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“Rimasto senza portafogli lascia in pegno la moglie”: tal quale, riguarda l’accaduto, parimenti riportato in una cronaca, curiosa, se si vuole, raccolta dal “Giornale di Brescia” di mercoledì 15 aprile 1953, che, essendosi manifestata secondo l’improvvisarsi singolare di tale forma di garanzia di credito, aveva avuto la visibilità di un breve resoconto, sul fuggevole crinale del tempo, acconciato nella minuzia di estemporanee vicende dalle quali poter attingere i tratti di un effettivo avvenimento: “Modena, 14 aprile. Una giovane sposa è stata lasciata in pegno ad un albergo di Milano dal marito che aveva dimenticato il portafogli a Modena. La vicenda ha avuto per protagonisti Ludovico Guatoli di 20 anni ed Anna Maria Maffei di 18, unitisi in matrimonio due giorni or sono a Castellarano. I due, dopo aver pernottato a Modena, raggiungono Milano e prendevano alloggio in albergo. L’indomani, al momento, di pagare il conto, il marito si avvedeva di non avere più il portafogli che conteneva una grossa somma di denaro. Decideva, allora, di lasciare la consorte “in pegno” all’albergatore e, preso il primo treno per Modena, si recava all’albergo ove aveva trascorso la prima notte. Qui, aveva la lieta sorpresa di vedersi riconsegnare il portafogli con il denaro, che una cameriera aveva rinvenuto dopo la partenza dei due”.

Nel presumibile riscatto successivo della giovane consorte, il vincolo nuziale pareva, quindi, ripristinarsi secondo quel connubio che, in un altro caso, sembra abbia rappresentato un più esplicito motivo di riflessione, nel merito della sua stessa caratterizzazione, mediante un ulteriore richiamo sponsale rivolto alla sua tradizionale soluzione, come la stessa unione pareva fondersi, in una coppia impregiudicata dall’esito di un diverso substrato culturale, essendo che, in tale rapporto, si faceva strada il profilarsi della “Storia di un’italiana sposata con un cinese”, al tempo, reputata esperienza rimarchevole di una conseguente segnalazione, contesa nell’origine di un rispettivo altrove, colto, cioè, nella fattispecie, percepita come fattibile di un approfondimento, ragionevolmente immesso in quella condivisione che, ancora, “Il Giornale di Brescia”, sdoganava nel raggio della propria diffusione, editorialmente riconducibile a venerdì 27 marzo 1953, giornata a cui va pure ascritta la seguente pubblicazione: “Ancona, 26 marzo. Attraverso una lettera indirizzata ai parenti di un missionario, si è venuti a conoscenza della pietosa vicenda di una giovane italiana, tale Clara Tonelli, la quale, cinque anni or sono, contrasse in Ancona relazione con un cinese, e lusingata dalle sue promesse e nella convinzione che lo straniero fosse un benestante, lo seguì in Estremo Oriente. Giunta a Shanghai, però, essa scoprì di essere stata tratta in inganno, in quanto il marito era un modestissimo lavoratore che viveva alla giornata. Pentita dell’avvenuto passo compiuto, ella scrisse ai genitori, che si erano sempre opposti a quell’unione, chiedendo perdono, ma le sue lettere rimasero senza risposta. Due anni fa, la Tonelli decise di ricorrere ad un missionario marchigiano in Cina, padre Zampetti e, per suo mezzo, potè avere qualche aiuto dal Console italiano e da alcuni parenti dello stesso Padre, dimoranti ad Ancona. In questi giorni, la Tonelli ha fatto pervenire alla famiglia anconetana di padre Zampetti una lettera in cui essa chiede un intervento presso i suoi genitori, implorando, nel contempo, un qualche aiuto. Quanto riferisce l’infelice italiana è veramente penoso: “Credo che nessuno abbia conosciuto miseria più nera della mia – ella scrive – vivo con mio marito in una capanna di campagna e ho con me due bambini gracilissimi e malati. Ci nutriamo di patate americane secche e di un po’ di verdura. Il riso lo mangiamo qualche volta ed in due soli mesi dell’anno: ottobre e novembre. Dopo, fino a giugno, patate secche e verdura. A giugno, c’è il raccolto del grano che dura un mese appena. Per tutta l’estate ci nutriamo di zucca. Non vedo più il pane, dall’epoca in cui giunsi a Shangai, cinque anni or sono”.

