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Brescia – Come forse anche oggi, il “pianeta rosso” era l’ispirazione rivolta ad un intrigante altrove su cui congetturare l’eventuale presenza di altre forme di vita, secondo alcuni presunti indizi scientifici, raccolti in sedicenti prove.

In pratica, molto prima che l’uomo andasse sulla Luna, ci si chiedeva se Marte fosse abitato.
Su un altro sito planetario, i terrestri ipotizzavano figure di marziani che potessero essere i loro omologhi viventi, corrispondenti a non meglio definiti esponenti di altri lontani contesti dove lo spazio infinito ne inglobava l’esistenza in remoti recessi.

In quell’inizio di secolo che si portava appresso l’esito degli studi da tempo iniziati e particolarmente sviluppati in una serie di specifici risultati, emersi sul calar dell’Ottocento, pare che le tracce raccolte nel merito di tale vagheggiato convincimento, componessero la stima di alcuni aspetti fattibili, in tal senso, di un possibile aggiornamento.

Non erano notizie che si potevano improvvisare quelle che, il 9 gennaio 1901, ”La Provincia di Brescia” pubblicava in prima pagina, a firma di Arnaldo Gnaga (1865 – 1944), qualificato estensore fra i maggiorenti che la cultura, nel bresciano, delineava, in quegli anni, fra i propri fecondi e versatili esponenti, anche in grado di intervenire, nell’annosa dinamica del tema, attraverso una mirata trattazione correlata, fra l’altro, alla specificazione che: “Fra tutti i pianeti, Marte era quello che presentava le condizioni astronomiche e fisiche più favorevoli per accreditare l’ipotesi. La trasparenza della sua atmosfera mostra una superficie che poteva ben ritenersi costituita, come la terrestre, da continenti e da mari: molto più, che, ai poli, si segnala la presenza di una sostanza bianca la cui estensione è in relazione intima con le stagioni del pianeta. Si disse, è neve. Difatti si è potuto ottenere la certezza della presenza di un’atmosfera e, in questa, sebbene non frequenti, nubi e vapori di acqua. Ma si dovette rinunciare per diverse ragioni a considerare come mari le regioni oscure del pianeta. Le regioni non oscure, ritenute continenti, sono coperte da una rete di linee che sarebbero rette, se la superficie fosse piana, le quali presentano all’aspetto una grande regolarità ed hanno una larghezza che va dai 30 ai 300 km; canali scoperti da Schiapparelli nel 1887. Questo reticolato di canali che riunisce i cosidetti mari, parve una prova, non più della semplice abitabilità del pianeta, ma della reale esistenza su di esso di esseri intelligenti, ai quali, con vero slancio di generosità e di modestia, molti scienziati regalarono un ingegno e una civiltà di molto superiore alla nostra. Le regioni oscure dei mari si cangiarono in estensioni coltivate, e per rimediare alla gran penuria di acqua i Marziani hanno organizzato quella gran rete di canali che presentano una tinta più o meno scura, a seconda delle stagioni, e formano una delle più enigmatiche curiosità del cielo. Già correvano queste opinioni più filosofiche che scientifiche, quando, nel gennaio 1882, lo Schiapperelli scopriva su Marte un fenomeno singolarissimo. Molti di questi canali si sdoppiarono, e le due componenti si presentarono parallele, come rotaie di strade ferrate. Negato e tacciato di illusorio, il singolare fenomeno veniva confermato da Perrotin nel 1886, da Williams nel 1890, da Lowel e Flammarion nel ’94 e quindi messo fuori di ogni dubbio”.

Graffiti_marziani_1Sulla base di queste considerazioni, oltre a tratteggiare gli attribuiti riferimenti infrastrutturali di ipotizzati insediamenti, quali frutto di menti intelligenti, si facevano strada anche le controverse conclusioni circa l’aspetto dei presupposti abitanti di quel quarto pianeta del sistema solare, contestualmente ai minuti esercizi di ricognizione, comunque, effettuati verso le localizzate caratterizzazioni parcellizzate sulla superficie osservata che, del relativo ambiente telescopicamente esaminato, ne cercavano di proporzionare le svelate espressioni originali.

L’argomentato contributo bresciano, pubblicato sull’accennato quotidiano, entrato nel merito di una critica pacata alla allora divulgazione del fenomeno marziano, non mancava, fra l’altro, di documentare che “Ben più audace dello Schiapparelli è Percival Lowell. Questo astronomo americano ha fondato a Flagstaff, paese degli Stati Uniti a 2210 metri sul livello del mare, un osservatorio speciale, destinato alle sole osservazioni di Marte, e prese con sé gli astronomi Pickering e Douglas, (…). Dalle osservazioni incominciate il 22 maggio del 1894 Lowell si confermò nella ipotesi che Marte sia abitato, e si spinse per sostenerla a dotare i Marziani di dimensioni triplo delle nostre, di forze 27 volte maggiore, senza contare la migliore intelligenza”.

