Brescia – Un antico manoscritto, passato da padre in figlio, nell’arco di più generazioni, riferisce alcuni particolari aneddoti vissuti dal di dentro di quella somma di epoche nelle quali è stato progressivamente redatto da parte dei rispettivi suoi estensori.

Si tratta del “Diario bresciano” o del “Diario dei Bianchi” che, in un caso, riconduce alla propria contestualizzazione geografica, alludendo alla zona di redazione ed al territorio che assurge ad espressione dell’area locale di ispirazione, mentre, nell’altro, riporta all’identità patronimica dei vari autori che si sono resi latori di numerosi e di interessanti informazioni. Ad accomunare entrambe le denominazioni è l’enunciazione che, nel titolo, parimenti si fa fedele rappresentazione della forma memorialistica della propria originaria attribuzione.

Il termine di diario si rivela fra le pagine del manoscritto come un sostantivo mirato per un ambito di specificazione inequivocabilmente individuato, sulla scorta del metodo adottato per l’interpretazione di un racconto che è sviluppato attraverso brevi annotazioni, sparse a conseguente raggio di prorompenti sensazioni circa quanto rilevato, perché sia rivelato, oltre il semplice periodo analizzato.

Quanto abbia spinto un tal Giambattista (1590–1631) della distinta famiglia dei Bianchi di Brescia, all’inizio del Seicento, a progredire nell’esercizio di una paziente documentazione scritta, riveste tuttora attualità di senso per una concreta traccia di sensibilità storica costantemente sdoganabile nel presente mutante in cui si esplica nel riverbero di un’osservazione avvincente, riguardo ciò che dal tempo andato si mostra anche nella qualità genuina di una curiosa materia collettiva, spiegata attraverso quell’autenticità spontanea con la quale si trova compendiata e relazionata.

Un’azione destinata a sopravvivere nel tempo, non soltanto per la felice conservazione delle pagine del documento, ma anche perché reiterata nell’essere stata pure abbracciata in un simile intento da parte del continuatore dell’opera del Giambattista citato che, nella persona del figlio Pietro Antonio Bianchi (1623–1688), aveva proseguito, con profitto di particolari e con uguale misura di appunti congiunturali, a scrivere quel “Diario bresciano” che pare sia stato concluso con l’ultima annotazione di chi, nell’arco di tre generazioni famigliari, si era trovato ad essere erede, con il nome di Giovanni, a tale consegna culturale da lui assolta fino al compiersi del manoscritto, nell’intero ed odierno insieme, come si dettaglia nell’esemplare che detiene la civica biblioteca Queriniana.

Tra le memorie lasciate nella prima metà del Diciassettesimo secolo campeggia, ad esordio di una pagina dedicata all’osservazione dei fatti di cronaca di vario genere, attinta nel corso del 1628, ciò che è stato fedelmente appuntato il 28 luglio, nel corso di quello stesso anno che, con la grafia minuta ed elegante, configura tuttora un telegrafico racconto recante la ferocia che vi è presente: “Alla Fantasina, questa mattina, il lupo ammazzò una donna di buona età che spigolava pochissimo lontano da suoi figlioli. Indi (da quel luogo) alla selva sotto la Madonna di Gussago seu (o) della Stella afferra una creatura portandola via; ma inseguito dal padre con una archibugiata et altre ferite vien ammazzato: e si dice che ferito voleva affrontare ancora il feritore. Vien menato a Brescia”.

La macchia boschiva, circostante il caratteristico santuario di devozione mariana, sottace oggi fra i vicini vigneti ed i declivi coltivati, quanto dal suo silenzio si trova invece esplicitato nel racconto menzionato che non manca, tra l’altro, di fare seguire, qualche riga più avanti, l’insieme dei contorni curiosi di un’altra vicenda sconfinante, come altre, nella cupa essenza di quella dimensione che la conserva nella sempreverde materia della misteriosa trascendenza, nel potere fare constatare alla data di domenica dieci settembre 1928, la susseguente nota d’attinenza: “In castello erano quei soldati paurosi per una voce che si sentiva alla sentinella di bel vedere, a segno (tanto che) niuno vi voleva stare, ridotti (riducendosi) a donar di bona mano a chi aveva compagno di starvi perché sentivasi continuamente di notte. Quando oggi un soldato, accompagnato da altri, entra in una buca fatta nell’ortazzo e vi si trovano diverse cose che indicano essere stregherie. Costui poi è posto in prigione per ordine del Castellano”.

