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julio 2Quito, Ecuador. Dalle due tazze di caffé saliva una linea di fumo che si perdeva nell’aria lasciando solo una scia di aroma, sopra di noi il cielo era di un blu intenso, la polvere era stata sciacquata via dal temporale, ora, oltre i profili della città di Quito, si stagliavano all’orizzonte le imponenti sagome dei vulcani. I caffé  ce li aveva serviti una signora corpulenta, dalla pelle color ocra e i lineamenti indios, poi con un’andatura lenta e pacata era tornata a stravaccarsi sulla poltrona logora all’ingresso del bar.

Julio fissava quella lieve linea di vapore, le sue parole sembravano salire verso il vento come il fumo caldo, ma venivano da un ricordo nero, cupo, come il fondo di quella tazza di caffè. Eravamo di ritorno da un viaggio di tre giorni, i nostri vestiti erano impolverati dalle strade sterrate che cavalcano vertiginosi passi andini. Erano stati giorni stupendi, io ero in Ecuador con la missione “Microfinanza Campesina” e dovevo fare un servizio fotografico per un quotidiano italiano a Salinas, un villaggio perso sulla cordigliera d’Ecuador, simbolo del riscatto campesinos, dove le cooperative guidate da padre Polo avevano cancellato lo spettro della miseria e ridato speranza ai poveri. Julio, in una valle lungo la strada, doveva fotografare i coltivi, sudore delle schiene dei campesinos,  bruciati dalla cenere di un vulcano che in quei giorni era in eruzione e aveva compromesso il raccolto di quella vallata già segnata dalla povertà; avrebbe poi scritto e fatto appello per convogliare soccorsi e aiuti per quella gente.

Ora, senza togliere lo sguardo dalla linea di vapore del caffè, mi stava raccontando della sua vita, ascoltavo in silenzio, prendendo appunti sulle ultime pagine pulite di un taccuino.  Julio era nato nel 1947 in Cile, quel lungo paese stretto tra la cordigliera delle Ande e l’oceano Pacifico per mille e mille chilometri, con paesaggi di estrema bellezza dal deserto dell’Atacama  alle fredde terre della Patagonia. Il padre e i fratelli erano rimasti aggrappati alle pendici delle Ande a coltivare viti da vino; Julio, dopo gli studi di ingegneria, aveva trovato posto alla Citroen cilena. Sin dai tempi dell’università aveva lottato per l’uguaglianza sociale, i diritti umani, molte e troppe volte calpestati nei paesi dell’America Latina, terra fertile per dittature sanguinarie al guinzaglio delle multinazionali dei paesi paladini della “democrazia”.ecuador014

Strinse con disinvoltura la tazza con le sole due dita che gli rimanevano e bevve un sorso di caffè bollente
–  Il sogno socialista di Allende durò poco, in un mattino i nostri valori di democrazia scomparvero e sprofondarono nel fango dell’ingiustizia e della violenza, come la polvere dopo il temporale. Non trovammo il tempo per renderci conto di quello che ci stava accadendo, del valore della libertà che avevamo costruito con fatica e che di colpo ci crollava addosso con tutto il suo dolore –  

I militari entrarono in casa di Julio una mattina di settembre del 1973, Santiago era in fiamme, il Cile viveva nella paura del terrore, lo stadio si riempiva di innocenti. Le foto dei loro occhi sbarrati a migliaia dietro la recinzione metallica o sulle gradinate fecero il giro del mondo, ma il mondo fece finta di non vedere o decise volutamente di tacere mentre nello stadio maledetto si consumavano torture e morte. Quei volti, anni dopo, entreranno nella storia cupa dell’uomo come “desaparecidos”.

–  Entrarono senza bussare nella nostra vita, le bambine piangevano disperate, non capivano, cercai come potevo golpe ciledi difenderle, mi schiacciarono a terra, sentii il dolore acuto dei colpi del calcio dei mitra, poi con violenza mi massacrarono la mano…guardavo le bambine e…mia moglie…-

Ci fu un lungo, interminabile silenzio. Rimasi impietrito. Il male sembrava avvolgerci denso, quasi reale, Julio continuava a fissare quella lieve linea di vapore che saliva dal nero della tazza del caffé, nessuno ruppe quel silenzio, quel senso di vuoto, di disperazione, di impotenza, di dolore…

–   Me l’ han matada… Dios mio ! – (Me l’hanno uccisa… Dio mio !)

