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Una buca e tutti rimbalziamo sui sedili, per questa vecchia e scassata corriera gli ammortizzatori sono solo un ricordo lontano, dietro s’alza una nuvola di polvere rossa che si mescola col fumo nero e denso dello scarico, miscela che annebbia il paesaggio e s’infila dal buco del finestrino rotto alla mia sinistra, mentre questo rottame arranca sulla dissestata carreggiata che si inerpica a fatica fra le montagne andine e le piccole vallate nell’aria sottile dell’Ecuador.

Dall’ondulato paesaggio dai colori pastello dove l’ocra e il giallo fanno a gara a dipingere anfratti e dirupi, rotti dal verde di piccole coltivazioni, spuntano in alto sullo sfondo i coni coperti di ghiaccio dei vulcani che si infilano in un cielo blu cobalto intenso che sembra coricato con bianchissime nuvole sulle gobbe dei monti.

Dentro come al solito è stracolmo di gente, colori, odori, fagotti pieni di ogni genere di mercanzia sono accatastati ovunque, persino sotto le mie gambe c’è un sacco di juta con animali che si muovono, il resto dei passeggeri, con tanto di biglietto e posto prenotato, sono sul tetto con galline, bagagli, cesti e un maiale. E’ una consuetudine questa coreografia andina, tutti viaggiano per chissà quali mete, si portano di tutto, le stazioni, di norma diroccate, sono sempre affollate di gente variopinta che si accalca su qualsiasi mezzo si muova.

Quando avevo pagato il tragitto, l’autista mi aveva scritto sul biglietto, con fare solenne, la prenotazione del posto, sorrido e cerco di accaparrarmi un mezzo sedile sul fondo, dove ci sono quattro posti e siamo in otto…Ma questa è l’America Latina, con la sua umanità in perenne movimento, con i suoi densi odori, immersa in una miseria infinita che contrasta col vivo dei colori dei vestiti, dei sorrisi, della voglia incessante di vivere comunque e nonostante tutto…

Un’altra buca e teste e bagagli saltano come tifosi allo stadio dopo un gol… Divido il sedile con una famiglia di campesinos, mi osservano incuriositi, siamo lontani dalle normali rotte e dai mezzi dei turisti, la bimba con i suoi occhioni grandi in un bel viso tondo color rame, sorride, mi osserva e poi si nasconde timidamente fra le braccia della madre, gli altri tre maschi si spintonano per guadagnare spazio e per giocare, sono seduti per metà sul sedile e per metà sulle gambe del vicino comprese le mie.

Saluto e attacco discorso, durante gli innumerevoli viaggi in queste terre lontane ho imparato che comunicare e salutare è importante, loro salutano sempre, l’unico a parlare un poco di castigliano, spagnolo importato dai conquistadores, è il padre, dice di chiamarsi Pedro. E’ un uomo giovane, basso, col viso consumato dal sole e dalla fatica, dimostra il doppio della sua età, ride mentre parla e sfodera i pochi denti rimasti, porta un poncho a righe colorate e pantaloni rattoppati non so quante volte, i bimbi sono tutti suoi, accarezza le loro teste scandendo i nomi, cerco di districarmi fra zaino e fagotti e stringo le loro timide mani.

La madre parla solo il quichua, l’antica lingua incaica, ma sorride quando Pedro traduce e fa cenno di sì col capo, nella colorata manta sulle spalle mescolato ad alcune mercanzie c’è un bimbo piccolo, l’ultimo nato, dorme, lo accarezza e sorride. E’ una donna corpulenta, la sua vita deve aver conosciuto presto la fatica del lavoro e delle gravidanze, tante, molto probabilmente alcuni dei figlioli non ce l’hanno fatta, la vita sulle Ande è dura, sono una famiglia povera, molto povera, come tanti quassù, come tutti quelli che si accalcano su questo bus, sgangherato come l’assistenza sociale e diretto per mete che si perdono fra le montagne come la speranza di una vita dignitosa…

E’ una realtà durissima quella dei campesinos d’Ecuador come del resto su tutta la cordigliera delle Ande, come in tanti, tantissimi, troppi posti del pianeta, sembra che la gente che vive aggrappata alle più alte e belle montagne del mondo sia tutta uguale, tutta povera, una povertà che ha persino lo stesso odore… Mescolando un po’ di spagnolo e dialetto della Bassa, che in questi casi fa furore, riesco ad intendermi col buon Pedro, ora i bimbi sono tutti attenti ai nostri discorsi, discorsi se così si possono chiamare.

