Brescia – Sul colle Cidneo di Brescia, dove più che i caldi mattoni in cotto sono le grigie e biancastre pietre taglienti a proporzionare il freddo castello che vi sovrasta immanente, è rimasto allestito per numerosi anni uno zoo, come attrattiva per varie generazioni di visitatori.

Mentre, a livello locale, faceva notizia il transito nel cielo vespertino di Brescia del dirigibile P5, impegnato nel raid Verona, Milano, Torino, Genova e Livorno e, a livello internazionale, si stava invece compiendo la completa occupazione di tutto il territorio costiero della Cirenaica, da Bengasi al confine, per la definitiva conquista italiana della Libia, i quotidiani bresciani del 1913 davano notizia, fra le molte altre di cronaca, dell’assoluta novità riguardante “L’apertura del giardino Zoologico sul Cidneo”.

Pare che da principio l’iniziativa, approdata a concreta conclusione ad inizio dell’estate di quell’anno, avesse dovuto chiamarsi “fossa dei leoni che doveva contenere solamente alcuni di questi animali, simboleggianti la cara città nostra”, ma poi la consistenza, apertasi a corrispondente ventaglio sui propositi di un apposito Comitato Cittadino, aveva in realtà reso possibile un più copioso decorso nell’intraprendente idea di fornire Brescia della perenne esposizione di varie specie di animali in cattività.

Siamo alla vigilia di quella ricorrenza che allora, come oggi, pone a calendario la festa dei santi Pietro e Paolo in quel 29 giugno che, insieme all’onomastico di chi, nelle generazioni trascorse ed in quelle attuali, trova i festeggiamenti per il proprio nome di battesimo, nel 1913 incontrava motivo di ulteriore distinzione per il tramite di una curiosa e folcloristica novità circostanziata, come una torta fra delimitanti proporzioni e gustosi richiami d’appetitose guarnizioni, sulla dolce altura turrita di un ormai pacificato castello.

Qui sbarre di griglie e di inferriate, come recinti e steccati per un’esistenza delimitata in pochi spazi, racchiudevano quegli animali che all’inizio del novecento a Brescia si era pensato di condurre anche per volere essere allineati alle analoghe offerte di stabili rassegne zoologiche presenti in altre località d’Europa, delle quali “vanno orgogliose infinite città d’Oltralpe”.

Nella stampa locale non sono mancati i caratteristici riferimenti alla mentalità del tempo che, curiosità nella curiosità, nel debutto di una nuova realtà, alludevano sia ad alcuni aspetti politici che culturali in auge durante quegli anni, nelle contrapposizioni e nelle differenziazioni striscianti lungo le varie tendenze d’opinione.

Appena superata la giornata inaugurale, il cronista del quotidiano “Il Cittadino di Brescia” di lunedì 30 giugno 1913, autore dell’articolo dedicato all’avvenuto avvio dell’apertura del “Giardino Zoologico”, dopo aver messo in risalto che, a proposito degli animali, “la raccolta è abbastanza interessante ed alla quantità e alla varietà supplisce la qualità”, lanciava una scherzosa provocazione alla controparte politica, del proprio giornale di ispirazione cattolica: “Certo però quelle bestie feroci bisogna che facciano giudizio e non si sbranino più fra di loro, ma cerchino di andare d’accordo, non certo prendendo l’esempio dai socialisti bresciani”.

La quotidiana edizione uscita in stampa nella stessa giornata dell’ultimo giorno di giugno del 1913, con le pagine de “La Sentinella Bresciana”, nel deprecare che alcuni bambini avessero bersagliato gli esemplari in gabbia con alcune sassate, prendeva spunto per infarcire lo scritto con un’allusione ad una corrente di idee dell’epoca: “….A questo proposito ci si assicura che le leonessa, ai primi colpi di sasso, si sia dignitosamente ritirata nelle quinte, esclamando: “Si vede che m’hanno presa per una belva…..futurista. E si che io coi bresciani ho un certo grado di parentela”.

La leonessa si chiamava Sadisc ed è descritta nel dettagliato articolo che nel giornale “La Sentinella Bresciana” di sabato 28 giugno 1913 annunciava l’inaugurazione dello zoo da lì a venire l’indomani: “Una superba leonessa dell’Uganda. Catturata allo stato selvaggio conserva la forma caratteristica dell’animale scevro dai difetti di costituzione che menomano la bellezza di quelli nati in prigionia”.

Il felino, per fortunata iniziativa poetica di Giosuè Carducci, attribuito in lirica e simbolica emblematicità alla città di Brescia, era rappresentativo di geografie lontane ricondotte nel capoluogo bresciano insieme alle più svariate latitudini evocate attraverso le origini degli animali stessi racchiusi nello zoo.

Dall’Africa, piuttosto che dall’Asia, dal Medio Oriente piuttosto che dall’Europa Orientale, gli esemplari custoditi sembravano racchiudere in numeri contenuti quella pluralità che diversi decenni a venire avrebbe riguardato la varietà stessa delle etnie comprese nella complessità di una società divenuta multietnica. Una società modellatasi all’insegna di un’integrazione confacente al confluire anche a Brescia di nazioni provenienti dalle medesime parti geografiche da dove venivano gli animali dello zoo, documentati al principio dell’apertura al pubblico della sede inaugurata.

