Brescia- Tre più uno. Tre personaggi, protagonisti di un libro biografico tripartito, ai quali si può aggiungere l’autore, per quanto, in ciascuno di essi, di lui se ne scorge l’inconfondibile impronta, in un pervadente riflesso evocativo, che è riscontrabile per la scrittura e per la intarsiatura caratteriale, attraverso le quali il triplice profilo del contenuto narrato risulta pure costituito.

Il giornalista e scrittore Tonino Zana racconta Mino Martinazzoli (1931–2011), Ottorino Marcolini (1897–1978) e Bruno Boni (1918–1998) che, con il loro cognome, campeggiano a caratteri cubitali nel titolo del libro, edito dalla “Compagnia della Stampa”, contestualizzando le rispettive figure che sono approfondite nell’iniziativa editoriale, espressa dall’accurata pubblicazione, anche per il tramite di quanto, il denso sottotitolo di copertina, reca, in un’esplicita ed in una efficace rappresentazione ricognitiva: “L’epopea del Novecento nel pensiero e nell’azione di tre illustri personaggi bresciani”.

Come, sul bianco sfondo della carta, il nero tipografico delle parole fissa in stampa concetti e considerazioni, tra i fermi capisaldi dei fatti formulati in precise informazioni, così i tre personaggi trattati hanno trovato un autore che comunica, pure tra gli spazi frapposti fra le righe e fra le immagini fotografiche, il loro significativo spessore, sia umano che sociale, tanto individuale quanto collettivo, nella polivalente compenetrazione documentata da un efficace stile colloquiale che sovrascrive ciascuna delle circa centosessanta pagine della pubblicazione con quell’autentico e cosciente sentimento proprio dell’essere compartecipe ad offrire il positivo senso critico al retaggio memorialistico della loro stessa rappresentazione.

Una proposta per la patria storia bresciana, ma con un implicito canale preferenziale aperto anche al comprovato livello nazionale di una corrispondente e consona attestazione, che Tonino Zana spiega nell’esordio dell’interessante volume, mentre la sua opera si apre alla prima lettura ordinata di una piacevole ed accattivante narrazione, specificando l’intento ispiratore “(…) per affrontare la storia breve e veloce di questi tre personaggi. Li ho messi insieme per la ragione che si collocano perfettamente in un triangolo di mosaicità lombarda: Marcolini lo spirito del fare, anzi il fare dello spirito; Boni il narratore e il facitore di giorni difficili e del riscatto, Martinazzoli il pensatore figlio di un’avventura che avrebbe voluto e insieme non avrebbe voluto, aspirando all’applauso, di un’intelligenza rara e proponendosi, talvolta, la solitudine di un cortile per gli studi”.

La ragione primigenia, catalizzatrice dell’opera dell’autore, è nella trama di una condivisibile avvertenza, sposabile all’altare nuziale del bene comune, in quanto, come afferma lo stesso Tonino Zana “il libro nasce, dunque da questa necessità di non perdere il filo della vita, il rapporto tra città e persone. Che ognuno possa sapere, se vuole, come e perché sono nati i villaggi la cui somma forma la Brescia intorno al centro storico, i villaggi Marcolini, l’epopea delle migrazioni, il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale e postindustriale. E ognuno, se vuole conosca il Dopoguerra con il sindaco per sempre, Bruno Boni, personaggio centrale nella trasformazione della città. E ognuno, se vuole, ripassi la predicazione politica e letteraria di Mino Martinazzoli, personaggio complesso, stimato a Brescia e a Roma, nei palazzi e nelle case del popolo, nelle città e nei paesi che ha toccato con un’intensa attività oratoria, relazionando in mille convegni, presentando centinaia di libri, provocando l’attualità e la misura tra essa e il passato con una bella attività personale di tipo pubblicistico”.

Due politici ed un sacerdote, ma non solo tali ed in quanto tali. Le azioni incarnate nella loro umanità ne denotano lo slancio assurto ad offrire in dote alla società l’interpretazione del proprio ruolo, coltivato nella fedeltà a quei talenti che ne hanno suffragato la notorietà, perché la completezza dell’uomo sia testimoniata nell’incontro con quelle sfide e con quelle opportunità che pare estrapolino il meglio dal concorso che su di esse è esercitato da una meritoria personalità.

Un aspetto, questo, su cui si pronuncia il regista Pietro Arrigoni, nella sua prefazione al libro, nella quale afferma, fra l’altro: “Solo nella dimensione più umana, nel confronto diretto con le difficoltà, questi potenti bresciani hanno potuto trovare le risposte alle necessità popolari”, mentre, a chiare lettere, l’introduzione alle tre parti principali del libro, affidata invece al giornalista Claudio Baroni, consente di cogliere, fra altri utili elementi, il concetto rivelatore che “Nei giorni delle bolle speculative, dell’apparire, del tirare a campare, dell’andare avanti che poi si vedrà, l’idea è quella di mettere lì tre uomini che hanno segnato la nostra storia, per i quali non c’era scarto tra l’essere ed il fare”.

