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Messicano, da una trentina d’anni in Italia, José Luís Rhi-Sausi è segretario socio economico  dell’Istituto Italo-Latino Americano (IILA) e dirige assieme a Daniele Frigeri, direttore esecutivo del CeSPI, l’Osservatorio nazionale sull’inclusione finanziaria dei migranti.

Un lungo percorso di conoscenza che l’ha portato a essere accreditato fra i massimi conoscitori del continente latinoamericano attualmente in Italia.

Cassa Padana l’ha incontrato personalmente grazie alla Fondazione Solidarete e al ‘Progetto Due Sponde’ in Perù, attraverso il quale CeSPI sta lavorando alla creazione di uno strumento finanziario in grado di valorizzare le rimesse dei migranti come fonte di finanziamento per imprese socialmente orientate nella madrepatria. Nel paese sudamericano la piattaforma
per la valorizzazione delle rimesse fa perno sulle cooperative di risparmio e credito conosciute attraverso il progetto Cassa Padana-Fenacrep.

L’Osservatorio nazionale sull’inclusione finanziaria dei migranti si occupa da vari anni di migranti e della loro cittadinanza economica. Chi sono gli stranieri della porta accanto e come vivono il loro rapporto con le istituzioni finanziarie del nostro paese?

Direi che il monitoraggio del comportamento finanziario dei migranti mostra, in primo luogo, una verità tanto semplice quanto banale: i migranti, finanziariamente parlando, non mostrano alcuna differenza significativa rispetto agli italiani. Quando ho iniziato ad occuparmi di questo fenomeno, in un lavoro di ricerca sulle BCC alcuni anni fa, gli operatori di queste banche avevano molto chiaro che l’offerta dei servizi bancari non doveva distinguere la clientela migrante da quella tradizionale. Il punto casomai era come arrivare a questi nuovi clienti sia in termini
linguistici che culturali.

Non è quindi nel comportamento finanziario dove troviamo le specificità delle comunità migranti. I dati ci mostrano che la maggioranza dei migranti in Italia dispone di un conto
corrente (poco più del 60%), che l’inclusione finanziaria è fortemente dipendente dal grado di integrazione occupazionale e che i fattori stabilità e tempo sono fondamentali per incrementare e rendere più complesso il loro rapporto con le banche.

La differenza più significativa e interessante riguarda la “doppia” identità dei migranti. Il cercare di fare parte di una comunità nel Paese ospitante e, allo stesso tempo, di
appartenere ad una comunità nel Paese di origine. Questa specificità si manifesta in particolar modo nella gestione del risparmio. Scelte razionali dove l’opzione di consumo e investimento personale sono fortemente condizionati dalle opportunità che i due contesti sono in grado di offrire.

Dalla bancarizzazione del migrante all’impegno nel campo delle rimesse il passo è breve: ci racconti come nasce il progetto di una piattaforma per l’invio dei
risparmi dei migranti e come si sta sviluppando.

Sempre più, a livello nazionale e internazionale si discute circa il possibile ruolo che possono assumere le rimesse dei migranti nel contribuire allo sviluppo del paese di origine. Nonostante possibili effetti distorsivi è ormai comunemente riconosciuto un effetto complessivo positivo delle rimesse nei contesti di origine, ma le potenzialità di un collegamento diretto fra rimesse e sviluppo del territorio non sono state ancora adeguatamente sperimentate e realizzate dal nostro punto di vista.

Le iniziative che negli anni sono state realizzate e che il CeSPI ha studiato da vicino sono molte e in diversi casi innovative e interessanti, ma non riescono a raggiungere una dimensione diversa da quella puramente locale o temporalmente limitata al progetto a cui fanno riferimento, rimanendo nell’alveo delle “buone pratiche” senza riuscire ad incidere a livello
di sistema.

Collegare le rimesse, che sono risorse private e rispondono a logiche di breve-medio periodo, con lo sviluppo del territorio che rientra in un’ottica di medio-lungo periodo e con profili di rischio più complessi, costituisce la sfida di fondo che vede nell’intermediazione finanziaria uno strumento fondamentale per agire da moltiplicatore e modificare rischio e orizzonte temporale.

La bancarizzazione in Italia e nel paese di origine (della famiglia del migrante) costituiscono quindi due passaggi essenziali perché il processo abbia inizio e trovi possibilità di realizzarsi. Si tratta prima di tutto di favorire e incentivare il più possibile una canalizzazione delle rimesse e più in generale del risparmio dei migranti che vada ben oltre il semplice trasferimento
ma che preveda una reale intermediazione creditizia rivolta al migrante e alla sua famiglia e al territorio di riferimento.