Mi racconta che sono stati a Latacunga, una cittadina nella valle vicina alla capitale, sono andati a vendere il loro piccolo raccolto, una piccola speranza, sono riusciti a comperare alcune cose e col rimanente hanno acquistato dei cuy (porcellini d’India), una prelibatezza culinaria di queste zone, che sperano di vendere nel mercato del villaggio vicino durante il lungo periodo delle piogge. Abbasso la testa e guardo quel sacco di juta sotto le mie gambe che alla partenza m’aveva quasi infastidito, quegli animaletti che si muovono furtivi sono la loro unica risorsa, un piccolo conto corrente alla banca della speranza, per scongiurare lo spettro della fame che quassù aleggia nel vento.

Se i bambini potranno mangiare durante il lungo inverno forse con la “pancia piena” terranno lontano il pericolo di malattie, qui basta poco, una dissenteria, un’infezione ed è finita, gli ospedali non esistono e nelle città sono tutti a pagamento e riservati ai ricchi, se un povero s’ammala muore, muore di malattie che a noi “occidentali” fan venir da ridere.

Ascolto e penso alla mia vita, a quell’opulenta società da cui provengo, dove la parola d’ordine è dimagrire, restare in linea, dove c’è tutto e di tutto, dove dovremmo cantare dalla mattina alla sera e dove invece tutti si lamentano e sono malati di stress…

Un’altra buca e tutti saltano, le lamiere dell’autobus sono arrugginite o dipinte a mano di azzurro e bianco, i sedili sgangherati, ma quando l’autista frena una serie di lucine da presepio illuminano una fotografia di Cristo con i capelli veri e una serie di Santi in una cornice di finto argento; la madre ora allatta il suo piccolo incurante dei sobbalzi e della polvere che invade tutto, si chiama Maria, i capelli neri e spessi raccolti in una treccia spiccano fra gli sgargianti colori delle vesti, sulla testa porta un piccolo cappello, chissà se la sera dopo il tramonto nella sua povera casupola, in ginocchio in un angolo, chiederà assorta in preghiera una benedizione per i suoi figli, guardo il bimbo attaccato al seno della madre, siamo figli dello stesso Dio…

La strada sale in uno scenario meraviglioso, è una terra bella quella dell’Ecuador, di fasce climatiche che vanno dalla foresta amazzonica alle grandi montagne che superano i seimila metri di quota, le cui pendici degradano verso la costa dell’oceano Pacifico con un’infinità di paesaggi e vallate, una terra ricca di coltivazioni di banane, canna da zucchero, ricca di risorse naturali, ricca di grandi contrasti cromatici come di grandi contrasti umani.

Le miniere e i giacimenti di petrolio sono sfruttati dalle grandi potenze grazie a concessioni vendute alle multinazionali da governi corrotti, le fertili valli a bassa quota sono di proprietà dei grandi latifondisti bianchi, le nuove attività produttive sono gestite da europei e nord-americani, i nuovi “conquistadores” che sfruttano senza alcuna pietà una manodopera a basso costo e a loro, i nativi, i campesinos, che da sempre calpestano questa terra ricca, non rimane che ritirarsi in muto silenzio lassù fra le montagne che toccano il cielo, a coltivare una terra avara, dura come la loro vita, dove la zappa muove le zolle col sudore della fronte, in un’amara realtà, accettando povertà, vita, morte senza lamentarsi con rassegnato fato che sembra non avere un miraggio di speranza.

Ad una curva persa fra le montagne i miei compagni di viaggio scendono, caricano i fagotti sulla schiena, tutti anche i bimbi, poi li vedo fra il fumo nero e la polvere, inforcare un sentiero che sale sulla dorsale, dopo qualche ora di cammino saranno allo loro casa, una casa semplice come tutte quelle dei villaggi, fatta di adobes, mattoni di paglia e fango cotti al sole, il tetto di frasche, pochi utensili, un fuoco e i vestiti che indossano, ma ci sarà un Natale anche per loro, un giorno in cui tutti mangiano a non finire, con dolci e regali sotto l’albero o le vacanze al mare d’estate con i gelati colorati e infinite passeggiate, i vestiti belli e le scarpe, sì le scarpe perché nei piedi avevano dei sandali fatti con consumati copertoni delle macchine e quassù fa freddo…

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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