Il significato di una sensibile chiave divulgativa, formulata in un registro narrante preciso, ma al tempo stesso esorbitante il solo schema nozionistico di un mero contesto biografico e conoscitivo, è nell’oltre identitario della triade contemplata, quale aura carismatica diffusamente nutrita da un’inclinazione motivazionale, vissuta nella pratica assidua, spesa nella propria comunità nel verso di un servizio che si coglie proporzionato anche nel riscontro di un’affermazione personale, foriera di una testimonianza valoriale, pure significativa di una conseguita differenza, fra una sintesi essenziale e l’espressione di un prodotto invece di una capacità esponenziale.

Un nesso di complessità, nella singolarità delle persone in questione, che Claudio Baroni sottolinea, ad esempio, per ciò che attiene quanto è oggetto della constatazione che, fra le pagine del libro “emerge a tutto tondo la figura di Martinazzoli che si trovò, non credo solo suo malgrado, nelle stanze del potere. Ma sempre con una venatura di ironia che coinvolgeva innanzi tutto lui stesso. La passione per la politica, il ragionamento, il dibattito: una passione che lo porterà a sentirsi “apolide” in questa presunta Seconda Repubblica, dominata dallo scontro incessante, dai personalismi esasperati sorretti da finti dibattiti in talk show che fin dagli inizi Martinazzoli definiva “fumisterie” prevedendo che avrebbero ottuso ogni ragionevolezza e indipendenza di valutazione”.Non solo vocazione di un religioso dei Padri della Pace, come a Brescia sono chiamati, in una curiosa tipizzazione locale, i consacrati aderenti alla “Congregazione di san Filippo Neri”, ma anche l’uomo, illuminato dalla grazia nella logica del fare, in relazione al quale, Tonino Zana, scrive, fra l’altro: “Numerose sono le attività di assistenza e solidarietà istituite da padre Marcolini. Il capolavoro spirituale e materiale della sua missione rimangono i Villaggi, a corona intorno alla città, oggi nucleo costitutivo di una Brescia assalita da un processo incontrollabile di migrazione. L’esperienza delle case e dei villaggi Marcolini si espande in tutta la provincia e in diverse parti d’Italia. Oggi, i figli e i figli dei figli hanno ereditato e vivono nelle case di villaggi Marcolini, conoscono il senso degli spazi e la strategia di una libertà orizzontale amica della religiosità. Un conto è il condominio di 100 appartamenti alla periferia di Milano, un conto è il villaggio di 100 case a misura della donna, dell’uomo, dei figli, dell’orto e del garage, del giardino e dei vani per i genitori e figli”.

Nel libro “Martinazzoli Marcolini Boni – L’epopea del Novecento nel pensiero e nell’azione di tre illustri personaggi bresciani” echeggiano, fra l’altro, in armonia con lo spirito dell’autore, alcuni contributi tratti dal confronto sul tema da parte del giornalista Giannetto Valzelli e del regista Pietro Arrigoni che, a margine della propria collaborazione, spiega, fra l’altro, nella sua accennata prefazione che “il presente volume raccoglie le letture sceniche estratte da tre testi memoriali elaborati dal giornalista Tonino Zana che ha desiderato rendere un omaggio semplice e affettuoso ai volti dell’eccellenza bresciana del Ventesimo secolo”.

In questa rosa concorde di personaggi, a proposito di Bruno Boni, “chiamato anche Ciro l’asfaltatore per la necessità negli anni del boom economico di trasformare le stradacce del dopoguerra in strade normali da percorrere con i nuovi mezzi”, il pensiero di Giannetto Valzelli è evocato attraverso alcune considerazioni, a suo tempo proposte sotto il titolo “Appunti per coniugare il verbo Boni al Festival della Brescianità” in cui, circa il primo cittadino di Brescia, il noto giornalista afferma si tratti di “Un Boni che praticava, dunque, la modestia come rapporto di umile estrazione con la gente della sua città. Succede a Guglielmo Ghislandi come sindaco nel 1948 e alla Loggia vi rimarrà per ben si tornate amministrative fino al 1975”.

Un politico di cui, nel riverbero dell’impegno istituzionale svolto nei ranghi di un partito di maggioranza, venata da una densità plurale, Tonino Zana scrive enumerandone anche i riferimenti dello sfondo, nel dettaglio di altri interpreti del medesimo ambito politico democristiano, testimoniando un’epoca contraddistinta, pure, da una varietà di esponenti notabili di una determinata appartenenza: “(…) Eccoli, Pedini il calmo, Martinazzoli l’aristocratico, Gitti e Padula i seriosi, Franco Salvi segretario di Moro, i fratelli Fontana, Sandro e Elio, agitati come il loro capo Donat Cattin, Gianni Prandini il facitore, i sindacalisti cislini con un piede dentro e un piede fuori il partito, perennemente, i cacciatori di Rosini, e i giovani rampanti, Riccardo Conti, Riccardo Marchioro, Mario Fappani, Lussignoli, il povero Gervasio Pagani che morirà in un incidente bestiale, d’un colpo, lui, sua moglie e le sue due bambine, un disastro, E quasi in disparte, orfani del loro capo, cioè proprio all’ombra di Bruno Boni, i suoi fedelissimi senatori De Zan e Fada. Più in là il parlamentare Zugno con i coltivatori diretti, Allegri con i commercianti, insomma, le correnti, le parti sociali che formavano un partito sempre unito e sempre diviso, federato di fatto in correnti, che al momento giusto, fino ad un certo punto, fu capace di trovare una sintesi e di non rompersi”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.