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La guerra in Nogorno Karabakh si è conclusa con una tregua firmata da Armenia e Azerbaijan e definita dal premier armeno, Nikol Pashinyan, “indicibilmente dolorosa per me e per il nostro popolo”.

Una decisione presa il 9 novembre, quando ormai non restava altra scelta: l’esercito azero era alle porte di Stepanakert, la capitale della regione. Da un punto di vista geopolitico il conflitto è stato vinto dall’Azerbaijan, che ha costretto gli armeni a lasciare i sette distretti del Karabakh per cui si combatteva e la storica città di Shushi. Gli accordi, inoltre, prevedono la costruzione di una via che collegherà l’Azerbaijan con l’enclave del Nakhchivan e la Turchia.

Paesaggio armeno
Paesaggio armeno

Le conseguenze. In questi giorni è in corso un grande esodo di armeni dalle aree che passeranno agli azeri. E non solo. Stanno circolando immagini che mostrano case in fiamme, bestie uccise e alberi tagliati dagli armeni, che non sono intenzionati a lasciare le proprie ricchezze agli azeri. Questo nonostante le rassicurazioni date dall’esecutivo di Ilham Aliyev, che ha escluso ritorsioni verso la popolazione che continuerà a vivere in quelle terre o che vi farà ritorno.

Monastero in pericolo. I simboli religiosi, come spesso accade nei conflitti, contano. E in questo caso ad essere a rischio è l’abbazia di Dadivank, costruita a partire dall’XI secolo e di grande importanza per la chiesa apostolica armena.

La struttura si trova nel territorio che passerà agli azeri e gli armeni si sono preparati facendo un ultimo pellegrinaggio e celebrando là dodici battesimi. Anche in questo caso il governo azero ha dichiarato che il sito sarà protetto, ma la paura è palpabile e la Russia ha già schiarato suoi uomini per evitare la distruzione del monastero.

La comunità internazionale. Resta ora da vedere come reagiranno gli altri paesi di fronte agli ultimi eventi. La Turchia aveva sostenuto l’Azerbaijan durante la guerra, ma è presto per capire tutti i dettagli: il parlamento di Ankara ha deciso che le sue forze si uniranno nella regione a quelle russe, ma Mosca sostiene che resteranno nei confini azeri. Nel frattempo la Francia si prepara a votare il riconoscimento del Karabakh (la votazione è prevista per il 25 novembre).

E in territorio europeo si sono registrati atti di razzismo, come attività vandaliche nel memoriale del genocidio armeno a Lione e minacce alla comunità armena in Germania.

L’articolo integrale di Daniele Bellocchio, “Nagorno Karabakh: la fine della guerra non è l’inizio della pace, può essere letto su Osservatorio Diritti.