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Trento – Sentimenti delicati e violente nostalgie, la severità e il silenzio ma anche gli incontri e il divertimento, il senso di identità e la trasformazione inesorabile delle cose.

La montagna si è rivelata, anche in questa edizione appena conclusa del Trento Film Festival, un luogo magico e capace di assumere diversi significati nei ricordi e nella vita umani.

Lo hanno dimostrato i film, diversissimi tra loro e pure legati da un filo sottile che attraversa le cime e i boschi, in concorso in questa edizione numero 67 che ha animato la città di Trento per diversi giorni, in una primavera calda e fredda allo stesso tempo, imprevedibile e affascinante come sa esserlo proprio la montagna. 

E i premi, della giuria e del pubblico, hanno saputo valorizzare e consacrare opere capaci di gettare uno sguardo sulla montagna intesa come luogo capace di accogliere chiunque, non importa con quali pesi o bagagli, solo o in compagnia, desideroso di sfide ma allo stesso tempo anche di silenzio e di pura bellezza.

I primi tre film premiati e i due premi del pubblico.

La Grande-Messe di Méryl Fortunat-Rossi e Valèry Rosier (Belgio/Francia 2018, 70’) ha conquistato la giuria internazionale del 67esimo Trento Film Festival, che ha assegnato al documentario il prestigioso Gran Premio Città di Trento Genziana d’Oro Miglior Film.

Questa la motivazione della giuria: “Un racconto sapientemente ritmato su identità, nazionalismo, invecchiamento e lutto. Il film indaga l’appassionato fanatismo di un gruppo di tifosi provenienti da tutta la Francia che condividono l’amore per il Tour de France”.

Sono loro i veri protagonisti: “Attraverso il loro entusiasmo, le emozioni la semplicità dei loro gesti questi personaggi trasmettono il senso della comunità, il piacere dello stare insieme, sublimando il significato dell’attesa”, ha aggiunto Mauro Leveghi, presidente del Trento Film Festival.

Il Premio del Club Alpino Italiano Genziana d’oro Miglior film di alpinismo, popolazioni e vita di montagna è andato invece al documentario di Francesco Fei La regina di Casetta, (Italia, 2018, 80’), che racconta la storia di Gregoria, unica ragazza di un paesino di montagna di pochissime anime. “Un messaggio di resistenza per tutte quelle comunità che vogliono continuare a vivere in montagna”, si legge nella motivazione della giuria.

Il Premio Città di Bolzano Genziana d’Oro Miglior film di esplorazione o avventura è andato invece a Bruder Jakob, schläfst du noch? Di Stefan Bohun (Austria, 2018,, 80’), un toccante film che narra la storia di quattro fratelli costretti a fare i conti con il suicidio del quinto di loro, con il quale avevano condiviso le scalate e la passione per la montagna.

E tra i premi ce ne sono due assegnati attraverso la raccolta dei giudizi del pubblico presente alle proiezioni. Il Premio del pubblico Miglior Film di Alpinismo – Rotari è andato a Fine Lines di Dina Khreino (Emirati Arabi Uniti, Hong Kong / 2018 / 97′).

Le testimonianze di venti dei più grandi alpinisti e scalatori al mondo per la prima volta si intrecciano in un unico racconto che ispira e commuove. Ognuno per le proprie ragioni, ma tutti legati al mondo verticale, arrampicano sfidando vento, scogliere a strapiombo e ogni altro imprevisto.

Il Premio del pubblico Miglior Lungometraggio – Acqua Pejo è stato assegnato invece a Cielo di Alison McAlpine (Canada, Cile / 2017 / 78′ / Anteprima italiana).

Trailer “FINE LINES” from Mendi Office on Vimeo.

In questo film, il cielo notturno – visto dal Deserto di Atacama in Cile – uno dei migliori posti del pianeta da cui esplorarne e contemplarne lo splendore, diventa l’oggetto di un affascinante sogno cinematografico ad occhi aperti che spazia tra scienza e spiritualità, lande aride, dune del deserto e galassie lussureggianti, espandendo i confini dei nostri immaginari terrestri.

E si è conclusa, con la proclamazione dei vincitori lo stesso giorno, sabato 4 maggio, anche la 45esima edizione del concorso letterario internazionale Premio Itas del Libro di Montagna, che ha visto quest’anno in concorso ben 88 opere.

A salire sul podio Il legame (Alpine Studio) di Simon McCartney come migliore opera narrativa, Eravamo immortali (Fabbri Editore) di Manolo come migliore opera non narrativa, e K2.

Storia della montagna impossibile (Rizzoli) di Alessandro Boscarino come migliore opera narrativa per ragazzi. Menzione speciale invece a Abschnitt. Adamello 1915-1918 (Parco Naturale Sdamello Brenta) di Tommaso Mariotti e Rudy Cozzini.

Una festa grande, insomma, che ha chiuso il sipario su un’edizione memorabile per gli organizzatori.

“Si è vista una vastissima partecipazione di pubblico, ma anche della città stessa di Trento e dei suoi abitanti”, hanno commentato nel corso della serata di gala che ha avuto come scenario i meravigliosi spazi del Muse.

Eventi, degustazioni, accoglienza calorosa (nonostante la neve che ha congedato i partecipanti l’ultimo giorno di manifestazione): l’atmosfera del festival si è respirata in ogni angolo della città, confermando l’evento come uno tra i più importanti appuntamenti con il cinema e la cultura italiane.

L’attenzione sempre maggiore riservata a questo evento fa riflettere sul ruolo che la montagna ha avuto in passato e ha nel presente. In una società schiava della tecnologia e minacciata dalla perdita di identità di un mondo globalizzato, le vette, i boschi e la natura selvaggia sembrano trasformarsi in un luogo adatto più di altri forse, ad accogliere chi si pone domande e cerca soluzioni profonde alle proprie inquietudini.

“Osservo le persone che vanno tutte insieme, contemporaneamente, in vacanza al mare”, ha commentato lo scalatore Manolo, talento da vendere e grande modestia, uomo di poche parole ma di tanta generosità nel comunicare le emozioni.

“Tutti nell’acqua, tutti in costume, tutti che si scottano. La montagna non è così. La montagna è solitudine, freddo, ma soprattutto silenzio. Scalare significa ritrovarsi, e percepire da vicino il vero senso della parola libertà”.

E se lo dice lui, protagonista di imprese impossibili – “qui per miracolo”, sottolinea – vale la pena crederci.

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