da Mae Sot (Thailandia) – L’orfanotrofio Hsa Thoo Lei si trova a Mae Sot, una città di confine tra Thailandia e Birmania conosciuta da chi si occupa di diritti umani per essere una sorta di spartiacque per centinaia di migliaia di profughi in fuga dal Paese della premio Nobel Aung San Suu Kyi.

In questo periodo l’edificio dà ospitalità a un centinaio di ragazzi e consente ad altri 800 di studiare. Quasi tutti sono di etnia Karen, una popolazione duramente discriminata in Birmania. Sono stati costretti a fuggire.

«Il regime che ha controllato la Birmania per oltre mezzo secolo ha creato una situazione insostenibile per il mio popolo», denuncia la direttrice della scuola Naw Paw Ray.

«I Karen sono stati obbligati a combattere per sopravvivere e soprattutto donne e bambini sono stati costretti a fuggire qui in Thailandia».

Arrivati secoli fa da Mongolia e Tibet, i Karen chiedono l’autonomia e la difesa delle tradizioni dal 1949 (l’indipendenza dall’Impero Britannico è del 1948).


L’allora presidente, Aung San, padre della Suu Kyi, aveva infatti accettato di concedere alle maggiori etnie della regione la libertà di scegliere il proprio futuro sociale e politico. Ma l’avvento della dittatura militare ha portato a violenze contro i Karen che continuano ancora oggi.

Questione di soldi. Alla base della persecuzione ci sono soprattutto le risorse naturali della zona – gas, pietre preziose e legname – che fanno gola ai generali.

«Vogliono impadronirsi del nostro territorio e dei nostri beni. Per far questo i militari continuano a commettere violazioni dei diritti umani», sostiene Hsa Moo, uno dei rappresentanti del Karen Environmental and Social Action Network (Kesan), un’associazione di tutela dell’ambiente e dei diritti degli indigeni.

I numeri della persecuzione. Negli ultimi 70 anni di guerra si sono registrati circa mezzo milione di sfollati interni e più di 130 mila persone fuggite in Thailandia, ospitate perlopiù in campi profughi. Una situazione rimasta immutata con la vittoria, nel 2015, del National League for Democracy (Nld) di Aung San Suu Kyi.


Nel report Onu di fine agosto, per esempio, si parla ancora di violenze sistematiche contro civili, donne e bambini. Il documento prende in considerazione, oltre i Karen, anche i Kachin, gli Shan e i Rohingya.

«Durante le operazioni delle truppe birmane sono state commesse numerose violenze sessuali, come parte di una strategia deliberata per intimidire, terrorizzare e punire una popolazione civile e sono state commesse come una precisa come tattica di guerra», ha detto Marzuki Darusman, presidente della missione dell’Onu.

L’articolo integrale di Fabio Polese, “Birmania: etnia Karen vittima di una guerra silenziosa”, può essere letto su Osservatorio Diritti. Foto di Fabio Polese

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