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Sant’Anna di Stazzema, Lucca. La strada si fa stretta, s’alza a curve in sequenza come un serpente d’asfalto, abbarbicata alla montagna fitta di roverelle e verdissimi castagni. È da un po’ che ho abbandonato il fondovalle della costa e le ultime case. Forse ho sbagliato strada? È sabato, in giro non c’è anima viva. Ma non ho incrociato altre deviazioni.

Continuo, con lo sguardo verso l’alto, sperando di scorgere un avvallamento dov’è il paese, il museo, il sacrario. Solo una curva dietro l’altra e fitti boschi. Eppure il segnale era chiaro, indicava, con la serigrafia dei bambini in girotondo, l’unica strada per il sacrario di Sant’Anna di Stazzema.

Ma Sant’Anna di Stazzema  non è un paese unico, ma un insieme di piccoli borghi, cascinali, piccole comunità sparse sulle gobbe del monte, dai vari toponimi, che si stringevano nel ’44 e si stringono tutt’ora, attorno alla chiesa, al piazzale del sagrato dove il giorno prima di “quella mattina del 12 agosto del ’44” i bambini ruotavano nell’ultimo girotondo!

La sensazione di aver imboccato la carrozzabile sbagliata comunque non mi abbandona per parecchi chilometri, sin quando, dopo un tornante secco, entro nel grande piazzale ricavato prima delle poche case, la chiesa e la scuola-museo di Sant’Anna di Stazzema.

Il parcheggio è vuoto. Seduti in cerchio, nel centro, ci sono un gruppo di scout sudaticci che si stanno rifocillando. Sono saliti a piedi e le loro divise sono sgualcite dal segno dello zaino. Che belle le divise degli scout, con i pantaloni corti, il fazzoletto al collo, il cappellone da ranger, il camicione con tante patacche colorate, la voglia d’avventura spensierata e la gioia di vivere!

Le divise apparvero inaspettate all’alba di sabato 12 agosto del 1944. Erano scure, tetre, sul colletto due rune a fulmine appaiate: erano SS. Soldati nazisti della 16 SS-Panzergrenadier-Division, le famigerate “Reichsführer SS” comandata dal gruppenführer Max Simon. Gli stessi che si macchiarono d’infamia anche per la strage di Marzabotto.

Un urlo si diffuse per la valle, rimbalzando a eco di voce in voce dai piccoli villaggi rurali: Case di Berna, Sennari, Fabbiani, Colle, Moco, Bambini, Vaccareccia, Argentiera di sopra e di sotto, Monte Ornato, Valle Cava, Vinci, Franchi, Pero, La Chiesa, Merli, Coletti e Molini. L’urlo terrorizzato irruppe sulla piazza del sacrato, dei platani, del girotondo dei bambini, a Sant’Anna di Stazzema:

“ i tedeschi, i tedeschi, arrivano i tedeschi!”

Prima delle “tre ore dell’inferno” appena il tempo per gli uomini di rifugiarsi nei boschi, tanto alle donne, vecchi e bambini non fanno nulla, rastrellano solo giovani e uomini! Si sbagliavano i contadini della montagna, lontana dai venti di guerra. Li hanno chiusi nelle stalle, con le vacche, poi le bombe a mano, il lanciafiamme e mitra hanno fatto il resto.

Al museo ricavato nelle scuole e voluto da Enio Mancini custode della memoria, uno dei pochi bambini del girotondo ad essere sopravvissuto, c’è una voce di una donna scampata alla strage, diffusa dall’altoparlante, finisce con una frase che accappona la pelle: “sotto le divise da tedesco, alcuni con il passamontagna, parlavano il dialetto!” Erano aliquote della 36ª brigata “Mussolini”, infami travestiti con le divise da SS. Salivano alle stalle ad ammazzare la loro gente.

Le truppe delle SS erano salite divise in tre gruppi in fronte valle e uno alle spalle, attaccavano il “nemico” con una perfetta tattica di accerchiamento! Lassù con le comunità dei montanari si erano unite intere famiglie, sfollate dalla bassa valle per l’inasprirsi della guerra. Con loro gli abitanti dei villaggi di Sant’Anna avevano diviso quel poco che avevano, cibo scarso e un tetto. Fu una strage, non una rappresaglia, un eccidio senza alcun senso, una violenza che non troverà mai redenzioni.

Venne la sera e la notte del quel 12 agosto, il silenzio. Un silenzio che continuò, anche dopo la fine del conflitto, della ripresa della ricostruzione, della democrazia, del boom economico. Dimenticare era il dogma.

L’eccidio che l’Italia dimenticava sino al clamoroso processo del 2004, al quale si arriva grazie alla tenacia di un magistrato: Antonio Intelisano e la scoperta casuale, in uno scantinato della procura militare, dell’“armadio della vergogna” contenente 695 fascicoli, archiviati provvisoriamente, riguardanti crimini di guerra commessi da tedeschi e repubblichini. Strappa la strage dall’oblio.

Al processo, tra i militari tedeschi accusati: Gerhard Sommer, 83 anni, comandante della 7ma compagnia del II battaglione del 35mo reggimento Grenadieren. Quando guardo la foto del nonnetto che passeggia, al museo di Sant’Anna, mi ricordo del viso.

Era stato ripreso dalla TV tedesca durante un reportage del giornalista Udo Gümpel, spazzava la neve davanti alla sua ordinata casetta, si limitò a dire irritato: “Il passato è passato, non voglio sapere niente, ho la coscienza pulita”. Lui, SS mai pentito, aveva combattuto i “nemici”: 560 civili. 130 erano solo bambini, alcuni di loro il giorno prima ruotavano nell’ultimo girotondo!

Da leggere: “Era un giorno qualsiasi” di Lorenzo Guadagnucci edizioni Terre di Mezzo

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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