Dall’India, ad esempio, sul colle Cidneo faceva la sua parte d’attrattiva zoologica “una bellissima pantera, giovane esemplare robustissimo, che giunse qui lo scorso anno con una compagna, inviata da Bombay dall’egregio cav. Giovanni Gorio, console generale d’Italia. E’ colpevole di fratricidio, avendo essa scannato durante l’ora del pasto la sorella chele disputava accanitamente un boccone di carne”.

Due pecore del Dakal, regalate dal cav. Sandri e due caprette abissine donate dal nobile Lelio Fenaroli, interpretavano a loro volta altri richiami dall’altrove lontano. Dall’est europeo si specificava l’origine di altri animali partecipanti all’originaria edizione dello zoo cittadino nel riferire circa “un gruppo di cinque lupi dell’Europa Orientale”, mentre dal tipico e vasto “habitat che si estende dal Giappone al Capo di Buona Speranza” era presentato “un grazioso esemplare di leopardo africano” e, percorrendo idealmente altre strade del pianeta, l’itinerario fra quanto mostrato in castello travalicava le verdi cornici del giardino in cui l’esposizione si strutturava soffermandosi sulle specie che dalla Russia e dalla più assolata Siria permettevano di considerare rispettivamente “l’Ursus aretos” e “l’Ursus syriacus”.

Al di là degli orsi, facenti capo a zone contrapposte della loro diffusione, erano le volpi a costituire l’espressione locale di quanto messo nello zoo, organizzato grazie all’intervento “del Municipio, della Deputazione Provinciale, della Società di Storia Naturale “Giuseppe Ragazzoni” e di diverse altre associazioni”. Il fulvo e svelto animale era esibito in quattro esemplari tutti catturati “nella Provincia nostra e dono della Società Giuseppe Ragazzoni di qui. Tra esse ve n’è una appartenente alla varietà dal ventre nero (vulpes melanogaster) assi rara”. Accanto a loro, ai visitatori dello zoo durante la giornata della sua prima apertura, era mostrato anche un “tasso (meles taxus) il più grosso dei nostri mustelidi, singolarissimo pel suo modo di camminare che lo avvicina assai ai plantigradi, comune in tutta Italia, fuorché in Sardegna e le cui abitudini sono troppo note a tutti per ripeterle qui”.

La varietà degli animali riferita nell’articolo era speculare al molteplice numero delle notizie riportate nella medesima pagina del quotidiano, dove si riassumevano le principali caratteristiche esordienti “dell’Arca di Noè” sul colle cittadino. Mentre la marcia della colonna Cavaciocchi “composta da Alpini, Ascari e Batterie da Montagna rafforzata dal 52mo fanteria” proseguiva in terra libica a “sottomettere il territorio degli Abeidat orientali” e nello stesso periodo in cui “in occasione dell’inizio della prima campagna spugnifera nella Tripolitania l’on. Bertolini emanò un decreto approvante le norme ed i consigli pratici per l’esercizio alla permanenza a fondo del palombaro”, trenta centesimi erano fissati per l’ingresso nel giardino zoologico di Brescia che scendevano a quindici per i ragazzi e per i militari di “bassa forza” (cioè, la truppa, rispetto agli ufficiali).

All’immaginazione delle sopravvenienti generazioni si apre un ulteriore spiraglio per la possibile ricostruzione di quell’avvenimento, entrato nella coscienza collettiva locale, come attrattiva di folclore e di costume, legata anche ad ispirazioni di studio e di rappresentata manifestazione delle specie animali.

“La Provincia di Brescia” di sabato 30 giugno 1913 dedicava spazio per informare i suoi lettori circa il fatto che “appena entrati, proprio dirimpetto al cancello d’entrata, vi è un chiosco di cemento armato in cui il comitato ha stabilito di installare una vendita di cartoline illustrate di soggetti riguardanti esclusivamente il Castello. Tale impegno è stato assunto dal fotografo Testani la cui riconosciuta valentia ed abilità garantiscono che saranno messe in commercio cartoline originali ed artistiche”.

Intanto, mentre qualche emigrante bresciano scriveva dall’estero al comitato organizzatore per proporre in dono alcuni animali tipici delle terre dove era espatriato, alle statiche vedute di Brescia, ritratte nella ricercatezza fotografica delle annunciate cartoline, si aggiungevano quelle contemporanee ai protagonisti di quei giorni, alcuni dei quali si confrontavano con l’esoticità degli animali, quasi configurando un confronto fra generi viventi in cui poteva pure scapparci una battuta ironica, come “La Provincia di Brescia” di lunedì 30 giugno 1913 scherzosamente insinuava: “…durante la visita un signore sentì mormorarsi alle spalle: “che bestia!!”. Si guardò intorno cercando, si trovò solo”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.