Brescia – Brescia non se ne ricorda più, ma aveva dato i natali a “Madama Bertoli”, il 18 marzo 1859, figlia del “maestro di scuola” Giovanni e di Barbara Signorini. Quella che, al giro di boa di un mezzo secolo dopo, era definita dalla stampa la “maga del Vomero”, aveva nel frattempo acquisito truce e discussa notorietà, in particolare nel mezzogiorno d’Italia.

Nel languido golfo partenopeo, dove dimorava sulla collina S. Martino in una villa ritenuta sede di “arti delittuose”, la famigerata “Madama Bertoli” richiamava su di sé l’attenzione sdegnata della popolazione e l’intervento delle istituzioni per tutto quanto sembrava facesse di lei un personaggio da leggenda nera che trovava pure spazio nelle cronache riportate sia, nell’edizione domenicale del 29 giugno, che di lunedì 30 giugno 1913 del quotidiano “La Provincia di Brescia”.

Si è abitualmente indotti a pensare che gli insegnanti, se in trasferta dalla terra natìa, tutt’al più provengano, attraverso una sorta di immigrazione interna, dal sud Italia, mentre quelli del settentrione siano solitamente sistemati in un impiego nelle scuole del proprio territorio.

Nella storia di “Madama Bertoli” non è stato così e lei, “diplomata maestra” e bresciana autoctona, “fece un concorso, fu approvata ed andò ad insegnare in varie città e comunelli, finchè capitò a Giffoni Vallepiana in provincia di Salerno”.

Qui, l’incontro con colui il quale sposava solo religiosamente e con cui avrebbe poi vissuto alcuni anni, ma lasciatolo alle spalle, nella persona del tal Gabriele Giannatasio, sulla cruna nascente del 1897, la malmaritata arrivava sola a Napoli dove conseguiva il titolo di ostetrica.

Una qualifica destinata a far parlare di lei, in primo luogo perché esercitata dalla stessa donna quale professione e pure reclamizzata nell’ambito di una specie di avviata e sedicente clinica “pensione”, e, non di meno, perchè causa dei suoi guai per, a quanto sembra, le sue pervertite complicità e responsabilità, non a favore della vita, ma dell’eliminazione degli sgraditi neonati.

In tempi nei quali l’aborto era e sarebbe rimasto ancora molto a lungo illegale, una tale disponibilità d’equivoca titolarità ad un esercizio d’ostetrica levatura, interpretata nella soppressione della vita non già solo di feti, ma anche di inermi creature appena partorite, superava anche l’odierna mentalità permissiva di una qualsiasi e prodiga concessione abortiva.

Pare non si riuscisse ad incastrarla “Madama Bertoli” ed a Napoli, sulla collina occupata dal quartiere cittadino del Vomero, la donna bresciana aveva posto salde radici in uno stabile descritto in “quattro piani, due dei quali, cioè i superiori sono affittati a studenti di medicina e di legge”.

Un villino dove, nella prima estate di quel giugno 1913, da Rosina Bertoli si presentano il pretore di sezione avvocato Ettore Bozzari, il cancelliere Arturo Riccio ed il commissario Cav. Cosenza.

Pare, secondo le parole dei contemporanei, usate nell’eclatante precipitare a goccia tracimante il vaso degli eventi, che “già da circa due anni il giudice Bozzari era allarmato dal continuo rinvenimento per le diverse vie del Vomero di alcuni feti”.

All’interno della dimora di “donna Bertoli” spettava alle autorità convenute riferire poi circa l’esito dell’ispettivo e prevenuto sopralluogo mirato: “la vasta camera, a qualche metro sul livello stradale si constatò essere adibita a sala operatoria. Vi era infatti una grossa sedia da osservazione, però in cattivo stato, un armadio farmaceutico assolutamente vuoto e uno scaffale per ferri chirurgici, ma gli strumenti erano scomparsi”.

