Brescia – Un casermone, come insediamento abitativo, all’epoca delle prime televisioni ed una bambina, di nome Marymelì, alle prese con quei frammenti d’immaginazione che sono da lei stessa interpretati come semplici strumenti funzionali ad una progressiva trasformazione, raggiunta in una personale soluzione: “Il tempo avrebbe permesso al mio cuore di giungere oltre le frontiere che separano la realtà dalla fantasia”.

Storia reale e fantasia si alleano, qui, in una sinergia d’insieme: l’una, per dare una interessante cornice utile per un radicamento esistenziale alla piccola protagonista, l’altra, per aprire la strada alla poesia di un messaggio fiabesco che svela un’effettiva morale, proporzionabile anche nella versione svincolata dal suo stesso mero contesto.

La narrazione si sviluppa sul filo sottile che la realtà dipana su una possibile dimensione di confine: fra il visibile e l’invisibile, fra l’inspiegabile ed il più assodato scibile, fra la caricatura e l’esemplare che dal vero è incontrovertibile, fra l’insondabile ed il conoscibile, fino a trascendere la realtà irreversibile, spogliandola come un carciofo, ed esorcizzarla dal confronto diretto con il tempo a cui si riconduce un inesorabile processo di dissoluzione, prima dell’incombere dell’ignoto. Il tempo, come “l’implacabile assassino di ogni nostro frammento di vita”.

Luogo a baricentro del romanzo intitolato “Maman D’orè”, scritto dal bresciano Moses Soon, pseudonimo di Mario Vavassori, è il “Fiorin Fioretto”, dove “vivevano in tutto settantaquattro famiglie, una nutrita schiera di ratti, un innumerevole numero di pidocchi, blatte, acari, nonchè Orrendo, il randagio dal pelo fulvo seguito dal suo pasciuto harem di gatte (…)“.

Il libro dedica ampi affreschi al correlato indotto di un’esistenza condotta fra gli esigui perimetri di una dimora popolare, racchiusa in città, in una sorta di alveare, come in campagna, all’epoca, pare che fosse, tale esiguità residenziale, prerogativa di ogni singolo cascinale che in questa sede, invece, demandava l’uso a quegli spazi urbani che “Formavano il casermone dell’ex filanda del Bruco, ora condominio del Fiorin Fioretto“.

Mario Vavassori alias Moses Soon

In questo caso, si tratta di un intenso retaggio generazionale, contestualizzato, con efficace dovizia di chiari riferimenti e di interessanti aspetti altrettanto evocativi di una serie di caratteristici elementi, negli anni dell’immediato Secondo Dopoguerra dove il contenuto del libro trova quella temporalità d’insieme che pare potersi collegare ad una potenzialità di immedesimazione da parte di chi ha vissuto quegli anni attraverso il costante avvicendamento dei periodi che ne hanno costituito la tipicità di un comune assortimento, rispetto al consolidarsi di un subentrato cambiamento, spinto radicalmente fino all’attuale e mutante assestamento.

“(…) La storia di una bimba di sette anni che vede il mondo attraverso la bizzarra lente dell’immaginazione. Una favola che sa di vita vissuta e di vita ancora a venire. Parole per ritrovare e riscoprire il piacere e la magia di ciò che eravamo e siamo sempre stati: delle stelle splendenti perse nell’universo di un cosmo infinito“, spiega, fra l’altro, l’autore, circa ciò che anima questo ambiente, efficacemente trattato secondo un’umana sequela descrittiva corrispondente.

Coniugare il passato con l’incombere del tempo immediato, per prefigurare, del futuro, un destino sperato, pare possa costituire una traccia rivelatrice di questa riflessiva opera letteraria.

Veicolo, funzionale a tale prospettiva, è la vita, nella dimensione di un traguardo svelato, grazie alla raggiunta conquista della pienezza offerta dall’impronta imperativa di un significato.

Un empirico cammino di progressione iniziatica, personalmente sperimentato, attraverso i piani di un innesto maturato in un vissuto interpretato, coglie il condensarsi di ciò che il tempo ha stratificato, nella dinamica di un memoriale particolareggiato.