Non  rivide mai più sua moglie, le due figlie le abbracciò solo quando il sanguinario dittatore Augusto Pinochet Ugarte, nelle prime elezioni pubbliche dopo anni di dittatura e morte, nell’ottobre del 1988, perse il referendum. Il dittatore fiero del suo “buon” operato disse ai suoi fidi, dopo la sconfitta elettorale: –  Nella storia vi fu altro plebiscito, il popolo doveva scegliere tra Cristo e Barabba, e scelse Barabba !golpe cile

Gli anni che seguirono la rocambolesca fuga di Julio dal Cile, aiutato dalla Croce Rossa Tedesca, furono di continua crescita interiore, maturata verso un’idea profonda di giustizia e di pace. In Nicaragua sostenne con la sua militanza il Fronte Sandinista di liberazione nazionale, ne uscì con la convinzione che la giustizia sociale si conquista lottando senza armi. Per quasi dieci anni di latitanza divise un piccolo appartamento con l’amico scrittore Luis Sepulveda – Luis usava la penna, io la macchina fotografica e la cinepresa, per raccontare la realtà umana, l’indigenza della gente latino-americana, per dare voce ai  poveri, schiavi innocenti dell’ingiustizia sociale del mondo –

Ma la giustizia non è di questo mondo, il dittatore cileno ha vissuto beato e scusato, è morto a 91 anni nel suo letto. La storia né condanna né perdona, dimentica e puntualmente cade nella banalità del male. – Dentro di me porto sentimenti di rabbia e perdono, un poco e un poco, momenti duri della vita che non vogliono passare e speranze che si accendono. In Ecuador ho ritrovato un equilibrio, una nuova famiglia. Lavoro per i poveri, per dar risalto ai loro mille problemi, per riscattare la loro cultura e dignità. Ora mi sto impegnando per il popolo della selva amazzonica, per i campesinos delle Ande, per gli ultimi. Combatto una battaglia senza armi e sogno giustizia e  pace per il mio popolo. Non ho un’automobile, non ho una casa, ho però la soddisfazione di servire la causa dei poveri e costruire una coscienza sociale  –

Nelle parole di Julio che ascoltai in un religioso silenzio, lessi il coraggio del vivere il presentejulio; nel ricordo del passato non c’era rabbia, ma indignazione come stimolo per lottare e credere in un mondo migliore. Restammo insieme altri giorni a Quito, parlammo a lungo, avevamo entrambi una passione per le montagne e l’avventura, ci scambiammo una promessa: sarei ritornato per legarci in cordata e salire le altissime cime ghiacciate che bucano le nuvole dei vulcani d’Ecuador.

Non ho fatto in tempo a mantenere la mia promessa, la sorte lo ha strappato dalla vita mentre era là in mezzo alla sua gente, mentre filmava in piazza a Quito volti e voci che chiedevano giustizia. Ricevo la notizia da un articolo di “Peacereporter” , subito confermata da una e-mail: «  Un clima da guerra civile sta caratterizzando Quito in queste ore. Negli scontri é morto un giornalista reporter cileno, Julio Agusto García, fotoreporter di 58 anni, che da vent’anni viveva in Ecuador, costretto a fuggire dalla dittatura cilena di Pinochet.» 19 aprile del 2005.

Perdere un amico è provare il dolore di una ferita profonda difficilmente curabile dall’illusione che sia solo sorte o destino. Rimane il ricordo del nostro abbraccio all’aeroporto e poi da lontano delle sue braccia alzate, del sorriso solare tra la folta barba bianca – Feliz viaje, amigo mio –  e di me che alzavo le braccia per gridare –  Suerte  Julio – ( Buona fortuna Julio ).

Vorrei gridarlo, ora, ancora al suo spirito.

 

 

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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