Quanto non appariva invece per nulla dissolto, nella vacuità di una dubbia insussistenza, si era rivelato essere il frutto di un’indagine nelle campagne sottostanti alla dimora: “…solo in un condotto sotterraneo si è rinvenuto un tovagliolo nell’acqua putrida che scorre lentamente e più lontano una massa nera che alla luce di un lume si è constatato non essere l’altro che l’agglomerato di miriadi di insetti che pare siano quelli che derivano dalle decomposizioni di sostanze organiche. Si affaccia l’ipotesi che in quel condotto venissero lanciati i feti che poi si decomponevano”.

Altro rinvenimento in fase extragiudiziale era avvenuto in una zona non lontana, qualche tempo prima “quando nelle prime ore di un mattino di primavera un monaco del convento dei Francescani rinvenne sui gradini che danno accesso al chiostro stesso un flacone di cristallo col tappo smerigliato. Incuriosito il frate lo raccolse, ma nel guardare all’interno, fu tale la sua meraviglia e raccapriccio che per poco il flacone non gli cadde di mano. Nell’interno egli vide il corpicino di un feto già morto raggomitolato su sé stesso”.

Pioveva in quei giorni a Brescia, mentre il quotidiano dava notizia di quanto a Napoli adombrava una donna bresciana in una pagina di cronaca dove, unitamente al bollettino meteorologico, l’articolo dal titolo “Nuovi particolari sulle imprese di Madama Bertoli” la descriveva secondo un impietoso ritratto, complesso ed enigmatico: “Strano tipo di donna la protagonista delle losche vicende delle quali si occupa ora l’autorità giudiziaria. Piccola, magra, bruttissima, attorniata da un vero giardino zoologico di pappagalli, scimmie, cani, gatti, è una formidabile bevitrice di birra”.

Pioveva anche a Napoli quel giornofuori la villa quando la Bertoli scorse la folla numerosa malgrado che imperversasse la pioggia ebbe uno scatto di sdegno ed i suoi occhi mandarono strani lampeggiamenti”, mentre, trattenuta dagli emissari della giustizia, andava incontro al suo destino.

Lampeggiamenti che riverberavano luce sinistra, attraverso quel tempo giunto alla resa dei conti per gli innocenti vagiti estinti. Nelle sfumature dell’intensità di sguardi arcani sono rimaste impigliate quelle memorie che fanno intuire la disperazione di donne e la pregiudizievole e sofferta ossessione che era vissuta, fra fatti dolorosi ed incresciosi, nella percezione da loro sperimentata in relazione ai “frutti della colpa”.

Neonati in capo a puerpere cometale Assunta, era uscita dalla casa Bertoli. Costei a quanto pare, sarebbe stata sottoposta alle stesse operazioni delittuose ad opera della Bertoli ed avrebbe dato alla luce un bimbo morto quasi subito. La puerpera però, malgrado le più vive ricerche, non è stata più rintracciata. Si è pure assodato che giorni or sono un’altra donna si è sgravata di un bimbo vivo e fu portato all’Annunziata”.

Oppure tenere creature riconducibili alvia vai di donne sconosciute, ma non si appurerà altro che le tristi colpe di quelle due contadine che ora piangono in un letto della sala maternità agli Incurabili”.

Di Donna Rosina Bertoli si indugiava nella stampa dell’epoca ad evidenziare anche alcuni suoi precedenti, come il presunto furto di piatti e di biancheria da cui ne era uscita però assolta in Pretura, un altro marito commerciante di pelli che “indignato per la condotta della moglie non va a casa che solamente di notte”, l’amante Gennaro Vitolo, suo vecchio amico, il cui fratello è titolare di 14mila delle 28mila lire di ipoteca gravanti sulla villa, e la figlia “una avvenente giovane a nome Maria, la quale ieri era tutta desolata ed atterrita per l’arresto della madre”.

Madre quindi “Madama Bertoli” che, in tale fertile ricchezza procreatrice, poteva trovare comunque nella sua vissuta e femminile vocazione il senso rivelatore a possibile rinsavimento di una degenerata ed impazzita sua presunta e personale aberrazione incriminata.

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