Vuoiciokepuoi o Puoiciokevuoi?!. La vita è una formula magica e ora sapete quali ingredienti usare per far sì che funzioni”: dichiara, con tali scompaginanti costruzioni lessicali, la giovane figura femminile, al centro della narrazione, dove lei stessa si muove avventurosamente alla scoperta di un nuovo orizzonte, dopo essere stata ispirata ad un viaggio, volto alla conquista di nuove conoscenze, da quanto raccontatole dal vecchio Caronte, nome non casuale nel suo conclamato ruolo di traghettatore, in questo caso emergente in qualità di un curioso personaggio, anch’egli residente nel “Fiorin Fioretto, un vetusto edificio di cento stanze e non una di meno(…). Era una casa scolorita dal tempo con una fila interminabile di ringhiere che giravano tutte attorno alla corte, tende da sole a righe azzurre e gialle, persiane verdi e tegole colorcaffè“.

Il romanzo si presta, fra l’altro, d’essere pure apprezzato mediante quest’accennata chiave di lettura, strutturata, cioè, in ordine ad un’azione in movimento, secondo un viaggio d’approssimazione e di ampio cimento, praticabile a definizione di una trama avvincente, anche percepibile a metafora di una intervenuta metamorfosi esistenziale, confacente a quell’esperienza disarmante che è sviluppata da una fanciulla promettente, in relazione ad una graduale apertura al mondo, anche inteso nell’ottica veritiera di una descritta complessità da fatale palcoscenico confliggente.

Nella clessidra dei giorni si proporziona il bilancio degli enunciati rispettivamente evidenziati da Moses Soon fra le circa duecentottanta pagine del libro, realizzato per la “Sophos Editore“, nei termini allusivi di “Ogni fiore è sbocciato dall’immenso albero dei miei ricordi”, come pure mediante la diretta enunciazione che “I ricordi parlano, rivelandoci cosa siamo e cosa diventeremo: basta saperli ascoltare”.

Fra altri aspetti, la considerazione, verso la figura materna, acquisisce pure forma esplicita nell’affermazione che la protagonista, nel rivelare implicitamente la natura del titolo dell’opera, condivide, con chi ascolta l’eco dei suoi passi, nella precisazione da lei espressa in alcune semplici parole d’amore: “Maman D’Orè, la mia mamma, un essere speciale”. Della madre, in una sorta di più ampia e struggente velatura autobiografica con l’autore, la stessa creatura insinua l’ammissione che “Maman mi aveva insegnato che dovevo valutare qualunque accadimento attraverso una mia personale riflessione“.

Oltre ad una specifica linea di definizione, stesa attorno a quelle caratteristiche storiche che, delle vicende narrate, paiono porsi a suggestiva ambientazione, in questo romanzo sembra che, in una spontanea memoria del cuore, la fantasia batta il ritmo dell’immaginazione, sul piano di una rielaborazione interiore, dedicata a quanto appare percepito in quella personale dimensione che è stata, ormai, dal tempo, relegata nell’autentico contesto di uno sperimentato altrove.

In pratica, da uno storico ritratto sociale, desunto da un dato riflesso epocale, deriva, nella risoluzione dei fatti descritti, la significativa autonomia di una riflessione che è fruibile al tempo stesso in cui vive oggi il lettore, essendo prevalente lo stampo personale delle considerazioni argomentate nei punti di snodo dove queste intuizioni sono esplicitate, rispetto all’attestazione dei loro concomitanti frangenti che risultano, in questo modo, separabili dall’immaginazione, nella cornice dei loro coevi parametri contraddistinguenti.

Il rimbalzo contemporaneo avviene anche per il tramite di aperti stralci, sostanziati da appunti conseguenti, che sono legati alla concezione di una illuminata dimensione fantastica appuntata figurativamente nell’alto imprendibile di una stella, nel merito della quale Mario Vavassori, alias Moses Soon, scrive: “(…) L’avete vista? Esatto, proprio quella: si chiama Fantasia. E’ da lì che vi guardo, mentre soffocati dalla frenesia di tutti i giorni, angosciati da mille banalità, farciti da mille inutili orpelli, nascosti dietro maschere insondabili, vivete una vita ossessiva, artificiosa, la stessa che vi siete costruiti. Una tecnologia criminale dilagante, come compendio dell’approssimazione, ha ucciso la spontaneità dei gesti. L’indifferenza ha sostituito la partecipazione, la solitudine l’impegno. I rapporti sono imbarazzanti silenzi e l’amore, uno sterile confronto virtuale. Ci siamo emarginati da soli, inebetiti da programmi televisivi demenziali che anestetizzano il cuore, ma più di ogni altra cosa, abbiamo perso la capacità di pensare e la voglia di amare. E’ questo il mondo che volete? (…)”.