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Uomo, a cifra di sé stesso. In realtà, al tempo dei fatti, relativi a questo tipo di soprannome, trattavasi dell’allusione ad una precisa peculiarità, propria di un dato abile soggetto, capace di esplicarsi nel mondo dei numeri, con tutto un proprio improvvisato e reiterato repertorio ad effetto.

Per questo motivo era chiamato “uomo cifra”, a causa di quella spettacolare abilità genialoide che era, a tutta evidenza, dimostrata al pubblico, convenuto attorno a certe sue innegabili manifestazioni dimostrative, proposte nella città di Brescia di un secolo e più trascorso dall’oggi che può volgersi a rammentarne la curiosa incidenza tra le cronache dell’epoca, perse nelle memorie patrie di una vaga ed, al medesimo tempo, curiosa consistenza.

Costui era annunciato tra le notizie messe in stampa da “La Provincia di Brescia” del 25 ottobre 1901, quando, di lui, si riferiva testualmente, a modo di presentazione, che “L’uomo cifra – il prof. Ugo Zaneboni – ha fatto ritorno fra noi e, ieri anzi, ci visitò in redazione dove, lì per lì, cortesemente ci diede un ampio saggio delle esperienze assolutamente meravigliose, inesplicabili che egli esegue con una disinvoltura incredibile. Dotato di una memoria fenomenale (sa a mente, ad esempio, tutti gli orari ferroviari, nei più minimi particolari, di distanze, di prezzi di riduzioni, di ore di percorso, ogni cosa dicendo in qualunque senso e da qualunque punto, dovuto, soprattutto dalla “visione del numero”), lo Zaneboni è effettivamente un tipo meritevolissimo di studio come le sue esperienze non possono non suscitare interesse ed ammirazione. Stasera, alle ore 20,30, egli darà una sua rappresentazione al “Caffè Centrale”.

Date queste premesse elogiative, l’edizione giornalistica, diffusa il 27 ottobre seguente, contribuiva ad amalgamare, attorno a quanto già scritto, l’ulteriore annuncio di un appropriato ritratto, confacente all’esemplificazione di una circostanza simile, presunta, nei fatti in divenire, pari a quell’evento annunciato e, poi, concretizzatosi, nell’intrattenimento serale rispondente a tale personalità eminente, confermatasi in auge, nel prosieguo di stampa che vi è risultato qui coincidente: “Questa sera, alle 20,30, al “Caffè del Duomo”, il prof. Zaneboni, l’uomo-cifra, darà la sua ultima accademia, e lusingato dal brillante successo delle precedenti, confida in largo concorso di pubblico. E davvero, le sue esperienze lo meritano, poiché sono tutte bizzarrissime e sorprendenti; così che, qualcuna di quelle che egli presenta, se fossimo ancora nei beati tempi in cui imperava l’Inquisizione, certo gli avrebbe fruttato grosse noie, perché lo si sarebbe sospettato di stregoneria e di commercio con qualche diavolo. Per fortuna, quei tempi non sono più che nel pio desiderio di qualcuno, e l’inesplicabile è un’attrattiva di più”.

Per “accademia”, si intendeva, nel suo più ermetico significato, la forma di un intrattenimento, nella versione di una prova dimostrativa, come, ancora, per il medesimo esponente della prestigiazione mnemonica, interpretata fra dati e proporzioni, tale iniziativa era attesa nella cifra, appunto, di ciò che si poneva su un piano di una ulteriore pubblica sfida, nell’esito di una replica che, ancora, dalla medesima testata giornalistica, andava a proporsi mercoledì 30 ottobre 1901, nei locali del “Caffè Steffanini” di Brescia, prima di veder il fenomeno lasciare la città, come si scriveva, nella notizia, per proseguire egli altrove con “diversi e sorprendenti esperimenti”.

Dei tre “caffè” cittadini, l’impronta della cronaca menzionata ne reca il contributo di una triplice proposta bresciana, estranea ai palcoscenici di teatro che, pure, il medesimo personaggio andrà, nel tempo, comunque, a calcare, tenendo conto di quanto il libro “Vecchia Brescia – Voci, canti, richiami degli ambulanti di ieri” di Costanzo Gatta per le “Edizioni Clanto” ne riferisce in proposito, esplicandosi, il prof. Ugo Zaneboni, in concomitanza, con altre amenità del genere, prese in considerazione, che contestualizzano un diversificato orizzonte plurale di quanto fosse, all’epoca, rimarchevole di attenzione, come nel caso della locale tradizione teatrale riferibile alla zona dove ora si situa la piazzetta dedicata al sindaco Bruno Boni: “Brescia ha sempre ben accolto i fenomeni, veri o presunti. Apprezzati i nani, le figure giganti ed i freak; applausi per Ercole in gonnella, per la donna cannone o barbuta. Ha sempre fatto buoni incassi il tendone in piazza e le attrazioni hanno riempito il teatro Guillaume. Illustrazione bresciana presentando nel novembre 1905 il ricostruito teatro Sociale (inaugurato con l’opera Siberia di Umberto Giordano) ricordò i successi dello scomparso Guillaume: “La categoria dei fenomeni viventi varia da Milie e Christine, detta l’usignolo a due teste, agli Atekà (nani bolognesi) alla Krao (donna scimmia) a Paul Carro (fenomeno ventriloquo), a Les Colibris (dieci nani) al Falqui (soggetto ipnotico che fu poi strumento di curiosissimi esperimenti di sonnambulismo, di catalessi, di suggestione da parte del direttore del defunto Guasco), al Bencivenni (fakiro), all’uomo cifra, Ugo Zaneboni ed al famoso Pikman, più o meno divinatore del pensiero, nonché imbroglione rimischiato”. (A. Sartori – Il Nuovo Teatro Sociale in Illustrazione Bresciana, 21 novembre 1905). Anche Angelo Albrici ricordò i fenomeni che stupivano in scena e poi “dopo qualche minuto li vedevi normalissimi e affacendati dietro il baraccone. (La fera d’agost soi terai, Migole e Bagole)”.

Gli intrattenimenti dell’uomo cifra, accocciati al calendario di quell’epilogo d’ottobre di inizio secolo, erano seguiti, a Brescia, dall’irrompere importante, fra le effettive proporzioni del reale, del noto terremoto del 1901, che, se nella lacustre riviera salodiana aveva causato le maggiori conseguenze, non di meno, a Brescia, aveva impresso i suoi effetti, come, fra le cronache del tempo, il quotidiano cittadino accennato tracciava, in interessanti rilievi, nel pubblicare il 31 ottobre 1901: “(…) Chi si trovava al Largo del Teatro, dove cascò – di fronte al Caffè Roma – un comignolo, godè uno spettacolo bizzarro. I fili della luce elettrica ondeggiarono violentemente e nel forzato improvviso contatto si infiammarono. Fu così una vampata di luce violacea che guizzò dall’un capo all’altro e lì per lì fu causa delle più strane congetture (…)”.

Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.