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Cremona. A quattro anni di distanza dalla sua prima mostra personale, Matteo Giagnacovo torna ad esporre nelle sale di interno18 arte contemporanea in via Beltrami 18, sino al 16 settembre.

In mostra opere su carta di medio e piccolo formato appartenenti a vari cicli, da quelli dedicati al mondo animale, già esposti in varie sedi, tra cui Berlino e Linz, a una serie inedita di paesaggi declinati sulla scala dei grigi dal tipico uso di pastelli a olio.

Matteo Giagnacovo, classe 1986, è nato a Milano, dove vive e lavora. Si legge nella presentazione della mostra: “Riferimenti e modelli appaiono molteplici. Dal primitivismo dei fauves e dell’art brut alle fisionomie alterate e saturazioni espressioniste. Episodi di tessitura cromatica rimandano alle sovrapposizioni di Tancredi, mentre le grafie gestuali all’opera di Twombly. Tutto è segno, anche il colore. Non come significante ma come accadimento fisico. E non svanisce nel soggetto, coesiste.

Una visione al tempo stesso unitaria e separata, simile a una formazione naturale di cui vediamo gli elementi costitutivi. Segmenti liberi che si accostano non integrati. Senza prospettive o piani si giustappongono e si invadono a vicenda talvolta anche come cancellazioni, componendo l’immagine da elementi autonomi. La figura o il paesaggio si attuano da questo accorpamento spesso violento, non nella formula cubista, ma piuttosto in chiave visiva aptica. Dove il ritmo compositivo e impressioni sinestetiche prendono il posto dei volumi e l’immagine che è costruita sulla materia del tratto appare come incisa su una pagina, perciò priva di quinte.

Il superamento delle esperienze precedenti nella sintesi segno libero-oggettivazione è tipico della pittura europea, e non solo, dagli anni ’80. Un soggetto prende sempre forma e l’artefice è il soggetto del segno. Come l’immagine di un territorio (dell’immaginario poetico) si sovrappone a una cartografia (di un autoritratto reiterato). I due vettori opposti e inscindibili innescano nelle opere di Giagnacovo la tensione fra alterità e identità, in grado maggiore nella serie del bestiario, minore in quella degli insetti, dal formato più piccolo. Le cui carte sono asciugate da qualsiasi ridondanza cromatica o gestuale e l’insieme è attenuato e allusivo. Avvicinamento cauto dello sguardo verso la scena ellittica di un microcosmo.

L’equilibrio fra composizione astratta e precisione di corrispondenza con l’oggettività è ancor più esaltato nei paesaggi, per sottrazione. Il colore assente e il dilatarsi dei vuoti sono i detonatori dell’opera, mentre due elementi grafici ricorrenti definiscono lo spazio privandolo di orizzonte e, di nuovo, di profondità. Il disco, che isola il paesaggio rendendolo parziale, e il solco, graffiato da una varietà di tratti, che attraversa orizzontale il campo e risolve il ritmo fra pieni e vuoti. Il tutto in un tempo sospeso come incubazione della memoria, o isolamento narrativo. Raggiunge una sottile vertigine Il filo che lega pittorico e rappresentazione, quest’eco reciproca permane scongiurando la possibilità del formalismo.

Tuttavia il carattere ordinario dei soggetti e la tecnica ricondotta agli elementi primari, possono prestarsi al fraintendimento di una pittura “facile”. Intonazione ludica e immedesimazione ingenua nei soggetti animali, malinconia e inquietudine nei paesaggi sono aspetti non a margine ma comunque pretestuali dell’opera di Giagnacovo. Il corpo sta nella musicalità compositiva e nel tentativo di una figurazione non didascalica. Tale sintesi non è sterile espediente formale ma riflesso di una ricerca metalinguistica, che costituisce istanza primaria nel clima contemporaneo di dispersione. Paludato di simultaneità concettuali e relativismo estetico.”