Entro un’altra orbita gravitazionale, avvalendosi di discipline scientifiche come la fisica, quale misura per il confronto con un sistema infinito che ridimensiona in sé ogni circoscritta entità sostanziale, sembrava che quegli studi astronomici cercassero pure di famigliarizzare con uno scambio di cieli sotto i quali porre una possibile intesa fra differenti esistenze, accomunate, fra loro, dalla prossimità di un riscontro funzionale anche a dare espressione effettiva ad un’analoga sorte di vita, rispetto a quella dell’uomo, a sua volta, da sempre, organizzato in società e propenso a trovare conferme, circa il proprio corruttibile incedere, nello specchio relazionale di una ineludibile alterità.

La menzionata voce bresciana, a proposito del tema interplanetario di cui la stampa locale ne offriva una poliedrica trattazione, pare che si arroccasse su una cauta soluzione, tradotta in quei termini salienti che, nel medesimo articolo di giornale, trovavano gli emblematici riferimenti per per una serie di prudenti ragionamenti: “Ora, chi scrive conviene che in Marte ci possono essere organismi inferiori paragonabili ai nostri vegetali, che ve ne possano essere anche di animali, ma ritiene che le condizioni termiche del pianeta non concedano l’esistenza ad esseri intelligenti come noi. Difatti, Marte riceve il 43 per cento del calore e della luce che vengono dalla Terra; per di più la rarità della sua atmosfera e la sua povertà in vapore acqueo non vi conserva che una parte minima di questo calore. Deve, adunque, regnare su Marte una temperatura troppo bassa per lo sviluppo di una animalità intelligente. Essa, può, tuttavia, esservi stata. Volendo immaginare esseri pensanti, dotati di tali facoltà da adattarsi a simile ambiente, bisognerebbe pensarli prodotti da altre condizioni fisiche bene diverse, e quindi ci sarebbero di imbarazzo quelle analogie fra la Terra e Marte, in base appunto alle quali nacque l’abitabilità di questo pianeta”.

marzianIn riferimento a queste caratteristiche, individuate per tale abitabilità, pare che uno studio correlato a tale aperta ottica affascinante, circa l’appurare la vita sul pianeta Marte, sia, comunque, continuato nel tempo, se, qualche anno dopo, un altro giornale pubblicava una notizia riguardo gli incoraggianti esiti di un ulteriore esperimento.

“La Sentinella Bresciana” di sabato 18 aprile 1908 informava sugli sviluppi di tale ricerca, nella sua fase circostanziata attorno al fatto dell’avere presumibilmente appurato “l’esistenza dei vapori acquei nell’atmosfera di Marte”, quale elemento alquanto fattibile di essere famigliare, per i terrestri, ad un’emblematica risorsa vitale.

L’incoraggiante rilevazione scaturita da questo analitico contesto, diluito negli spazi cosmici di uno sforzo immane di superarne la dimensione, coniugandola al nostro tempo, scaturiva dai lavori effettuati, rispettivamente, dagli astronomi Camillo Flammarion (1842 – 1925) e Percival Lowell (1855 – 1916). Quest’ultimo aveva, in quel periodo, inviato alcune fotografie, nella fattispecie dei testualmente citati “spettrogrammi”, del “pianeta rosso” al primo, il quale, poi, di tali immagini ne aveva fatto un commento alla stampa internazionale, mediante una dichiarazione pure ripresa nel menzionato ambito locale: “Esse danno quasi la certezza dell’esistenza reale di quegli immensi canali che costituiscono una vasta rete sulla superficie del pianeta. Una di queste fotografie, conferma la riproduzione delle incessanti variazioni che io avevo segnalato fin dal 1879”.

Sullo sfondo di queste sviscerate premesse, l’astronomo francese Flammarion, fra l’altro, concludeva pertinacemente che “Marte, evidentemente, non ha né il nostro clima, né la nostra temperatura, né la nostra atmosfera. E’, d’altronde, più vecchio della Terra di parecchi milioni di anni. Ci è, quindi, impossibile presumere in quali condizioni vivano i suoi abitanti. Ma l’idea di comunicare con essi non è così assurda, come sembra a prima vista, e io non dispero che vi si riesca abbastanza presto”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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