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Brescia – Se l’uomo nasce da un impasto d’argilla alla quale Dio ha impresso il soffio vitale dell’artificio creatore, non di meno il sale pare quella primordiale componente che ha accompagnato l’uomo fin dagli arbori della propria storia contestualmente al citato evento rappresentato dall’antica e sopravvivente tradizione biblica. Nella grande massa d’acqua salata che circonda ogni continente, sembra che alcune forme viventi riportino indietro fino alle più lontane origini dell’evoluzione delle creature apparse in natura e rimaste avviluppate da un fitto alone di mistero nel cui abisso oscuro sono entrate in tempi remoti per uscirne leggenda.

Sottile come la linea dell’orizzonte che taglia la semisfera celeste con l’altra terracquea, il confine tra realtà e fantasia si perde nel mito, come nel caso dei mostri marini dei quali il libro intitolato Misteri e leggende del mare riferisce, unitamente all’approfondimento del tema esteso anche ai fenomeni legati alla vita dell’uomo in relazione al moto ondoso navigato a quelle latitudini, dove dimensioni diverse si aprono al timone dei marinai in transito.

Copertina libroPubblicato per le edizioni “Mursia” e frutto della paziente opera di ricerca e di elaborazione di quanto raccolto a tutto campo attorno all’argomento evocato esplicitamente dal titolo stesso da parte dell’autore Giancarlo Costa, il libro raccoglie numerose singolarità desunte lungo tutto il dipanarsi della civiltà umana in riferimento al mare. Pesca e navigazione come principali attività che l’uomo di tutti i tempi ha mescolato tanto nel sale del proprio sudore quanto con quello dell’acqua marina attraverso un lungo percorso iniziato nelle epoche antiche dai nomi contraddistinti ad esempio, con le espressioni culturali dei Fenici, dei Greci, dei Vichinghi, fino ad arrivare ai giorni contemporanei con la devastazione ambientale dei ricorrenti disastri ecologici delle enormi vaganti chiazze petrolifere. In mezzo, tra l’uno e l’altro protagonista del momento, c’è quanto l’autore assolve nel proprio lavoro di raccolta documentaristica citando testimonianze, cronache, eventi e supposizioni qua e là sconfinanti compatibilmente con una costruzione possibilista della realtà.

Con lo scandaglio misurato e mirato della penetrazione a fondo dell’acqua marina non già per controllarne la profondità, ma per raccoglierne in prossimità dei suoi più segreti fondali le realtà maggiormente nascoste agli occhi ricorrenti a scorgerne le peculiarità, l’autore attinge, tra l’altro, a quelle che sono le fonti più autorevoli delle vicissitudini umane corse lungo i “sette mari”.

Ecco quindi da una qualificata fonte militare la documentata testimonianza del grande serpente di mare, leggendariamente lungo numerosi metri e proporzionalmente largo in spessore in una mole di notevole e spaventevole grossezza, accompagnata da una parimenti non rassicurante testa sinistra: “…il 30 luglio del 1915, quando in prima piena guerra Mondiale, il sommergibile tedesco U-28 silurò il piroscafo inglese Hiberian (5500 tons) con a bordo un carico di esplosivo. Dopo una trentina di secondi da quando era scomparso sotto le onde, il piroscafo esplose scagliando fuori dall’acqua numerosi rottami; fra questi, le sei persone in quel momento sulla torretta dell’U-boot, poterono osservare distintamente un grande animale marino che si dimenava furiosamente: sembrava lungo una ventina di metri e ricordava nell’aspetto un coccodrillo con quattro zampe palmate come i cetacei; lo sfortunato animale era stato evidentemente coinvolto nell’esplosione”.

Ancora un resoconto bellico consente alle circa centosettanta pagine del libro di fare esperienza di un’altra creatura degli abissi: “Nel marzo del 1941 la nave Britannia, silurata da un sommergibile tedesco, affondò tra la Guinea e il Brasile; 12 uomini si trovarono su una zattera così piccola che non poteva contenerli tutti, e a turno stavano in acqua. Una notte uno degli uomini fu strappato via da un calamaro gigante, e il sottotenente Cox sentì un tentacolo avvolgersi intorno alla sua gamba, seguito da un grande dolore. Il calamaro, non si sa perché, lasciò la presa, ma sulla gamba dell’ufficiale mancavano dei brani rotondi di pelle delle dimensioni di una moneta..”.

