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Brescia – Considerata “centro del movimento automobilistico italiano”, Brescia si distingueva nel settembre del 1905 per “una settimana sportiva di nove giorni comprendente corse motociclistiche, esperimenti di automobili da trasporto per merci e passeggeri, gare di canotti a benzina sul Lago di Garda, esposizione di materiale automobilistico, e infine, la splendida chiusa di sì attraenti gare, la classica corsa del circuito…” che interessava tre città, capoluoghi di provincia, poste su uno stesso ampio tragitto competitivo.

Quello che nello specifico era considerato il percorso agonistico su strada, capace di configurare “in Europa il criterio della velocità pura, il classico e sempre unico criterio che è stato per lunghi anni la prova del fuoco senza possibile errore, degli organismi senza macchia e dei conduttori senza paura”, era motivo di attenzione anche fra le pagine del periodico “Illustrazione Bresciana”, sia nel luglio che nel settembre del 1905, quando era presentato nei termini del “circuito di Brescia-Cremona – Mantova e Brescia”, della lunghezza di circa 160 chilometri.

All’epilogo dell’estate di quell’anno, nel lustro attestatosi appena dopo l’avvio del Novecento, la conclamata prova automobilistica si inseriva già in una tradizione settennale, scaturita a Brescia nel 1899, quando le auto, scese in lizza, si erano confrontate in una competizione su strada lungo il medesimo itinerario previsto fra gli stessi riferimenti urbani territoriali delle edizioni a venire, ma con alcuni peculiari accorgimenti in relazione agli elementi ad essa confacenti, attraverso i quali nel tragitto si rivelavano quei cambiamenti rispetto agli originali proponimenti.

A tal proposito l’Illustrazione Bresciana del primo luglio 1905 ricordava ai propri lettori che “Il circuito di Brescia – Cremona – Montova – Brescia, di circa 160 chilometri, fu percorso in un sol giorno nelle corse organizzate da Brescia nel 1899 e nel 1900 (comprendendo allora anche la Mantova – Verona – Brescia, complessivamente 220 chilometri) in due giri nel 1904, e sarà computo in quattro giri nel 1905”.

Risvolto tecnico, ad utilità analitica della manifestazione, era lo stabilire “le tappe progressive della velocità media della automobile da noi”, in merito alla quale potere definire tale dinamica realtà in progressione anche nei termini della “maggior media possibile in Europa”, grazie alla qualità significativa della natura riscontrata nel tipo di conformazione territoriale, affrontata ed impressa in un determinato contesto ambientale, utile ad amalgamare in un itinerario peculiare la medesima gara stradale.

A dare sostanza incentivante al programma, messo in atto all’insegna di un agonismo sportivo inneggiante alla velocità, mossa nei mezzi veicolari aderenti al motore di cui erano dotati, era sia il buon nome di una discendente di Napoleone Buonaparte che la somma offerta dal cav. Vincenzo Florio (1883–1959) in un ambito contraddistinto da più accenti d’entusiasmo, descritto nella forma di un “plebiscito unanime di alti patrocini, di ricchi doni e di ricchissime dotazioni, di simpatie ufficiali e di suffragi di tutto il mondo sportivo, per una organizzazione e per i risultati che si devono ad un unico e fortunato complesso di circostanze favorevoli, quali la somma di poche ma disinteressate e valorose energie locali, i diritti e le esperienze acquistati dalla tradizione incominciata già dal 1898, il favore costante delle autorità e delle popolazioni da lungo educate all’automobilismo, alle sue prove necessarie ed alle sue rispettate esigenze, ed il sistema stradale che permette la lotta su un terreno eccellente, su una linea libera, su uno sviluppo raccolto, che attestano l’ampiezza di vedute, la saggezza di cure e di provvedimenti dell’amministrazione veneta e napoleonica e…dell’attuale”.

Parole che nell’edizione dell’Illustrazione Bresciana del primo settembre 1905 erano ulteriormente sviluppate nella dettagliata precisazione dei ruoli concentrici relativi a quelle parti attrici di una congiunta azione di sostanza, descritta nello stralcio verbale di un esplicito periodare: “E viene il munifico dono del cav. Vincenzo Florio a garantire con un coppa dotata della ricca somma di 50000 lire, l’importanza della manifestazione dal lato finanziario. E vi si aggiungono la coppa di Sua Altezza Reale la Principessa Letizia, i doni di Sua Maestà il Re e di parecchi ministri, e la Coppa d’Italia, che assicurano alla corsa del circuito gran copia di ricchi premi”.

Queste premesse consentivano al medesimo periodico di sottolineare, nella citata uscita in stampa, l’avvenimento di tendenza, fra spettacolo ed innovazione in moderna rivelazione, anche presentandolo con una presunta stima di merito, nel definirlo “terzo al mondo per importanza di premi”, fino pure ad avanzare la sedicente e presumibile misura verticistica di “primo per numero di concorrenti e vastità di programmi” dal cui preambolo valutativo ne discendeva l’appiglio a quei giorni con l’informazione conseguente: “la grande Settimana automobilistica si svolge con una serie di interessantissime gare (dalla corsa del celebre Circuito per grandi vetture, alle gare dei canotti automobili ed al Concorso internazionale di automobili industriali) dal 2 al 10 del corrente mese”.

