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Peloponneso – Ha fatto qualche goccia di pioggia questa notte a Methoni. Forse ne avranno beneficiato i cactus, ben poco temo fichi, limonere e aranceti che ho visto reduci da un’estate calda e secca. Leviamo l’ancora verso le 7.30, prua verso sud-est: capo Matapan, l’estrema punta sud della penisola del Mani e della Grecia continentale.

Il dito di mezzo del Peloponneso ha un’aura speciale. E non ci si può’ andare senza prima aver letto Mani di Patrick Fermor, il viaggiatore inglese che più di ogni altro l’ha amato e raccontato e che a Kardamilii è vissuto per decenni con la moglie Joan.

Kardamili dal quieto incanto, rinfrescata d’estate dalla brezza del golfo e protetta dal Taigeto dai venti molesti del nord e dell’est. Qui veniva a trovare l’amico Fermor un altro grande viaggiatore, più conosciuto da chi ama la letteratura di viaggio: Bruce Chatwin. Anche Chatwin venne stregato dal fascino selvaggio del Mani e qui, nel piccolo cimitero fuori Kardamili, riposa per sempre.

Ci lasciamo alle spalle il Burzì che, visto da est, sembra ancora più attento al mare che lo circonda. A sud c’è la flessuosa e disabitata Sapientza, l’isola in cui nel 1209 venne sancito il passaggio di Methoni sotto la Repubblica di Venezia. A nord, oltre la costa, un’altra isoletta dal nome emblematico: Venetiko, come questo mare ai tempi della Serenissima veniva chiamato. Di fronte abbiamo 45 miglia di mare da fare, per Zara sono 9 ore. Sotto la luce dell’est, del sole che nasce ed è già potente, si scorge il profilo del Mani, con i suoi monti Taigeto che a nord arrivano oltre i 1200 metri d’altezza che soffiano sulla costa, quando pare a loro, con venti da raffiche anche di 40 nodi.

Anche per questa ragione, oltre per l’inaccessibilità di buona parte della sua lunga costa, il Mani non solo non è meta di navigatori delle vacanze – come noi – ma anche i suoi rifugi sono appena accennati nei portolani.

Verso sud la linea flessuosa dei Monti Cattivi, o Maligni, dolcemente scende al mare verso capo Matapan. I monti del Lontano, anima irrequieta e non proprio benevola, ci stanno aspettando. Gli unici rifugi che per la notte ci sembrano sicuri sono Gerolaminas, sulla costa ovest, e Porto Kagio, su quella est.

Avevo ascoltato Fermor raccontare delle leggendarie case-torri del Mani. Lui le aveva visitate negli anni 50. Ma non pensavo che le avrei viste. Invece, eccole lì, a strapiombo sulla costa, 2, 3, fino a 5 piani: più sono alte, più potenti, nel medioevo, erano i loro proprietari. I villaggi, ognuno di una manciata di case, sono sparsi come vespai sulle inaccessibili montagne. Non a caso, in quegli anni, Fermor ci era arrivato a piedi, lungo le mulattiere e i sentieri tracciati secolo dopo secolo dalle capre e dai manioti.

Le scogliere del Mani sono un colpo al cuore. A capo Matapan si tuffano a picco nel mare. Poco sopra alte torri. Forse quelle della famiglia Sklavonakas, parenti dei potentissimi Mavromichalis. Tutto attorno terre scoscese di calcare giallognolo ogni tanto interrotto da una rete di muriccioli che finiscono nel mare blu e molto ventoso.

Non appena doppiamo il capo, infatti, il maestrale rinforza. Raffiche di 25 nodi, improvvise. In modo eccentrico una si infila sotto la prua del gommoncino che ci stiamo trainando a poppa. La alza, la abbassa, la immerge nel mare, poi fa compiere al gommoncino un intero giro su se stesso. E’ stata una fortuna che la scotta non si sia rotta e che oggi il gommoncino, che ci permette ogni tanto di scendere a terra, sia ancora con noi.

Un bel faro bianco con le imposte azzurrine lavate dal vento e dalla salsedine, dà conforto alle barche che transitano lungo questa costa inospitale. Solo noi.

La baia più sicura nella costa est del Mani è Porto Kagio. Sul lato nord delle montagne stanno appollaiati un paio di villaggi. Alcune case sono ancora abitate. In riva, tre taverne e una fila di ombrelloni senza bagnanti. Un tempo baie come queste avevano come unico compito quello di offrire riparo alle navi pirata maniote. Una delle molle principali della pirateria qui era il commercio degli schiavi. Venezia e Genova erano i principali crocevia, i mercati più importanti. E come base usavano i loro feudi nell’Egeo.

Sulle alte rupi tra porto Kagio e capo Matapan sorgeva il tempio di Poseidone. Era il santuario principale degli Spartani, da cui per alcuni discendono gli abitanti del Mani. Ed era uno di quei luoghi, credo numerosi in Grecia, dove le anime dei morti potevano essere evocate dai loro assassini.

Questi che ci guardano mentre il sole scende a occidente sono i Monti cattivi, i monti malvagi, sono la casa del Lontano. Solo la luce di alba e tramonto li rendono più dolci e meno oscuri.

Il nome di questo porto deriva da quaglia. Qui gli uccelli in migrazione, prima di compiere l’ultimo salto verso Creta o l’Africa, si fermano a riposare. Ma trovano decine di cacciatori. Da sempre. Quando fa alba, dopo una notte tranquilla, sentiamo gli spari continui e l’abbaiare con il cuore in gola dei cani da caccia.

La sera perlustriamo il piccolo villaggio. A dieci metri dal mare c’è una bella torre restaurata di 4 piani , all’ombra di un antico eucalipto. Un’altra torre è stata trasformata in una guest house. Cerco di entrare, ma è chiusa a chiave. Sbircio dalle finestre e vedo la dura pietra antica con cui da sempre vengono costruite le case-torri del Mani. Una stanza sopra l’alta che un tempo erano raggiungibili solo attraverso botole oggi sostituite con strette scale.

Nelle taverne poche persone. Abbiamo mangiato in quella di mezzo gestita da un’elegante signora bionda sui 30 anni. Non sembra molto espansiva confermando quello che si legge sui manioti: sono fra i greci meno affabili, sono gente di montagna, di poche parole, non avezzi a foresti e turisti. Ma quando gli diventi amico, lo sarà per sempre.

Peccato, il tempo ci manca per diventare amiche. Dobbiamo levare l’ancora e portare la prua ancora verso Levante. Ci aspetta la Laconia e il temibile capo Malea. Partiamo di buon’ora nel suono dei fucili che accolgono le povere quaglie di passo. E nel canto di un usignolo solitario.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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