Avrei potuto dire, oggi, io c’ero. Invece quel concerto me lo sono visto in televisione rimanendo incollata alla radio della polizia.

Quel giorno, era il 15 luglio 1989, il giorno prima della notte del Redentore  (che quest’anno cade domani), quella notte ero di turno al giornale, la Nuova Venezia.

Il concerto lo vissi dalle parole (e l’emozione) di mio marito che lavorava nell’organizzazione e per tutta la sera è rimasto sul palco, a pochi metri dai mitici.

Poi lo vissi a notte fonda, quando tutto era finito, quando lasciai il giornale. La sede era proprio dietro piazza San Marco e io invece abitavo verso Piazzale Roma. Ricordo l’attraversamento della città, in un fiume di persone che rientravano verso la terraferma.

I campi erano ricoperti di immondizie. Ma soprattutto di vetri. Mentre camminavo, e registravo inevitabilmente la sconfitta di quell’evento che avrebbe avuto tutti i presupporti per essere storico, raccomandavo a me stessa di muovermi con attenzione: cadere sarebbe stato troppo pericoloso.

Quel concerto lo vissi, da cronista, dei giorni, le settimane, i mesi che sarebbero venuto dopo. Le polemiche, le tensioni, le follie. La “scoperta” di una città troppo fragile per eventi come questo.