Con Vincenzo Quaresmini ed Antonio Pasinetti titolari della “Tipografia della Minerva” di Brescia, il “Giornale della Provincia Bresciana” di giovedì 11 ottobre 1838 mandava a segno un entusiastico resoconto della realtà locale, complessivamente aderente alle caratteristiche ricorrenti nel territorio afferente lo spettro di diffusione del medesimo periodico.

Durante il periodo del Lombardo-Veneto, una certa fonte utile, per circostanziare un’interessante e partecipe sollecitudine verso il dare testimonianza tanto del genere di osservazione utilizzata, secondo un dato passato andato, quanto di un atteggiamento capace di valorizzare un intero ambito identitario considerato, era risultata essere un manoscritto dell’agronomo Agostino Gallo (1499 – 1570) del quale se ne forniva una fedele trascrizione, nell’edizione dell’accennato mezzo di comunicazione, pubblicato ben oltre i due secoli e mezzo dalla redazione del suo fitto testo preso in considerazione.

Nella diffusa panoramica rivelatrice di come fosse intesa, durante il lontano Cinquecento, la diversificata zona, avente Brescia come capoluogo, pare emergere uno spontaneo metro di misura elogiativo di quanto osservato, con un personale trasporto nel fare una precisa menzione capillare dei vari aspetti per i quali si rendeva ragione di tale favorevole visione rivolta a quel contesto da cui, con tanto di argomentazioni, si andava a pronunciare una positiva disamina generale, spinta fin nel più minimo particolare.

Una sorta di tavola sinottica delle molteplici peculiarità, ascrivibili alle amenità territoriali di Brescia, anche quali feconde geolocalizzazioni di un appassionato inebriarsi di vari settori, capaci di esprimere altrettanti spessori di riconosciute attività, già in quell’epoca affermate, come, allo stesso modo, lo saranno a posteriori.

Su di esse, Agostino Gallo aveva già dedicato lo scrivere il libro “Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa” e, presumibilmente, nell’ottica di una riedizione di quest’opera, dedicata pure ad una approfondita descrizione delle tecniche, allora in uso, nel settore produttivo primario, aveva poi preparato una introduzione per una ristampa del riuscito volume alla quale assicurare un’ulteriore divulgazione dei punti attrattivi riferiti entro quella contestualizzazione che doveva corrispondere alle note sottoscritte rispetto alla medesima estesa panoramica contemplata: “(…) la quale è tanto maggiore, quanto che è più grande d’ogni altro d’Italia. Il quale nonostante che circonda poco meno di trecento miglia e che i monti, i colli, le valli, e campagne siano assai più che i campi fertili; nondimeno per essere abitato da più di seicentomila creature umane, è talmente ben coltivato che di sterile meritatamente acquista, invece, il nome di fertilissimo. Perciocchè siccome si trae da quei monti e valli gran copia di legne, e non poca somma di fieni, di castagne e d’altri frutti, si colgono anche dai colli buoni frumenti, perfetti olii, ed ottime bevande; e specialmente da quelli di Cellatica e di Limone; luoghi, in vero, che fanno le migliori vernacce di tutta Italia. Poi si vede la gran quantità di vini e grani, che ti produce il piano di Piedemonte di Franciacorta, e delle terre vicine; e non meno le utilità che ti prestano le spaziosa campagne, le quali sono commode ai tanti armenti che vi pascono intorno al mese di maggio e di settembre. (…)”.

In lungo ed in largo, lo sguardo dell’autore di questo documento tardo-cinquecentesco non tralasciava nulla dei capisaldi connotativi dell’economia bresciana, anche di come la stessa domina, ancor oggi, su quegli aspetti ormai assimilati in pensieri collettivi dove generalmente tale corposa realtà si particolareggia nei suoi conclamati e riconosciuti ambiti tipicamente esplicativi, come avviene nei comparti rilevabili dall’estrazione del marmo alla produzione armiera, dai cedri del Garda alla produzione granaria, per lo più, della pianura, dalla pesca nei laghi all’abbondanza di acque dei fiumi, come, ad esempio, l’Oglio appare nel virtuosismo interrogativo: “(…) Qual è quel fiume fra i tuoi che si possa agguagliare di grandezza, di bontà e di utilità, al tuo regale Ollio? Nome per certo conveniente a lui per la fecondità ch’egli presta ai campi che lo ricevono. (…)”.

Oltre all’evidenza dei più ingenti connotati naturali, intrinseci al territorio, come allora andava a riguardare anche l’attività delle miniere della Valle Trompia, la descrizione usata verso il bresciano dava spazio di una qualche visibilità anche a più rare manifestazioni, pure desumibili, sul posto, come nel caso degli “(…) alabastri, dè calcedoni, delle agate e dè diaspri perfettissimi. (…)”, quali ricercate risorse inerti colte a margine della caratteristica attività di estrazione di “infinite pietre bianche al paro di marmi. (…)”.

Note di pregio, assimilabili a tesori naturali, che nella stessa edizione di questo giornale pare si intersecassero con le preziose insegne reali, come il globo e lo scettro, veri e propri secondo i loro stessi termini, che, qualche settimana prima, erano state utilizzate, insieme alla antica “corona ferrea” per l’incoronazione dell’imperatore Ferdinando I (1793 – 1875), a Milano, in qualità di sovrano del Regno Lombardo-Veneto.

Per volontà del medesimo monarca, al fine di associare, fra loro, le due maggiori città di queste regioni dei suoi domini, accentrati, comunque, a Vienna, questi prestigiosi simboli reali, manufatti in metalli preziosi e frutto di una raffinata opera gentile di produzione, come simboli evocativi nella loro ideale soluzione, dovevano distribuirsi sia a Milano che a Venezia.

Anche da Brescia, durante il primo autunno di quel lontano 1838, erano transitati gli incaricati preposti al condurre nella città di “San Marco” il globo e lo scettro accennati, secondo quanto, ancora fra le pagine di questa pubblicazione locale, si trovava evidenziato, proporzionando, in una cronaca circoscritta, quel singolare affresco in movimento dove un’impresa d’eccezione andava ad effetto: “(…) Il trasporto da Milano a Venezia consisteva in due Imperial Regie Carrozze di Corte nella prima delle quali a tiro quattro erano le Reali Insegne entro i loro separati astucci, posati sopra cuscini, insieme con due Guardie Nobili del Regno Lombardo-Veneto, nell’altra i Reali Commissari a cui stava affidato il sacro deposito; e tutte e due erano scortate da un drappello dell’Imperial Regia Cavalleria. In Brescia ed in Vicenza, dove pernottò il corteggio, si trovò schierata mezza compagnia dell’Imperial Truppa di linea per prestare il servigio d’onore e di sicurezza. (…)”.