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In pieno Ottocento, ci si lasciava testualmente andare ad una serie di dotte elocubrazioni sul modo di gestire le proprie passioni amorose che coesistevano con la semplicità più prosaica di tempi grami.

La cosiddetta “malinconia erotica” era presente, come materia di lettura pubblicata, tra le pagine della “Gazzetta della Provincia di Lodi e di Crema” del 4 novembre 1837, insieme alle cronache del tempo, riecheggianti eventi anche lontani, e pure legate a dare visibilità a circoscritte contingenze, invece, locali e, rispetto ad altre, certamente più marginali.

Ad esempio, in questa edizione, enumerata a quarantaquattresima della serie di questo giornale, si informava che “Essendosi reso vacante l’impiego di capo Speziale presso lo Spedale Maggiore ed Uniti di Crema con lo stipendio di annue lire 1000 (mille) austriache; così, giusta gli ordini dati dal Rispettato delegatizio decreto 9 corrente n. 12672 – 2832 chiunque aspirasse al suddetto impiego, dovrà presentare la propria regolare domanda all’ufficio della Direzione dell’Ospedale Infermi sul corso di Porta Ripalta al civico 675 nel termine di giorni 42 (quarantadue) incominciando dalla data del presente. (…) Crema, 26 ottobre 1837. Il Direttore Baldini”.

Tale informazione era pure ribadita nella versione di un altrettanto formale avviso di concorso che contemplava, oltre al posto di farmacista, anche quello di “aggiunto farmacista” e di “praticante gratuito di Spezieria”, per i quali profili lavorativi, la stessa amministrazione ospedaliera richiedeva il produrre, per la propria candidatura, unitamente all’attestazione degli studi, anche il “certificato di sudditanza austriaca”, oltre ad un’ulteriore documentazione utile che poteva ricondurre ad altra possibile definizione del candidato che si proponeva nella sua ricerca lavorativa, come “la fedina criminale e politica”.

In questa epoca, contraddistinta dall’accennata “sudditanza austriaca”, l’intreccio scientifico fra un certo qualificato mansionario sanitario ed, invece, la trattazione di tematiche, connesse al contesto in aderenza ad uno spessore d’indagine salutistica, circa, cioè, un contributo accademico svincolato dal territorio, si profilava, secondo una stessa visibilità editoriale, andando a circostanziare, sul medesimo giornale, quanto era ivi sottoscritto dal dott. Stefano Franchi, in calce ad “Una parola sulla malinconia erotica”.

La rilevanza dell’argomento era, secondo l’autore, motivata dal fatto che “(…) L’amore, questo affetto divino inspiratoci dalla Divinità onde farci parer men grave il fardello faticoso dell’esistenza, viene collocato dai patologi fra i patemi d’animo e può, al pari di tutti gli altri patemi, dar ansa ad alcune malattie. La più comune di queste è la malinconia, la quale venne dagli antichi “amatoria” o “erotica” da greco vocabolo denominata. (…)”.

Si trattava di quanto, pare sia oggi comunemente inteso come “mal d’amore”, ossia di una sedicente forma di totalizzante trasporto nel sentirsi appartenere all’immagine percepita di una persona destinataria di un’attrazione formidabile, dalla quale, non riuscire e nemmeno volere, liberarsene, perchè infatuati ed attraversati emotivamente da tutta una serie di motivi che la rendono irrununciabile, al pari di quell’innamoramento che, quando è corrisposto, non tratteggia gli estremi, invece, problematici, derivanti dall’aver, al contrario, mancato l’obiettivo d’un assecondamento, costituendo una conseguente forma di “(…) disperazione la quale, talvolta, o fa cangiar di natura alla malattia o termina in altro modo infausto, particolarmente negli individui forniti dal funesto dono di un’ardente immaginazione, e di una fibra assai irritabile, attribiti, pressochè, indivisi da un temperamento sanguigno e sanguignobilioso. (…)”.

I rimedi pare che fossero, per l’estensore di queste righe, in quanto da lui, fra l’altro, era indicato ai medici della sua epoca: “(…) si prescriveranno con cura dagli ordinari cibi tutti gli stimolanti, siccome gli aromi, il cioccolatte, i pistacchi, le carni salate, le affumicate, il vino, i liquori, in una parola il vitto lauto e qualora accada di dar mano a qualche materiale rimedio, desso non sarà punto dissimile da quelli che usansi per le altre maliconie“.

Altra via d’uscita, da un morboso attaccamento al desiderio, qui esasperato in una fissità ostinata d’attrazione non corrisposta, incapricciata d’amore, era anche il consigliare tale presunto spasimante di “(…) sottoporre a rigoroso scrutinio la propria amata, scoprirne con sagacità i difetti, una volta scoperti, esagerarli, crearne o fingerne, ove non ne appaiono, dar opera onde sceverare i fantasmi dalla realtà, ogni ombra di mistero mandare in bando, e in una parola, scoprire nell’amata, la donna. (…)”.

Sullo sfondo, una quadruplice somma di altre constatazioni di massima, circa lo studio di questi casi, nella loro risoluzione andata ad effetto, grazie ai rispettivi antidoti esperienziali: “(…) O unire l’infermo in matrimonio colla sua amata, ed effettuare così una cura radicale, quando tale efficacissimo rimedio sia nei possibili, o ricorrere, nel secondo caso, per quanto si possa, agli aiuti che ci somministrano la filosofia morale e la religione, e se, a questi ultimi le preci ed il digiuno, che secondo un erudito alemanno, rare volte mancar sogliono di effetto. (…)”

A questi, anche il rimedio, certamente, draconiano, del mutare orizzonte, per “intraprendere, ove si possa, un lungo viaggio, insegnandoci l’esperienza che la malinconia e la stessa malinconia amorosa cede alle impressioni sorprendenti ed inattese fatte sui sensi da scene che danno principio a nuove idee, per esempio lo spettacolo rumoreggiante di una città popolata ecc. (…)”.

Altra sollecitudine, a favore di questi emuli del protagonista goethiano de “I dolori del giovane Werther” (1774), pare fosse anche e non da ultimo, “(…) di dimostrare all’infermo colla debita prudenza la miseria del suo stato, si cercherà di deviarlo dalla sua follia col dipingergliela nel modo più ridicolo e verace. (…)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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