Una sfida che ha portato, nel 2009, quattro Fondazioni bancarie (Fondazione Cariparma, Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo e Fondazione Monte dei Paschi di Siena) ad associarsi per realizzare un progetto innovativo che provasse a rispondere a queste due esigenze: immaginare un modello di sistema e realizzare quel collegamento fra rimesse e sviluppo del territorio nel rispetto delle esigenze dei migranti.

Il progetto, avviato in Senegal, ha portato al disegno di un modello di canalizzazione delle rimesse verso i paesi di origine dei migranti attraverso il coinvolgimento dei sistemi
finanziari di entrambi i paesi coinvolti: Italia e Senegal, in questo caso. Sottoposto ad un’ampia consultazione fra esperti e operatori finanziari dei due paesi, la verifica della fattibilità del modello, chiamato per semplicità Piattaforma, ha portato all’avvio di una fase sperimentale che ha interessato, oltre al Senegal, anche il Perù e l’Ecuador.

La missione di Cassa Padana in Perù - Settembre 2009Dalla década perdida a modello di crescita: l’America Latina è finalmente diventata grande o abbiamo solo cambiato la nostra idea di sviluppo e qualità della vita?

Effettivamente, l’America latina è molto cambiata nell’ultimo decennio
. I due indicatori più evidenti di questa trasformazione sono, da un lato, una crescita economica sostenuta e, dall’altro, una riduzione significativa del numero dei poveri e un importante aumento dei ceti medi. Ciò ha contribuito anche a modificare la visione esterna sull’America latina. Sarebbe però prematuro ritenere che questi avanzamenti siano processi senza ritorno.

La forte dipendenza sulle esportazioni dei beni primari, il perdurare delle disuguaglianze sociali e i livelli di insicurezza sono sfide ancora molto attuali e richiedono politiche pubbliche lungimiranti fondate su una forte partecipazione dei cittadini. Va sottolineato, però, che a differenza del passato esiste la consapevolezza dei problemi da affrontare. La recente Conferenza Regionale su Popolazione e Sviluppo, tenutasi a Montevideo in agosto scorso, ha indicato con chiarezza gli impegni che debbono assumere i governi latinoamericani per affrontare le sfide più importanti.
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Dambisa Moyo, economista zambese, squarcia un velo e parla di ‘carità che uccide’, mettendo sotto accusa gli aiuti ai paesi in via di sviluppo perché hanno reso i poveri più poveri e rallentato la crescita: che spazio c’è per la cooperazione internazionale alla luce di questo e sotto quali rinnovate
forme?

Indubbiamente sono molte le voci critiche sulla Cooperazione internazionale. Molti dei fatti e degli argomenti individuati sono incontrovertibili. Rimane il fatto, però, che nella costruzione di una governante internazionale fondata sul multilateralismo la Cooperazione internazionale costituisce una componente imprescindibile.

Anzi, direi che oggi le politiche estere dei Paesi maggiormente sviluppati debbono essere imperniate su una visione e su una strumentazione basata sulla Cooperazione internazionale. A mio parere il punto cruciale è quello di aggiornare e riformare tale visione. La Cooperazione tradizionale, concepita come una nicchia della politica estera, è stata ampiamente superata dagli
eventi. Ciò chiama in causa in primo luogo la Cooperazione europea e quella italiana in particolare. Un primo dato, da tenere presente, è la maggiore pluralità di attori che fanno cooperazione. Dai nuovi Paesi emergenti sul piano internazionale, ai nuovi attori territoriali nei contesti nazionali.

Un secondo dato significativo riguarda la necessità di aggiornare le tematiche prioritarie allo scopo di definire l’agenda internazionale del dopo 2015, cioè alla scadenza dell’agenda degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. In particolare, la tematica della sostenibilità dello sviluppo costituisce il rational sul quale si vuole costruire la Cooperazione
internazionale del prossimo futuro.

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Elisabetta Berto
Mantovana d'origine, cittadina del mondo per necessitá. Dopo gli studi a Milano intraprende un personale percorso di approfondimento della finanza per lo sviluppo che la porta prima in Kosovo, poi in Ecuador e, infine, in Argentina. Lí ritrova se stessa. Adora i tortelli di zucca, non può fare a meno del canto e dello spagnolo. Calvino il primo amore, Borges un compagno per la vita. Colore preferito: rouge d'Armani 400.

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