Gli esiti dei singolari avvenimenti capitati nel castello di Brescia che ancora avrebbe dovuto essere teatro di ulteriori e di cospicue contingenze, legate all’intensità delle sue storiche riminiscenze, sono spiegati nel manoscritto con la messa in campo, nella precisazione apposta il 15 settembre, di altre figure tipiche di un certo passato destinato ad essere raccontato, anche per quanto di esse si trova ad essere rappresentato: “Pongosi prigione una certa donna chiamata la Pizza ed un’altra tal Zoppa per causa dell’incanti che si facevano in castello”.

A proposito delle maliarde, dedite a sedicenti pratiche stregonesche sospese al confine con l’ignoto ed al centro di quelle misteriose congetture nelle quali il destino le ha racchiuse, nel lasciarne irrisolto il tema controverso in cui si sono volute vedere colluse, l’autore che era sulla breccia del filo di quell’inchiostro steso in relazione al 1674, annotava sul “Diario bresciano”, richiamando, contestualmente, anche il pronunciamento che il suo genitore aveva già espresso, in ordine al mutamento della corporatura delle persone nella società del suo tempo, rispetto ad un prima e ad un dopo, analogamente a quanto, nella storia, pare si sia continuato poi a fare e forse si continui a pensare, nei confronti dei passaggi generazionali: “Bellissima stravaganza che ha osservato nostro padre che dove la statura degli omeni al suo tempo in Brescia era mezzana, ordinariamente cioè di braccia tre e mezzo di marangone e grossi di vita, dieci anni doppo si vedevano alzarsi li giovani sino a braccia quattro e mezzo, ma sottili ed asciutti quasi che quella corporatura che prima era in latitudine si sia convertita in longitudine. Il Padre Desidero da Oriano, cappuccino, ritornò da Valtellina ove è stato a predicare, è andato a visitare a Verola nostro padre ivi Podestà delli Eccellentissimi et Illustrissimi Conti Gambara e li ha raccontato essere quelle genti di detta Valle involti in una cecità diabolica, massime le donne, che lasciandosi ingannare dal Demonio fanno stregherie ungendosi e montando sopra caproni che li comparano andando per aria in luoghi solitari ove si trattengono in balli e lascivie e facendo anche stregherie con offendere nella vita e sanità le persone, così che in Poschiavo sola, di detta Valle, in meno di anni due sono state giustiziate più di 60 donne cioè tagliatigli la testa et abbrucciate con confiscazione dei Beni”.

In relazione alla bizzarria di un presunto alone insondabile, riscontrato fra strani elementi, anche in altri fatti, pure colti nelle sfumature dell’apparentemente inspiegabile degno di nota ed oggetto controverso di alcuni provvedimenti straordinari con i quali farne mezzo ed occasione di interventi esemplari, il manoscritto riporta l’attenzione alla data del 18 ottobre 1928, per fare mostra di quanto, in tale frangente, si è reputato di affidare alla sua fibra porosa, attraverso la fissità di un’attestazione convergente sulla memoria concernente che “Di questi giorni si forma processo a Coccaglio e poi anco qui in Vescovato per occasione d’alcuni fantasmi che tirano sassi e fanno altri strepiti in un luogo terraneo di alcuni di Mazzotti, abitanti in quella terra, radunandosi qui tutti li Teologi d’ordine del Vicario Episcopale per consultare sopra di ciò, attribuendosi l’origine che già due donne di questa casa trovarono in un suo campo una sepoltura con dentro dell’ossa de morti, e promisergli di farli seppellire in luogo sacro se fossero de Cristiani, e gli ne avessero datte segno senza offenderle. Che se de pagani stessero dove sono. E dicesi che chi ha toccati di questi sassi si sono scottati”.