Tale testimonianza si intrecciava in giornate dove il richiamo al legame esclusivo con l’altro sesso era celebrato, fra l’altro, nell’allusione divertita e licenziosa della pellicola cinematografica dal titolo “Moglie per una notte”, con la già nota attrice Gina Lollobrigida, all’epoca giovanissima, in considerazione del fatto che una menzione divulgativa di tale sua interpretazione filmica era messa nella pagina del quotidiano menzionato, in prossimità con la notizia del caso della moglie finita in Cina, a misurare, sul posto, fra altri aspetti, la divergenza sperimentata anche nella specificità esotica percepita.

Nella narrazione di quel film, prodotto in quella prima metà degli anni Cinquanta, lo scenario si apriva, invece, “(…) nell’epoca del Granducato di Parma, ma il riferimento storico (secondo quanto avverte un’onesta didascalia iniziale) non deve avere importanza alcuna. In ogni modo, c’è da una parte un conte D’Origo, marito della granduchessa, che s’invaghisce di una maliarda signora incontrata durante un viaggio in carrozza, e c’è – d’altro canto – un giovane musicista che ha sì una moglie bella e prosperosa, come può esserlo la Lollobrigida, ma non riesce ad affermarsi nel campo della sua arte perché non trova alcun personaggio influente cui raccomandare il melodramma ch’egli ha composto (…)”.

Programmato in quei giorni di primavera al cinema “Astra” di Brescia, questo prodotto della regia di Mario Camerini (1895 – 1981), occupava parte delle proposte di intrattenimento pubblico nel capoluogo bresciano, analogamente all’invece “vietato ai minori di anni 16”, film dal titolo, “Il mondo e la condanna”, con Alida Valli, Amedeo Nazzari e Serge Reggiani, da vedersi sugli allora grande schermi dell’Aquiletta e del Super in una trama pure associata alle parti comprese nel loro ruolo anche coniugale.

Ruolo che, oltre la finzione di una rappresentazione recitata, pare fosse stato interpretato nella realtà effettiva, ancora una volta, intercettata da quella menzione in stampa che seguiva il cogliere, da parte del “Giornale di Brescia” del medesimo 27 marzo di quell’anno, la dinamica di un fatto ritenuto come “quasi un romanzo”: “(…) All’età di 26 anni, Ada Maria è divenuta un uomo e ha dovuto precipitarsi all’anagrafe per correggere il sesso, le cui indicazioni erano state frettolosamente fornite da un’ostetrica al momento del parto. Tanto uomo è diventato che come primo atto della sua “validità” mascolina ha fatto la corte alla moglie d’un suo amico, l’ha sedotta ed è stata condannata in questi giorni dalla Pretura di San Pietro in Bagno per correità in adulterio e atti osceni in luogo pubblico. Certo, la leggiadra e timida Ada Maria non aveva mai sentito un irresistibile richiamo al sesso forte. Aveva sempre cercato di eluderne la compagnia: provava strani impulsi, si sentiva enormemente inquieta. La sua era una famiglia povera e per questo sin da ragazza si era trasferita a Napoli, presso una ricca famiglia, occupandosi come cameriera. E poi che i disturbi fisiopatologici aumentavano in lei via via, fu la stessa famiglia partenopea, preoccupata, a consigliarle la visita di uno specialista. Tale visita si rivelò… catastrofica. Il buon medico sgranò tanto d’occhi, sollevò gli occhiali sul viso trepidante di Ada Maria e le fece: “Ma lei, figliola, è un uomo!”. La bella romagnola dovette sottostare ad una serie di operazioni, sette in totale, e quando, cambiato sesso, si avvide di non essere più donna, lasciò, senza rimpianti il posto di cameriera e fece ritorno in paese (…)”.

Un ritorno nella località d’origine, Castellina di San Pietro, Frazione di Bagno di Romagna, raccontato sul quotidiano bresciano dal giornalista, addirittura “inviato” nei pressi della zona in questione, Bruno Castellino, in una curiosa assonanza cognonomastica di contestualizzazione, sulle tracce della tal Ada Maria, nonché, Mario, Lusini.