Tempo di lettura: 4 minuti

Fratel Moreno Pollon ha 41 anni e da 8 vive all’eremo di Castiglione delle Stiviere.
Dopo aver lavorato per alcuni anni nell’azienda di floricoltura di famiglia, inizia il suo percorso di ricerca. Intraprende lo studio della teologia nella facoltà teologica del Triveneto vivendo per 6 anni a Treviso.

Successivamente inizia a vivere da solo in un piccolo eremo lungo il fiume Piave e, come obiettore di coscienza, fa servizio in una comunità d’accoglienza per stranieri.

Accompagnato personalmente da Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose, continua la sua formazione e il suo discernimento vivendo nella fraternità monastica di Ostuni, in Puglia, all’ Eremo di Camaldoli in Toscana e, per altri 3 anni e mezzo, in un eremo sul Monte Grappa.

Nel 2007 gli viene affidato il compito di restaurare e recuperare l’eremo di Castiglione per cui la parrocchia aveva chiesto aiuto al monastero di Bose.

Tutte le sue energie in questi anni sono state dedicate al recupero della bellezza del luogo, a un intenso ministero di annuncio della Parola e all’accoglienza di chi desidera vivere un tempo di silenzio e preghiera all’eremo. Ringrazia le innumerevoli persone che col loro sostegno gli hanno permesso di realizzare qualcosa di davvero bello, e, ultima solo in ordine di tempo, Cassa Padana che, divenuta “vicina di casa” si è distinta per comprensione, sostegno e collaborazione. 

——————————-

L'eremo di Castiglione
L’eremo di Castiglione

Poche righe per riuscire a condividere anche solo un po’ la bellezza provocante dell’Evangelo, se letto un po’ sotto la crosta, oltre l’ovvio.

Pochi brevi spunti, perché sia la vita di ognuno di noi a lasciarsi interrogare da queste pagine.
L’impensabile raccontato con gli occhi di Luca.

L’intrecciarsi di partenze e cammini porta la bella notizia a tutti gli esclusi.

Quello che Luca inizia a raccontare sin dalle prime pagine del suo Evangelo è di fatto un grande viaggio. Inaudito. E ancor oggi difficilmente digeribile da chi vorrebbe sottoporre ogni cosa ad una terribile forza centripeta che tutto fagocita se non mitigata dalla “custodia del marginale”. Forse davvero, più di ogni altro, ama intrecciare spostamenti, viaggi e partenze.

Alcuni sembrano concludersi nello spazio di poche righe, anche se magari han mutato per sempre un’esistenza; altri restano aperti per capitoli e capitoli.

Come il grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme, cui aveva “vólto il volto”, deciso e irresoluto.
O come il viaggio che Luca tende come un grande arco dall’inizio alla fine della sua duplice opera: fateci caso a dove inizia l’Evangelo e dove finiscono gli Atti!

Si inizia a Gerusalemme, la “città santa”… si finisce a Roma, la città spuria e pagana…
Si inizia al tempio, si finirà in una casa, anzi in un sottoscala, in un miniappartamento: è lì che uomini e donne, ebrei e non, si ritroveranno attorno a Paolo che annuncia la Parola dell’Evangelo.

Dentro questo grande arco, una miriade di “lanci-fuori”, di viaggi o “erranze di confine”.
Ci avviciniamo con la lente, a vedere un po’ più da vicino la prima scena, quella dell’annuncio a Zaccaria della nascita di Giovanni battista, con cui di fatto…. inizia un grande viaggio (vi rimando alla lettura di Luca 1,5-25).

A veder bene il testo di Luca, non solo siamo a Gerusalemme, non solo siamo al tempio, ma si inizia con un uomo, maschio, sacerdote.

Tutto sembra “puzzare di sacrestia”, di “fin troppo religioso”. Perfino sua moglie era di stirpe sacerdotale, veniva da una famiglia di preti. I nomi stessi di zaccar-ia ed eli-sabetta lo portano appresso.

Addirittura Luca parla di incenso, di culto, di orari e turni, di ordine e classi: una religione che non abbia ancora incontrato Gesù Cristo resta intrappolata nelle sue stesse strutture, pur a volte necessarie, che diventano mortifere.

È Luca stesso che lo sottolinea: Zaccaria ed Elisabetta, pur irreprensibili in tutti i comandamenti e tutte le leggi, erano sterili! Un’osservanza sterile e senza frutti. Ben sintetizzata dall’ascolto incredulo che diviene mutismo.

Ammettiamolo, non di rado partiamo da qui. Ma – appunto – possiamo partire. Anzi, a dirla bene, è il Signore che non resta imbrigliato ed esce, e ci fa uscire.

L’angelo del Signore che Zaccaria incontra al tempio sembra che fosse già lì, stava lì, è casa sua. L’uomo religioso va da lui per un sacrificio? Ora l’angelo esce. Lascia il tempio. E lo ritroviamo….a Nazareth (vi rimando alla lettura di Luca 1,26-28).

Già in queste poche righe abbiamo il compiersi di un viaggio che è tutto un programma.
Siamo solo all’inizio dell’Evangelo e Luca ci delinea un capovolgimento del “normalmente religioso”: da un uomo a una donna, da un sacerdote a una semplice laica, dalla città santa ad un villaggio sperduto, dalla santa giudea alla spuria galilea, terra di gente imbastardata. Dal tempio a una casa!

Se ci rendessimo conto fino in fondo della conseguenze per il cristianesimo di questo primo viaggio che il messaggero del Signore compie “uscendo” dal fin-troppo-sacro al fin-troppo-laico, forse parlare di Incarnazione, di Natale, di venuta tra noi ci procurerebbe non più una superficiale gioia dal retrogusto melenso, ma un ebbrezza imbarazzante e provocante.

Davvero lui è venuto tra noi! Spingendosi fino ai margini delle nostre esistenze. Fin dove neanche noi, a volte, arrischiamo gettare uno sguardo vero e onesto. Questo ha visitato. Questo ha assunto. Questo ha amato e perciò redento!

 

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *