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Brescia – “Rimozione delle immondezze domestiche”: con questa espressione il Comune di Brescia definiva un apposito servizio, predisposto per le esigenze di quella pubblica utilità che era considerata nelle specifiche condizioni stabilite per la raccolta dei rifiuti, secondo i termini di uno schematico comunicato, diffuso dalla stampa bresciana, ispirata, in tale stretto ambito, dalle novità connesse ad un rivisitato metodo di funzionamento.

L’inizio Novecento convogliava queste indicazioni operative in un esplicito regolamento che attestava, anche per quell’epoca, la necessità di occuparsi dell’indotto di scarto, posto a margine del vivere organizzato per quanto, sia del vivere comune che del contesto prettamente individuale e privato, fosse nella necessità inderogabile di essere considerato.

Un argomento che, alla data del 4 febbraio 1910, è rimasto, fra l’altro, documentato fra le pagine del giornale “La Provincia di Brescia”, caratterizzandosi in un peculiare pronunciamento, dedicato ad una tematica che, anche in seguito, pare sia andata ad assumere un progressivo interesse in crescendo, costituendo una materia che seguita a tenere viva una certa attenzione nella quale tale sollecitudine si trova a contingente baricentro.

Gli aspetti cardine, espressi nella visione sottesa a quel procedimento di pulizia con cui, nei provvedimenti adottati per il ritiro dello “sporco”, si insinuava anche l’obiettivo di conseguirne pure lo smaltimento, erano sintetizzati nei valori di “estetica, igiene e decenza”.

A quanto pare, sembra che nella rete urbana di quell’epoca fosse in auge l’utilizzo delle buche, quali cavità nel terreno, entro le quali scaricare la generalità dell’immondizia prodotta, salvo poi preoccuparsi di svuotarle o di realizzarne delle altre.

RifiutiUna diffusa pratica, questa, che si pensava di depennare gradualmente anche grazie all’introduzione di una meglio organizzata raccolta dei rifiuti, tanto quotidiana quanto assidua, nell’essere assicurata lungo le vie dell’abitato, in relazione alla quale, il giornale menzionato contestualizzava la testualmente scritta prospettiva che era protesa ad “abolire l’uso poco igienico delle buche. Per ora, chi avrà necessità di farle vuotare a mezzo dell’Impresa comunale, dovrà richiederne i sorveglianti, l’ufficio di polizia urbana ed anche direttamente l’impresa stessa, autorizzata a farsi corrispondere il prezzo di tariffa di lire 0,40 per carrata, se nella vuotatura servano più carri, e di lire 0,70, qualora un carro solo sia sufficiente (il carro ha la capacità di mc. 1)”.

Con la città di Brescia sommariamente suddivisa in dieci rioni principali, l’area d’intervento era servita da dieci carri che raccoglievano le “sole immondezze domestiche”, durante le fasce orarie comprese sia nella mattinata, dalle ore 8 fino alle 11, che nel pomeriggio, dalle ore 14 alle 16.30, grazie alla fattiva collaborazione della cittadinanza stessa che doveva recare all’esterno il materiale da prelevare, a motivo del fatto che “ai raccoglitori ed ai conducenti è vietato nel modo più assoluto di introdursi nelle abitazioni e negli esercizi; perciò il pubblico, per rendere più spedito il servizio e per risparmiare punizioni al personale, avrà cura di fare trovare pronti i recipienti colle immondezze da versarsi nel carro di raccolta”.

Due volte al giorno, il puntuale giro completo di raccolta, condotto nel rispettivo rione, era svolto da quegli operatori addetti che pare si facessero annunciare dal suono di una cornetta, come segnale della loro contingente presenza, alla quale chi voleva poteva dare riscontro, uscendo direttamente in strada per sgravarsi dei rifiuti di casa, debitamente riposti in recipienti “ben connessi, per evitare lo spandimento delle scoviglie, possibilmente metallici e conformi ai campioni visibili presso l’Ufficio di Polizia Urbana e presso altri uffici municipali”.

