di un mandato personale.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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