Si sa, sul Garda ci sono gli ulivi, anche se non sono, naturalmente, prerogativa esclusiva delle zone affacciate sul lago più grande d’Italia.

Pare che anche d’Annunzio avesse notato il caratterizzarsi di questo albero, nel modo in cui lo stesso fusto chiomato generalmente si pone, tanto che, in tempi, per così dire, ancora non sospetti, rispetto al suo successivo naturalizzarsi nell’ambiente gardesano, gli aveva dedicato una bella poesia.

Circa dieci anni prima del suo stesso trasferimento a Gardone Riviera, avvenuto andando ad occupare l’ormai arcinota “Villa Cargnacco”, situata nell’altrettanto famoso complesso del “Vittoriale”, Gabriele d’Annunzio aveva composto una “laude”, ispirandosi ad una propria peculiare rielaborazione lirica di tale sempreverde essenza, prossima, da sempre, alla vita dell’uomo, anche a motivo dell’olio, quale prodotto denso di risorse utili al sostentamento umano, assimilato al tenore benefico dei più disparati utilizzi.

Quasi in una sorta di preveggenza, in riferimento all’arrivo del poeta sulle coste lacustri benacensi, il periodico locale, dal titolo La Rivista del Garda”, del 15 febbraio 1913 dedicava spazio alla vena creativa del medesimo e già popolare personaggio di cultura, andando a privilegiare, fra le sue opere ormai asseverate in larga misura, una visione aulica dell’ulivo, quale arborescente protagonista dei declivi, dei pianori e delle colline di tanta buona parte di quelle specifiche amenità, attraverso le quali anche il paesaggio del Garda rivela la propria natura.

Riportiamo, con una fotografia di alcuni ulivi della nostra Riviera, alcuni dei magnifici versi che Gabriele d’Annunzio ha scritto, dedicando una delle sue tante laudi (nel terzo libro) al sempreverde ulivo”: con queste parole, un’introduzione era assicurata alla citazione letteraria proposta fra le pagine illustrate di questo mensile, ispirato al bacino lacustre, nell’essere tale ambiente osservato dalle sponde bresciane, passando per questo semplice preambolo evocativo, a cui, tale pubblicazione legava poi lo spazio necessario a riportare l’emblematico versificare di uno spontaneo approccio ad una data intuizione che l’autore aveva inteso elaborare nella compiaciuta impronta di una lode:

Laudato sì l’ulivo del mattino!

Una ghirlanda semplice, una bianca/ tunica, una preghiera armoniosa/ a noi son festa./ Chiaro e leggero è l’arbore nell’aria./ E perché l’imo cor la sua bellezza/ ci tocchi, tu non sai, noi non sappiamo,/ non sa l’ulivo./ Esili foglie, magri rami, cavo/ tronco, distorte barbe, piccol frutto,/ ecco, e un nume ineffabile risplende/ nel suo pallore!/ O sorella comandano gli Elleni/ quando piantar vuolsi l’ulivo o corre/ che’l facciano i fanciulli della terra/ vergini e mondi/ imperocchè la castitate sia/ prelata di quell’arbore palladio/ e assai gli noccia mano impura e tristo alito il perda. Gabriele d’Annunzio”.

L’abbraccio con gli ulivi, ritenuti esplicitamente, dal periodico accennato, tra gli aspetti tipici del Garda era, nei riguardi dello stesso d’Annunzio, sancito da un’altra fonte giornalistica che ne definiva la figura, nell’ambito di quella valutazione postuma con la quale si evocava il confondersi del medesimo poeta fra i particolari di una contestualizzazione attribuita alla zona dove il celebre letterato aveva deciso di trasferirsi: è questo il caso editoriale del periodico “Brixia Fidelis”, uscito in stampa, l’anno dopo la morte di chi commemorava, attraverso un contributo di lettura, nel marzo del 1939, tra le righe di tale apprezzata “Illustrazione Mensile”:

“(…) Finito il tempo della sua vita eroica, irato ogni giorno più dal triste connubio fra lo spirito intatto e la carne decadente, irrequieto del partire e del restare, trovò il luogo della sua sosta; il rifugio che gli apparve come uno dei suoi sogni fatto sostanza, ove la natura pareva aver ascoltato le sue canzoni, ed essersi atteggiata in gesti di inspirato amore. Così, si fermò sulle sponde del nostro lago, il più bello del mondo, e vi rimase chiuso nell’attesa. Osservate, amici bresciani, osservate con occhi nuovi il luogo dove nacque il Vittoriale, e vedete se non richiami il mondo poetico di d’Annunzio. Clivi asciutti, precipitosi e lieti, cipressi snelli e leggeri, e ulivi contorti e lucenti; azzurro di cielo e azzurro di acque; clima voluttuoso; incantesimo di luci e di ombre; tripudio di colori evanescenti, iridati, morbidi; dove il sogno è una necessità costante, dove la realtà è idealizzata fino allo spasimo; dove la silvana forma, sinuosa e potente, ha il profumo e i palpiti della carne viva e i fremiti di tutte le voluttà insaziabili”.

Così, si era espresso Edoardo Ziletti (1894 – 1973), firma in calce alle considerazioni sopra riportate, insegnante, letterato, scrittore e musicista, di cui la memoria reca, fra l’altro, traccia di una sua adesione alla “Loggia Zanardelli 715 del Grande Oriente d’Italia”, mentre, in un altro ambito, invece, maggiormente compromesso con la cronaca ispirata a notizie del tempo, un’ulteriore documentazione, relativa alla personalità dannunziana, emergeva, in relazione al profilo di una sua sintonia con l’osservare poeticamente la natura sovrana, da “La Sentinella Bresciana” del 17 luglio 1911, attraverso un articolo che, lontano dal vagheggiare il clima mediterraneo degli ulivi, immersi nell’eco di una classica reminiscenza, rivelava, tuttavia, una curiosa sfaccettatura del poliedrico personaggio d’azione e di lettere al centro di queste mirate citazioni, addirittura in ordine ad un incarico che, in quei giorni, ne rivendicava, in tal senso, un’attenta sua premura: “D’Annunzio e il paesaggio. Parigi 16 luglio. Gabriele d’Annunzio che sta villeggiando e lavorando sulle rive dell’oceano ad Arcachon è stato nominato vice-presidente di una società per la protezione del paesaggio francese. A poca distanza da Arcachon in riva al pittoresco lago di Hossegor che le dune boscose separano da mare, vive da dieci anni il minore dei fratelli Rosny, i due celebri romanzieri che hanno da poco tempo divorziato letterariamente. Egli ha fatto di quel lago un centro intellettuale, perché molti suoi amici scrittori vi si radunano a lavorare. L’anno scorso il Rosny visitò una delle curiosità più originali della Francia pittoresca, le correnti di Hucheè che dallo stagno di Lèon dopo aver percorso sette chilometri attraverso rocce si versano nel lago. Egli aveva visitato le correnti sopra una barca di pescatori d’anguilla e ne rimase così entusiasta che, quest’anno, volle organizzare una nuova escursione con i suoi amici. Così, ieri l’altro, egli rifece l’escursione in compagnia con d’Annunzio, di Paolo Margueritte e di una mezza dozzina di altri scrittori. Su di una flottiglia di barche pescherecce, la comitiva letteraria scese nello stagno di Lèon attraverso le rapide ed alla fine dell’escursione tutti erano così entusiasti e così affascinati dalle bellezze del lago che fondarono un sindacato per la protezione delle correnti di Huchet. Il Rosny fu nominato presidente, Gabriele d’Annunzio e Paolo Marguerite vicepresidenti”.

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