Recipienti di proprietà dei quali i residenti pare dovessero autonomamente premunirsi, costituendo una prima forma di omologazione di un servizio destinato negli anni a venire ad acquisire sempre maggiore spessore di una serie di implicanze correlate alla sostenibilità intercorrente fra costi, funzionalità e tutela ambientale.

In una sorta di riciclo, in questo senso, “ante litteram”, ci si interrogava sul tema dei rifiuti, anche mediante il contenuto d’un articolo a firma di Ernesto Mancini che, con il titolo “Nulla si crea nulla si distrugge – L’utilità degli avanzi”, interessava l’edizione de “La Provincia di Brescia” del 7 dicembre 1910, con alcune interessanti considerazioni rivolte al possibile riutilizzo dei materiali di scarto, in un’epoca nella quale la plastica doveva ancora essere utilizzata su vasta scala industriale, come lo è nell’ingente mole attuale che doveva essere però, in quei frangenti, assicurata solamente al tempo a venire dove avrebbe cominciato ad essere largamente impiegata.

avviso_rifiutiIl concetto che si faceva strada, a commento di alcuni esempi di riutilizzo che pare fosse già praticato in alcuni luoghi, degli scarti delle leghe ferrose, dello scatolame di latta e degli stracci di lana, era quello contenuto nell’espressione “similia similibus curantur” (i simili si curano con i simili), in questo caso utilizzato per significare la possibile gemmazione di alcuni prodotti ricavati dai materiali che si dimostravano essere, in un qualche modo, collegati alla natura stessa di quelli dai quali scaturivano, mediante alcuni elementi di sintesi trasformati.

Fra gli esempi dell’argomentata trattazione pubblicata, si trovava pure dettagliata l’informazione che in Inghilterra si cercasse di “trarre profitto persino dal fango delle fogne. Questo fango viene grossolanamente prosciugato e, ridotto in frammenti, è sottoposto, dentro recipienti a doppia parete, all’azione del vapore soprariscaldato. In tale modo, il fango distilla le sostanze grasse che racchiude, le quali, una volta rapprese contengono anch’esse il 97 per cento di acido stearico. Il residuo della distillazione non è ancora inutile perchè brucia bene con forte fiamma; può quindi essere adoperato sia come combustibile sia come concime fertilizzante, a causa della qualità d’azoto che nel residuo suddetto si trova”.

Nel citare altre sperimentazioni concernenti, invece, il ricorso all’incenerimento dell’immondizia per ottenere scorie da utilizzare come strato da porre sotto il manto stradale o, addirittura, per la fabbricazione di “pietre artificiali” per l’edilizia, e pure, in altra tipologia, riguardanti gli avanzi degli involucri di latta di vari prodotti, per ricavare quantitativi utili di stagno, il giornale bresciano metteva, fra l’altro, in evidenza la testualmente enunciata “resurrezione degli stracci”, nei rispettivi prodotti di fattura inglese “mungo” e “shoddy”, a seconda che “provengano da stoffe dure o da vecchie lane filate”.

Nell’epoca che, ad inizio Novecento, pareva essere, rispetto ad oggi, immersa in un’altra difforme dinamica culturale, anche nel merito dello stesso tema, coniugato ad una corrispondente pertinenza sociale, l’articolo in esame trattava anche di una felice esperienza di “raccolta differenziata”, già allora in atto nella Germania prussiana: “Ma le immondizie, senza ricorrere al provvedimento radicale della incenerazione, possono trasformarsi in cose buone ed utili, con altri sistemi. Uno di siffatti sistemi è stato imposto dalla municipalità di Charlottenburg che oggi è quasi una continuazione di Berlino, ai suoi amministrati; ai quali è fatto obbligo di essere provvisti di tre cassette metalliche con coperchio e di eseguire in esse una selezione nelle loro case. In una cassetta devono essere posti gli avanzi di carattere alimentare, bucce, resti di vegetali, croste, ecc…destinati ad ingrassare i suini di proprietà del Comune che costituiscono uno dei redditi della città; nella seconda trovano posto gli stracci, i pezzi di carta, di cartone, ecc… destinati alle fabbriche di carta; e nella terza debbono essere collocati i detriti inutili, ceneri, ecc… che con procedimenti speciali di decomposizione si trasformeranno in concimi chimici”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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