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Cosa pensasse d’Annunzio dei fiori, trapelava dalle memorie di chi ne aveva catturato un suo pronunciamento in tal senso, condiviso, fra altri accenni allora considerati inediti, dall’edizione del periodico locale “Brixia Fidelis”, diffusa nel mese di marzo successivo a quello della morte dell’illustre personaggio che in essa risultava ricordato: “(…) I fiori, dice il poeta, sono molto immorali. Non servono che a stuzzicare il vizio e le basse passioni. Io, per esempio, quand’ero studente, spendevo tutta la mesata che mi inviava mia madre in un sol giorno, comperando fiori da offrire alle belle signore – E continuò per un pezzo a spiegare l’immoralità delle profumate creature. (…)”.

Ancora secondo il prof. Edoardo Ziletti (1894-1973), significativo autore di queste pagine alle quali una certa gamma di stralci biografici divulgava ulteriormente la figura del poeta, emergeva un altro particolare, per il tramite di un analogo riferimento materno: “(…) A proposito di buchi, sua madre gli rimproverava, ancor giovinetto, che avesse le mani troppo bucate. – Quand’è che metterai giudizio? – gli diceva la buona signora. – Vedrai, rispondeva Gabriele, che quando sarò vecchio diventerò un risparmiatore. – Infatti, diceva poi raccontando l’episodio, eccomi qui, con le mani più buche che mai. (…)”.

Anche grazie al servizio fotografico, dettagliato in stampa, secondo una rosa di immagini realizzate dal testualmente citato “fotografo Allegri”, questa proposta di lettura si circostanziava nell’esplicito contesto evocativo del Vittoriale di Gardone Riviera, andando, fra l’altro, a sancire un riuscito e documentato intreccio fra il recepito territorio considerato e quell’acclarata acquisizione dell’impronta dannunziana, data all’ambiente dove, in una sontuosa consistenza, era rimasta assegnata: “(…) Finito il tempo della sua vita eroica, irato ogni giorno più dal triste connubio fra lo spirito intatto e la carne decadente, irrequieto del partire e del restare, trovò il luogo della sua sosta; il rifugio che gli apparve come uno dei suoi sogni fatto sostanza, ove la natura pareva aver ascoltato le sue canzoni, ed essersi atteggiata in gesti di inspirato amore. Così, si fermò sulle sponde del nostro lago, il più bello del mondo, e vi rimase chiuso nell’attesa. Osservate, amici bresciani, osservate con occhi nuovi il luogo dove nacque il Vittoriale, e vedete se non richiami il mondo poetico di d’Annunzio. Clivi asciutti, precipitosi e lieti, cipressi snelli e leggeri, e ulivi contorti e lucenti; azzurro di cielo e azzurro di acque; clima voluttuoso; incantesimo di luci e di ombre; tripudio di colori evanescenti, iridati, morbidi; dove il sogno è una necessità costante, dove la realtà è idealizzata fino allo spasimo; dove la silvana forma, sinuosa e potente, ha il profumo e i palpiti della carne viva, ed i fremiti di tutte le voluttà insaziabili. (…)”.

Insegnante, laureatosi all’Accademia Scientifico Letteraria di Milano, all’epoca dell’uscita in stampa del periodico menzionato, il prof. Edoardo Ziletti dirigeva l’istituto privato “La Leonessa” di Brescia, seguitando il suo impegno letterario anche con la produzione di opere teatrali, come pure, nel corso del Secondo dopoguerra, facendo il preside, pure nel capoluogo bresciano, dell’Istituto Francescanum (www.luzzago.it) e, su altro versante della sua eclettica personalità, distinguendosi anche tra i fondatori della loggia massonica “Zanardelli 715”, localizzata a Botticino Sera.

Il punto di incontro con d’Annunzio non è svelato nei suoi cenni biografici, riportati fra le pagine dell’ultimo volume dell’Enciclopedia bresciana, aleggiando un’interazione con il poeta, nell’allusione usata nel titolo del suo stesso contributo particolareggiato, a riguardo, cioè, di tali presumibili intercorsi che appaiono impliciti nel testualmente indicare gli: “Aneddoti inediti di Gabriele d’Annunzio raccontati da un amico di casa”.

Una dimestichezza con gli ambienti gardesani, assurti a dimora del famoso personaggio, posto al centro degli sprazzi condivisi secondo il personale memoriale che gli era dedicato, attraverso la quale singolare sede principesca vi scaturiva, fra l’altro, l’intima percezione del tutto caratteristica che “(…) la sua casa non ha la solidità massiccia dei monumenti marmorei. E’ tutta scatti brevi ed armonici: i muretti, le nicchie, i sentieri, sono in concordia discordi. Ogni arcata ha un significato, ogni pietra è un simbolo, ogni sinuosità un’immagine. Ma tutte queste cose acquistano un valore perchè sono sue, perchè sono Lui. E se vi è tormento, è appunto perchè la materia è tuttavia inerte, troppo assente, così da lasciargli lo spirito insaziato anche fra la più smagliante dovizia. (…)”.

Il riflesso di una propria rielaborazione, ispirata a tale luogo lacustre bresciano, preso in considerazione, proseguiva nel ribadire, in un dato accenno al nesso locale con la pittoresca caratterizzazione di una ideale rivendicazione territoriale, che è “(….) un angolo della nostra terra, dove il poeta eroe, potè costruire la sua casa incantata. Ora, Egli via ha pace. Soltanto ora. Sempre le aurore dorate si alternano ai sanguigni tramonti, e il lago sorride del suo luminoso sorriso, e fioriscono i colli e le spiagge esalando i profumi della rinnovata giovinezza; sembra che la terra respiri e sospiri. (…)”.

Qui, sembrano trovare il proprio scenario di contorno alcune minute dinamiche di descrizione del personaggio, osservato sul piano di una non meglio specificata confidenza d’ingaggio, riguardo gli intercorsi personali descritti, come nel caso di quegli altrettanti affreschi esplicativi che appaiono sottoscritti a margine di un proprio diretto e peculiare appannaggio, come, ad esempio, il raccontare che: “(…) Sapete che era amatissimo dei giocattoli, proprio come un bambino? Dopo cena, non avendo cerini per accendere la sigaretta, volle proprio servirmi lui. Andò nella stanza attigua e ritornò con un piccolo vassoio sul quale v’era una scatola di cerini. Allungai la mano e per una molla invisibile la scatola saltò in alto, provocando in me un naturale moto di timore. Ebbene, ne rise fanciullescamente per qualche minuto. (…)”.

Oltre gli episodi, ha, lo spessore di una testimonianza d’insieme, la sintesi contestualmente raggiunta in una corrispondenza d’immagine del poeta, rispetto all’affermare, in un interessante concerto d’accostamenti letterari, che “(…) di Dante non ha né il concetto, né la misura, né la fede, elementi essenziali della dantesca poesia; e del Petrarca non ha né la malinconia né la costanza; e del Foscolo né la sobrietà, né l’impeto, e dell’Ariosto non ha la spensierata gaiezza. Anche i due grandi che lo precedettero, Carducci e Pascoli, non hanno in comune con lui che un poco dell’ambiente e degli argomenti. Il culto della forma e l’anima pagana, come il sentimento della natura, si notano anche in d’Annunzio, ma il classicismo di Carducci ha un atteggiamento di adorazione nostalgica, quello d’Annunzio è vita vissuta, è ideale materiato; la natura acquista nel Pascoli una sensibilità quasi morbosa, che si fonde in un dolore universale; ha invece in d’Annunzio una sua vita multiforme, varia, indipendente. (…)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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