Una possibile interpretazione, offerta da quanto sembra sia emerso dalla cronaca intercorsa da allora fino al 13 gennaio 1629, riguardo la questione evocata, pare potersi leggere nell’annotazione che in tale giorno compare in una chiara ed in un’esplicita allusione di disincantata spiegazione: “Oggi dovendosi fra molte gentildonne metter monaca in Santa Croce una de Mazzocchi di Coccagio che qui in Brescia abita poco lungi dal Monastero, e che già è tolta in Capitolo, quelle Madri la rifiutano perché essendo questa stata quasi sempre a Coccaglio in quella casa ove si sentono li rumori e fantasmi ed altro, e per li quali si è formato processo in Vescovato come si è detto di sopra sotto il dì 18 ottobre prossimo passato, essendo venuta in Brescia questi giorni passati a casa sua vicina a Santa Croce, il rumore è cessato là ed è venuto qui in tutto compagno (del tutto uguale) ed anzi più: si che si dubita che si per causa di questa giovine che perciò le Monache non la vogliono e sopra queste fantasme o atro che si forma di nuovo processo”.

Mentre nell’arengo delle schermaglie umane, osservate in una sofferta dissolvenza sul profilo dell’incedere collettivo, le cronache calcavano bene la terra, cercando di afferrare l’invisibile, situato al margine di una spiegazione forse però ancor più materiale della stessa sua natura corruttibile, il cielo rivelava invece alcune sorprese, individuate all’opposto di eventuali e di fantasiose pretese che, nell’evidenza della volta celeste, non vi trovavano di fatto appiglio, per potervi, neanche lontanamente, essere appese.

Nella maggiore diluizione del tempo, allora introitato in uno spazio dove i fatti sembrava potessero decantare maggiormente nel sedimento di un più contemplativo atteggiamento, nei confronti del complesso delle novità prima filtrate nell’eco parsimoniosa dei ritmi prossimi ad un più calmierato dosaggio, rispetto all’attuale bersagliare mosso dalla vertiginosa smania di un incalzare di fondo, l’antico testo “dei Bianchi”, all’anno 1664, attribuisce le poche righe di un’unica scrittura, espressa nella premura di documentarvi che “Si vede e per tutte le feste di Natale una cometa quale levava alle 7 o otto ore, tra mattina ed ostro ( tra settentrione e levante) saliva sino ad una terza parte del cielo e girava verso sera tramontando appunto tra sera ed ostro (tra ponente e levante). La coda era come quella di Pavone, raccolta insieme, ma lunga un cavezzo, tal volta più, tal volta meno, come anche, più o meno colorita. La medesima fu vista anche a Venetia e a Roma ed in Levante, come da rapporti”.

Fra curiosi fenomeni naturali ed altre stravaganze, assecondate dall’enigma ascritto al presentarsi di certe discrepanze, a differenza delle più consuete e comuni usanze dell’ordine radicato in assodate concordanze, le annotazioni di quel secolo hanno rimesso alla terra le cronache di pestilenze, di soldataglie mercenarie, di sfarzi aristocratici, di carestie e di privilegi ecclesiastici, mentre ancora verso la sommità dell’eterea ellissi celeste gli occhi di allora pare abbiano ancora guardato con uno slancio ispirato quanto poi, riguardo al 1665 bresciano, è rimasto contemplato nel manoscritto accennato: “Si vede di nuovo in quest’anno un’altra cometa, ma più piccola, quando non fusse la medesima sopraddetta, leva ad un’ora di notte, ma più alta, e sopra di noi quasi alla metà del Cielo, poi tramonta, o svanisce alle ore 8 in circa et ha la coda all’opposto dell’altra, cioè verso mattina e monte”.