In quel quarto di luna di inizio settembre, oltre alle automobili con quei connotati pari agli sforzi dei modelli raggiunti allora, ai prototipi dei natanti a motore, attesi sulle acque del Benaco, ed ai veicoli su strada, di stampo funzionale all’operatività dei trasporti strumentali sia all’economia che ai servizi delle movimentazioni delle merci e delle persone, erano attese anche quelle attrattive a tema da porre in esposizione negli spazi dell’ambiente a quei tempi conosciuto come “Crocera di San Luca”, situato in via Cavallotti, a pochi passi da Corso Zanardelli nel centro di Brescia, che era spiegato nella sua chiave storica di funzionalità intrinseca alla manifestazione motoristica, per molti versi antesignana della contemporanea “Mille Miglia”, attraverso una presentazione caratteristica di una tipica e culturale contestualizzazione: “La Crocera di San Luca, il classico ampio locale a cui si ricorre in tutte le occasioni, per le fiere di beneficenza e pel mercato dei bozzoli, oggi palestra e domani borsa di commercio, ha assunto un aspetto nuovo, imponente, mercè il lavoro di decoratori, pittori e tappezzieri che l’hanno ridotta ad esposizione di tutti i prodotti dell’industria automobilistica. Quest’anno la mostra riesce attraentissima per il numero delle Case espositrici e per la varietà dei prodotti (dal motore alle lenti affumicate, dal canalone al pneumatico ed alla cornetta) e formerà l’ammirazione di quanti, intenditori, o meno di recheranno a visitarla”.

Il risultato di questa intraprendente sinergia dai molti richiami di interesse, attratti dal settore competente, come pure dal più distratto e sprovveduto spettatore, era riferito dall’Illustrazione Bresciana del 16 settembre 1905 con i toni compiaciuti espressi nelle considerazioni che “Brescia ebbe giorni di vita indimenticabili: la stessa aria ebbe fremiti mai provati. Immagini il lettore qualcosa come novecento automobili circolanti per tutte le arterie, ed un numero di convenuti tale da formare una seconda popolazione del momento, formatasi come per incanto e facilmente affratellatasi coi pacifici figli della Leonessa” che, fra l’altro, avevano visto in palio della manifestazione anche la “coppa Salemi”, offerta in premio dalla Principessa Maria Letizia Bonaparte, ultima contessa di Salemi, appassionata delle novità tecniche dell’epoca e convinta frequentatrice delle corse automobilistiche, come blasonato personaggio, emblematico di una figura femminile ribelle ai protocolli d’etichetta ed alle convenzioni di rito alle quali opponeva il carisma personale di un proprio taglio caratteriale, quasi a scintilla di un retaggio famigliare, presumibilmente allusivo, in parte, dell’atipicità geniale di Napoleone Bonaparte, fratello di suo nonno.

In quella composita competizione, variegata e differenziata in ambiziose gare dalle attrattive poliedriche e variabilmente sceniche, sulla strada “Brescia – Desenzano – Salò – Toscolano Tormini – Barghe – Preseglie – Odolo – Coste di Sant’Eusebio – Brescia” si era distinto il modello rappresentativo della branca dell’industria automobilistica dei trasporti di quel tempo, identificato nel “leggero ed elegante Omnibus Martini capace di venti persone”, mentre sulle acque del Garda per gli emuli italiani della disciplina motoristica applicata ai natanti, allora chiamati “auto canotti”, non si era conquistato che il secondo posto fra i nove partecipanti ai sessantacinque chilometri della gara lacuale “Desenzano – Sirmione – Bardolino – Garda – Maderno – Gardone –Salò – Desenzano”, per invece permettere ad un raffronto di fare riscontrare miglior fortuna e, soprattutto maggior numerica proporzione, fra i ventuno gareggianti della corsa automobilistica, dalla triplice combinazione di città, monitorata, fra l’altro, dall’esame, da parte di un’apposita giuria, di quei rapporti cadenzati sugli sviluppi riscontrati sulla strada a proposito dei piloti concorrenti. Su di essi aveva prevalso infine il conduttore dell’auto “Itala”, Giovanni Battista Raggio, vincitore della Coppa e del premio Florio, mentre Matteo Ceirano aveva conseguito la Coppa d’Italia, con il merito di “aver impiegato il minor tempo a coprire i primi trecento chilometri”.

In un contesto di scremate abilità, lo spumeggiare apicale del riconoscimento concesso dalla principessa Bonaparte era andato invece alla squadra “Raggio – Fabbry”, ambedue dell’auto vittoriosa “Itala”, aggiudicatasi la “coppa di Salemi per la regolarità e minor tempo complessivo”, su quel circuito che, in quel descritto settembre 1905, aveva raggruppato, come in un unico concerto dalle diverse campane, le modulazioni di una polifonica percorrenza, calcata fra il territorio condiviso rispettivamente da più province, in quel fertile meridione adagiato a culla di Brescia, che offre pieno sapore di fascino dispensatore di un largo panorama di campagne irrigue, oltre le alture moreniche, fra il mantovano ed il cremonese di abitati antichi, rivolti a capoluoghi di vetuste memorie dai fluviali confini.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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