Vescovo oltre il computo biblico quarantennale del tempo che per il profeta Mosè, ad esempio, ne aveva rispettivamente attestato il percorso nell’emblematico ritmo di un progressivo periodare d’avvicendamento.

Per quarantaquattro anni titolare della diocesi di Cremona, dal 1871 al 1914, attraverso una lunga proiezione temporale, all’inizio della quale, da quarantenne, si era apprestato a svolgere quel ministero episcopale che, in una medesima sede istituzionale, si sarebbe, per lui, confermato in una durata ultraquarantennale, facendone coincidere la fine, con l’epilogo stesso, della sua parabola esistenziale.

Nato, nel 1831, e morto a Nigoline nella Franciacorta di Corte Franca, consacrato vescovo, nel 1871, dall’allora presule bresciano, di origini bergamasche, mons. Girolamo Verzeri (1804 – 1883), mons. Geremia Bonomelli è protagonista del libro, promosso dalla “Fondazione Civiltà Bresciana” con il titolo, pari al suo nome, che si accompagna all’enunciazione di “un grande bresciano vescovo di Cremona”.

bonomelli_libroLibro, con i rispettivi testi a firma di mons. Antonio Fappani, Walter Montini e Umberto Perini, che, per l’editing di Lucio Bregoli, scaturisce dalla motivazione storica del sopraggiunto “centenario della sua morte” per la cui ricorrenza, il riuscito perseguimento della pubblicazione, sembra abbia corrisposto all’interessante resa documentaristica di una minuziosa biografia, a proposito dell’autorevole personaggio verso il quale il volume ne reca una diffusa trattazione particolare.

Poco più di centocinquanta pagine illustrate cesellano una sostanziosa narrazione, scorrendo la quale, emblematicamente, un tipico contesto interagente con quanto per questo vescovo pare sia valso come un corrispondente raggio d’azione, è descritto nella caratterizzazione concernente il fatto che “la contrapposizione tra Stato e Chiesa, la questione di Roma Capitale, la laicizzazione, l’attività della setta del partito radicaleggiante, portano a scontri continui e spesso aspri, mentre i cattolici si estraneano per la riaffermazione del “Non Expedit”. La contrapposizione tra Stato e Chiesa, tra italiani e “papalini” raggiunge anche la periferia dello stato, rinfocolando sempre più le passioni politiche. Mons. Bonomelli, vecchio, ricorderà come bastasse che uno del territorio “alzasse qui una casetta come villa – battezzandola Pio IX – che, poco dopo, un altro di Pisogne gliene metteva di fronte un’altra nominandola – Garibaldi -. Il tale aveva intitolato la sua – Vaticano – ? Naturalmente il tal altro proprio vicino, radiava all’entrata il nome della sua signora, per sostituirvi patriotticamente ….il – Quirinale -, a caratteri così larghi, che si leggevano fin giù a Lovere”.

Lovere è la località dove, prima dell’avvento dell’episcopato, mons. Geremia Bonomelli aveva svolto il suo ultimo incarico,  come prevosto di quella comunità sebina, per circa un lustro, durante il quale, tra l’ultima guerra risorgimentale d’indipendenza e l’annessione militare di Roma, gli anni, compresi dal 1866 al 1871, avevano, fra l’altro, assommato, in un computo avvolgente, il corso inesorabile dell’unificazione italiana, in un’incontrovertibile incidenza.

Pare che la nomina, firmata da papa Pio IX, gli fosse stata “recapitata mentre passeggiava sul lungolago la sera del 3 ottobre” di quel 1871 che, nel giorno, invece, dedicato all’Immacolata Concezione, concretizzava,  insieme all’ingresso solenne a Cremona, l’anno dell’inizio effettivo di una sua diversa e più gravosa missione.