Tra queste ed altre segnalazioni l’uomo pare possa trovare un ulteriore riscontro per una irrisolta riflessione verso l’ignoto racchiuso nei mari di ogni latitudine da quanto la Bibbia nel salmo 148, denominato di “lode cosmica”, esprime nel caratteristico mite e sapiente versificare delle proprie antiche scritture: “…Lodate il Signore dalla terra, mostri marini e voi tutti abissi…” ed anche nel cantico di Daniele: (Dn 3, 57-88.56) “Benedite Mostri marini e quanto si muove nell’acqua il Signore..”
ponendo la notevole suggestione di sconosciuti esseri viventi su un piano di comune appartenenza ad un medesimo creato.

Sul frastagliato orizzonte della multiforme percezione verso quanto prende espressione distinguendosi in natura, all’identità nota od ignota di animali conniventi con le forze delle acque agitate dai flutti, si aggiungono anche le manifestazioni di fenomeni difficilmente definibili e sconfinanti anch’essi nella leggenda. E’ il caso, ad esempio, del vascello fantasma dalle tinte rosse, chiamato “olandese volante” per essere attribuito alla storia maledetta del suo capitano di quella nazionalità che vagherebbe come presago di sventure con un equipaggio di scheletri comparendo e scomparendo poi nel nulla.

Di lui, nell’ambito dei tanti avvistamenti nel corso della storia dei quali è stato oggetto, ci riferisce, attraverso anche quanto offre in lettura il libro “Misteri e leggende del mare“, l’ammiraglio tedesco Karl Donitz, durante la seconda guerra mondiale: “Alcuni miei equipaggi di U-bootes affermano di aver visto l’Olandese Volante o altri vascelli fantasma durante i loro appostamenti a est di Suez. Rientrati alla base hanno dichiarato concordemente di preferire affrontare tutte le Forze Alleate in Nord Atlantico che conoscere una seconda volta il terrore di un incontro con la nave fantasma”.

Tra navi funestate da tragici destini e tentativi di sortilegi per evitare tempeste, la vita dei marinai, costretta ad un confronto pressante e pervasivo con il mare, entra in rotta di collisione con le stranezze dell’insolito sulla base di quanto la realtà sia in grado di superare la fantasia e leggendariamente possa far parlare anche dell’eventualità di sirene e di tritoni nella fattispecie di esseri metà pesce e metà umani, nella variante rispettivamente femminile e maschile.

Si tratta della fantasia, complice della realtà maestra di innumerevoli differenziazioni su spunti di modulata e curiosa diversità nell’universalità dell’apparire e dell’essere, attraverso un connubio dove il resto è compiuto dalla combinazione culturale derivata dall’interpretazione umana che ad esempio, nell’ambito mitologico riconduce allo stretto di Messina la presenza del mostro di Scilla in terra calabrese e di Cariddi sulla costa sicula con i quali anche il mitico Ulisse ha dovuto fare i conti per il prosieguo della propria navigazione osteggiata dal dio del mare Poseidone.

Molte culture riferiscono a proposito delle sirene, in un suggestivo intercalare di contributi offerti fra nazioni diverse e fra epoche pure lungamente distribuite dall’antichità classica fino a quella più recente, con tanto di singolari testimonianze attribuibili addirittura al grande Cristoforo Colombo per il tramite del suo diario di bordo del 9 gennaio 1492, in cui annota l’avvistamento nelle acque atlantidee di “… tre sirene che vennero in superficie che però non erano così belle come si dice…”.

Stesio, Ormenio, Anchimo, Ornito, Sinopo e Anfimono sono i sei marinai dell’equipaggio di Ulisse strappati dalla vita da parte dei sei cani giganteschi di Scilla, nell’insieme di un racconto epico che vede l’eroe omerico saper vincere l’irresistibile attrazione del canto delle sirene, da qualche versione situate sulle coste dell’isola di Capri, facendosi legare all’albero della nave veleggiante, mentre i suoi compagni di avventure avevano invece i tappi di cera nelle orecchie per evitare la seduzione del fascinoso contagio canoro. Una tentazione alla quale l’esuberante Ulisse non si è sottratto pur premunendosi del rimedio astuto di essere assicurato dalle forti corde, secondo il consiglio della maga Circe, come a volte l’uomo, sia in mare che in terra, concede alla curiosità dei cinque sensi quanto poi, tra storia e realtà, è raccontato nelle sfumate proporzioni della leggenda.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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