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Se non fosse per il breve volo di quel piccolo scricciolo, per lo strano richiamo che assomiglia ad uno squittio, il paesaggio parrebbe immobile, paralizzato dal freddo, fumante di nebbia, sonnolento, gelido di rimasugli di neve che in quest’ultimo tratto d’inverno s’è coricata in dose abbondantemente rara per la Bassa.marcita

L’acqua della roggia Savarona è troppo poca per superare il limite dello stivale, mi perdona concedendomi il passaggio e mi stupisce, avvolta dai rami fitti delle querce farnie che quaggiù sembrano aver trovato un opportuno nascondiglio, lontane dalle lame fameliche delle seghe. Rari monumenti arborei, fieri, grandi e ritti come re che un tempo dominavano il paesaggio padano.

Se m’alzo un poco sul dislivello del terreno grattato dalle piccole anse della roggia, m’appare scontornata e confusa nella bruma la sagoma della piccola chiesetta del redentore ad anticipare, quasi fosse il suo guardiano, il profilo del borgo di Padernello, con il campanile della chiesa che sembra perdersi nel fatuo cielo bigio che spegne ogni ombra. Ancora un poco più su per scorgere, come in sogno, la linea merlata del castello; e poi il nulla malinconico d’inverno.IMG_9246

È in questo ritaglio di pianura nostrana, tra il complicato percorso delle rogge ancora coronate dalle piante, che la Bassa immobilizza e conserva alcune armonie: qui troviamo i simboli e i resti di una collaborazione dell’acqua generosa e della gente laboriosa: “la marcita”.

Saggezza contadina che risale a un passato lontano, ci riporta al tempo benedettino in Leno e alla grande abbazia. Mani monacali che hanno, in quel tempo, trasformato radicalmente l’aspetto delle campagne, drenando nel fiume l’acqua delle lame paludose, scavato canali e bonificato la terra grassa e feconda. Storie d’acqua, di terra, di fatica, che ripercorre le vicende delle genti e del paesaggio della Bassa; trasformato, quasi ammaestrato e profondamente legato a quella storia, come se le litanie monacali, uscite dalla grande abbazia, fossero rimaste impastate per sempre nella nebbia, nella terra e nelle braccia contadine.700U9674

A quell’epoca risale l’invenzione della “marcita” che ha caratterizzato sino al limite del nostro tempo l’aspetto e il lavoro nella campagna invernale. Furono i monaci a inventare la marcita, una tecnica di coltivazione che si sviluppò in epoca medievale, favorita da apposita sistemazione del terreno per rendere i campi in leggera pendenza.

È questa sistemazione del campo che permette il lento e continuo scorrimento dell’acqua che scivola come un velo tiepido sul prato. Oltre al normale effetto d’irrigazione permette un innalzamento della temperatura in inverno: l’acqua, specie se di fontanile, non tocca mai le temperature di congelamento, permettendo all’erba di crescere anche nei mesi freddi, scaccia la brina e regala abbondanti sfalci di foraggio. Sono passati anni, secoli dai tempi abbaziali, i monaci dal bianco saio non insegnano più e la grande abbazia vive solo nel ricordo della storia e nella tenacia della ricerca archeologica; da quell’insegnamento, vitale per le genti campagnole, si è raggiunta un’agricoltura fiorente e si è accumulata ricchezza.700U9664

Acqua, acqua ed erba, acqua e lo splash-splash del mio cammino, mentre risalgo il campo dell’ultima marcita, rimasuglio tenace che non vuol morire nei mangimi grondanti di chimica che violentano il profumo del latte. Ne sono rimaste poche di queste atmosfere, bisogna assaporarle nei pomeriggi tristi d’inverno, venire a calpestarla dentro quest’acqua che accarezza l’erba e il profilo flessuoso del campo, come fosse un corpo femminile.

Ascoltare il fruscio lento delle acque che tracimano dalle chiaviche sistemate con parsimonia a distanza ravvicinata, osservare il riflettersi sullo specchio delle nubi scure nei meriggi che s’addormentano presto nelle sere buie, fino a quando ti assale un desiderio di ritorno, di calore, di focolare. Schizza via zigzagando a una velocità assurda un beccaccino, disturbato dal mio oltrepassare la roggia Savarona, si perde nell’ora della sera e scompare in pochi secondi alla mia vista, mentre faccio ritorno. Alle mie spalle l’acqua continua a scorrere instancabile sull’erba china, a proteggere il sapore del buon latte.

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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