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Al podere la Madonnina, dove il fiume Oglio segna il confine tra Brescia e Cremona, abita Fausto, classe 1924, ha 91 anni ma è solido come la quercia che incontri prima del suo cascinale. In azienda lavora con i figli, i nipoti e una famiglia di indiani. Basta stringergli la mano per cogliere l’energia lasciata in eredità da generazioni di contadini. Non parla molto, ma quando lo fa è a buon proposito; ricordi, citazioni e proverbi: come vuole la tradizione.fausto

All’altra porta che s’affaccia sulla stessa aia abita Singh Kuldip con la sua famiglia. Singh, che in cascina chiamano Mario, per comodità, è arrivato in Italia in cerca di lavoro nel 1995. Al suo villaggio in India, sulla strada che da Nuova Delhi porta in Kashmir, il lavoro nei campi scarseggiava, perché ci sono ancora paesi al mondo dove un anno di siccità equivale ancora a carestia. Nel 1997 ha trovato lavoro dal buon Fausto. Un anno dopo lo ha raggiunto la famiglia. Il primogenito si è diplomato, mentre la figlia studia di ragioneria. Una famiglia felice.migranti 1

Due storie e due generazioni lontane, eppure molto vicine nelle vicende umane; il saggio Fausto se lo ricorda bene il tempo “dell’albero degli zoccoli”. Allo scadere del contratto agricolo, molti braccianti si trovavano senza lavoro dalla sera alla mattina. Le strade di campagna e l’argine del fiume assistevano, nella nebbia e ai primi freddi, alla malinconica processione di intere famiglie costrette ad andarsene; carri nell’alba buia lasciavano i grandi cascinali, carichi di mobilio sgretolato dai tarli e di un’umanità tarlata dalla miseria. In “quattro e quattr’otto” si caricava il carro, si abbracciavano i vicini, di loro non rimaneva altro che il rumore degli zoccoli e del cigolio del carro sulla grande aia, mentre le loro sagome si perdevano nella nebbia. Migranti della terra.migranti 3

Oggi la grande pianura assiste da anni ad un’integrazione reale, nascosta tra l’afa e la nebbia di cui nessuno parla mai. La gente migrata dall’Asia è essenziale nel tessuto economico agricolo, da anni il ciclo della mungitura nelle stalle e molti lavori delle campagne sono gestiti da indiani o da pachistani. È parte di quella “padania” onesta, caparbia e silenziosa, solidale per vocazione, per quel patto firmato lealmente da generazioni con la terra e con la fatica di coltivarla.

Sono arrivati nelle campagne padane vent’anni fa a cercar lavoro i migranti con il turbante; nella loro dedizione e nel rispetto per gli animali i nostri contadini hanno trovato del buono.migranti 7

Quei visi ambrati in cerca di lavoro rimandavano la memoria ai loro padri, alle miserie contadine, alle difficoltà e alle migrazioni di cascina in cascina a cercar lavoro dopo la scadenza del contratto agricolo nei giorni di San Martino. Non l’han fatta tanto lunga i nostri delle campagne, poco importava se le loro donne vestivano il sari, se per pregare si inginocchiavano verso la Mecca, se parlavano un altro dialetto o se non conoscevano San Antonio circondato dagli animali; erano venuti a dividere le fatiche della terra e questo bastava. Hanno passato volentieri di mano le tette delle vacche gonfie di latte, e qualche domenica i bergamini nostrani si son messi in tasca le loro, a riposare la stanchezza cronica ereditata da generazioni di fatiche nella stalla.migranti 4

I migranti d’oriente hanno lasciato i monsoni e si son trovati immersi nella nebbia, a mungere in stalla 7 giorni su 7, feste comandate comprese, ma con una casa, legna per la stufa, tanto mobilio quanto basta ad arredare una contrada dalle loro parti e uno stipendio da impiegato di banca.

I nostri contadini li hanno tenuti con sé al cascinale, non li hanno mandati a dormire, dopo il lavoro, in qualche quartiere-ghetto delle città. È andata così nelle terre basse l’integrazione, senza tanti fronzoli, rozza ma leale.migranti 6

Raccoglitori di frutta e verdura sfruttati al nero, razzismo, respingimenti e malavita sono venuti dopo, in altri contesti e in altri luoghi. Due facce di una stessa medaglia, con un abisso immenso che li separa; perché quando si parla di immigrazione nelle campagne, per dirla in breve, non bisogna far di tutta l’erba un sol fascio. La gramigna infesta ogni settore dell’economia, il più delle volte si radica in quella terra maligna che chiamano “Mafia”, che attecchisce ovunque da sud a nord.migranti 5

Raccontare di questo non è facile: lì dove aleggia il male e il lavoro sanguina di schiavitù non ti puoi sedere all’ombra della piccola cappella della Madonna, che da il nome alla cascina del saggio Fausto, e stare ad ascoltare i racconti malinconici del nonno. Nell’universo del lavoro nero, di caporali, di sfruttatori e di schiavi in continuo aumento, non si può chiedere: è permesso? Chi ci ha provato l’ha fatto a rischio della vita, come il giornalista-infiltrato Fabrizio Gatti che racconta la sua lunga e agghiacciante avventura sulle rotte dell’immigrazione nel toccante libro “Bilal, viaggiare, lavorare, morire da clandestini” edizioni BUR, Biblioteca Universale Rizzoli. Un invito a leggerlo.

Eppure accade tutto ora, qua nelle nostre campagne, dal ricco nord-est alla Sicilia, due secoli di storia cancellati di colpo con la spugna del profitto, e sono ritornate a solcare i mari le galee degli schiavi e da coloro che fuggono dalle “nostre” guerre, combattute con le armi prodotte dalle “nostre” fabbriche. Molto sono finite in fondo al mare “nostrum”. Una vergogna umana che credevamo estinta come la peste. I loro visi spauriti in cerca di vivere raccontano crudeltà che non esistono nemmeno nella Capanna dello Zio Tom!

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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