Persuaso della necessità di una conciliazione fra lo stato sabaudo e la Chiesa cattolica, il suo pensiero a riguardo, a suo tempo espresso in un’apposita pubblicazione, è ripreso in un articolo pubblicato sul periodico “Cremona” del marzo 1929, quale mese appena successivo alla firma dei “patti Lateranensi”, stipulati tra il Regno d’Italia e la Santa Sede: “(…) L’opuscolo s’intitola “Roma e l’Italia e la realtà delle cose – Pensieri di un prelato italiano”. E’ la prima e l’unica volta che mons. Bonomelli non firma. Lo scritto logico, serrato, sereno nelle esposizioni e spietato nelle deduzioni e di stile letterario insolito pel Vescovo, conclude con questo periodo augurale che oggi è realtà tradotta nei fatti: – L’avvenire è in mano di Dio, ma non è senza fondamento sperare, che, riconciliati gli animi e allontanato il sospetto che il S. Padre voglia disfare l’unità d’Italia, tra Chiesa e Governo si appianerebbero molte difficoltà, si verrebbe fors’anche a mutue deferenze, e in un tempo lontano sarebbe forse possibile creare al Papa un’altra condizione territoriale, che ora non possiamo immaginare: forse la bella miniatura di sulla sponda destra del Tevere potrebbe diventare una realtà”.

Profeta di tale pacificazione, la storia ne perpetua, insieme al pensiero, anche il ruolo avuto pure in un’altra situazione, a margine della “reciproca stima” con lo statista bresciano “Giuseppe Zanardelli (1820 – 1903) uno dei politici più in vista della sinistra radicale, avvocato, parlamentare, ministro, presidente del consiglio, autore della riforma dei Codici” e conclamato esponente della massoneria italiana, nell’ambito della quale aveva raggiunto il trentatreesimo grado del Rito Scozzese: “L’uomo politico professò verso mons. Bonomelli una sempre più accentuata stima, devozione, affettuosa e fervida amicizia, incontrandolo nella sua Nigoline, a Roma, a Brescia, invitandolo nella sua villa di Maderno, dove in effetti lo ebbe ospite, negli ultimi giorni di vita, con colloqui intimi che diedero al Bonomelli la possibilità di ottenere dal vescovo di Brescia l’autorizzazione ai funerali religiosi per il grande statista”.

Una cinquantina di capitoli, nell’esordire spiegando il perchè egli avesse ritenuto di chiedere perdono al “Signore perchè sono bresciano”, sanciscono interessanti aneddoti biografici relativi al presule nativo di Nigoline, con un particolare riguardo alla sua terra d’origine e ad una serie di specifici risvolti personali che, a vari livelli, pare che abbiano fatto pure intersecare la sua intensa vicenda terrena a quella di certi esponenti della cultura dell’epoca, come lo scrittore Antonio Fogazzaro (1842 – 1911), il drammaturgo Giuseppe Giacosa (1847 -. 1906) e lo storico Cesare Cantù (1804 – 1895), oltre, naturalmente, a noti membri del clero come, tra gli altri, mons. Luigi Cerebotani (1847 – 1928) e padre Giovanni Semeria (1867 – 1931).

“Adest monet ad bonum urget”, nei termini dell’epigrafe posta in capo al monumento funebre dello stesso Bonomelli, all’interno della cattedrale cremonese, è un’espressione che sembra sintetizzare, nella portata del significato di una figura che ammaestra e che incoraggia verso il bene, anche la sostanza di altre iniziative promosse dal medesimo vescovo nel merito, ad esempio, dell’istituzione, il 18 maggio 1900, della realtà filantropica, denominata, non a caso, “Opera Bonomelli”, finalizzata, nel suo atto costitutivo, alla “assistenza degli operai emigranti in Europa e nel Levante”, nell’essere stato attento, pure in questa problematica contingenza, destinata, fra l’altro, nel tempo a mutar corso nella sua rimodulata pertinenza, a cercare di perseguire quanto da lui stesso era stato precisato al suo arrivo nella diocesi di santo Omobono e di Santa Maria del Fonte, come l’edizione del luglio 1930 del mensile “Cremona”, fra altri spunti di lettura, ricordava: “(…) Il Vescovo deve, pertanto, governare la Chiesa di Dio come un padre la sua famiglia: la deve governare, non con la forza, ma con la persuasione, non con la parola dell’impero, ma con lo spirito d’umiltà e di carità, non come i re della terra, ma come Gesù Cristo, che essendo Maestro e Signore, sedeva in mezzo ai discepoli e li serviva come se fosse l’ultimo di loro (…)”.