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V’era allora un dilemma: o sposare l’albanese, o restare scapolo”: è la considerazione che pare sia stata a monte del grave disagio interiore del contadino Stefano Festa di Lograto (Brescia) attraverso quella coscienza lacerata che, nei suoi trent’anni, aveva fatto in modo che, a detta delle cronache, “quel pensiero fu un incubo che a poco a poco gli sconvolse il cervello”.

Sono parole tratte dal quotidiano “La Sentinella bresciana” di martedì 17 aprile 1923 nel riferire a proposito delle due ore di tempo servite per l’autopsia alla salma del giovane parroco di Lograto, don Michele Minini, ammazzato in confessionale sabato mattina, 14 aprile 1923, dal suo parrocchiano Stefano Festa con quello che i periti hanno definito “un colpo violento alla regione addominale destra inferiore e penetrante dal basso verso l’alto, fino a ridosso della parete latero posteriore addominale con taglio netto dell’arteria e della vena crurale. L’ampiezza dei vasi recisi deve avere determinato un’emorragia così imponente da portare alla morte in un periodo di due minuti al massimo. Volendo fare dei commenti sull’esito dell’autopsia si potrebbe rilevare che il parroco è stato assassinato proprio mentre stava confessando il Festa e mentre questi era inginocchiato. Se fossero stati ambedue in piedi, una ferita simile non sarebbe stata possibile, a meno che il feritore non fosse molto basso di statura, ciò che non è nel caso attuale”.

Nativo di Quinzano d’Oglio, trentasei anni, dieci anni già precedentemente spesi come curato a Travagliato, un lungo servizio durante la prima guerra mondiale come soldato di sanità, aiutante medico, ed anche al fronte in Albania, da nove mesi titolare della parrocchia di Lograto, don Michele Minini lasciava la vita, tra tre o quattro urli di dolore, lungo il filo affilato degli undici centimetri di quella lama fatale lancinante l’ultimo trapasso a cui avevano fatto seguito le solenni onoranze funebri con il concorso di cinquemila persone, un centinaio di sacerdoti, quattordici oratori per gli interventi di commiato, ad ogni finestra un panno bianco con un velo nero, l’esecuzione durante il rito liturgico di brani del Perosi a “Tre voci”, ventotto bandiere e stendardi, sessantaquattro carrozze per il corteo diretto al paese natìo per la tumulazione, un servizio d’onore effettuato da una squadra di militi in divisa della Milizia Nazionale Fascista ed il vibrare delle note struggenti del Corpo Bandistico di Trenzano (Brescia): autorità istituzionali, scuole, associazioni, rappresentanze a piangere il pastore d’anime fra la costernazione generale dei parrocchiani che “ancor quasi non sanno capacitarsi se si tratti di un sogno cattivo o di una più cattiva realtà”.

In Albania, durante la prima guerra mondiale (1915–1918), c’erano stati sia il parroco che il contadino, “affittuale di una vasta proprietà già del conte Morando, sita in frazione Fienile Nuovo presso Navate”, senza probabilmente mai neanche incontrarsi nel corso di quella fase minore, ma non trascurabile e neanche indifferente, del conflitto militare in cui l’Italia combatteva, oltre che contro l’Austria, anche contro l’Impero Ottomano. Entrambi erano ritornati, il sacerdote con i postumi delle febbri malariche ed alcuni disturbi di cuore, l’altro con il coinvolgente ricordo di una relazione con una donna del posto con la quale aveva fatto a tempo a farci insieme un figlio.

Antico confessionale dei primi del ‘700

L’edizione de “La Sentinella bresciana” di martedì 17 aprile 1923 ne sviluppa della storia personale il ricercato aggancio con il folle movente dell’insano gesto omicida: “Il Festa, durante il tempo in cui fu in Albania colla Brigata Messina amoreggiò con una ragazza e la rese madre. Venuto l’armistizio e rimpatriato il reggimento, il Festa conservò sempre di quella ragazza e del figlio che egli aveva lasciato laggiù, un vivo ricordo. Forse l’avrebbe anche sposata e avrebbe legittimato il figlio se non ci fosse stato di mezzo sì grande lontananza. A poco a poco però col passare del tempo quel ricordo si attenuò e può darsi che lo avrebbe dimenticato anche del tutto se non sopravveniva un fatto nuovo. E il fatto nuovo fu un’altra donna. Il giovane Festa si innamorò di una ragazza di Lograto, certa Taglietti Caterina e la corteggiò un poco, pur senza mai dichiararle il proprio amore. Forse il ricordo di un’altra donna e di un piccolo bimbo che erano restati in Albania, lo tratteneva sebbene la Taglietti non si mostrasse insensibile alle sue premure”.

L’articolo, non firmato e messo in pagina sotto il titolo “Il delitto di Lograto – L’autopsia e l’istruttoria”, consente anche di appurare un retroscena storico che, unitamente al dramma di una tragedia d’uomini dei quali uno è vittima e l’altro uccisore, con il conseguente dolore generale particolarmente ascritto alle due famiglie, attesta pure alcuni particolari del tempo, oltrepassanti l’intuito della fantasia e della logica razionalità, per essere legati, più che ad una realtà di tranquilla quotidianità di provincia, alle invece meglio ravvisabili trame intriganti di romanzi dalle combinazioni più improbabili ed infrequenti, con tanto dell’eco proveniente da lontani confini e dalle ripercussioni internazionali, indirette al baratro della guerra, sul capo di vicende individuali.

Da quanto descritto, il seguito si riconduceva al fatto cheda quel momento, da quando cioè il Festa trovò sulla sua via la Taglietti, comincia la crisi della sua anima. Ed è qui che entra in scena il sacerdote. Ed è stato lo stesso Festa che narrò a molte persone d’aver rivelato in confessione a don Minini l’affare dell’amante e del figlio lasciati in Albania e se ne disse pentito: ma nello stesso tempo gli chiese se poteva contrarre matrimonio religioso con la nuova fidanzata che s’era fatta a Lograto. Il prete – sempre a quanto raccontò il Festa – rispose che mentre lo assolveva dal peccato d’aver abbandonato una donna resa madre e un figlio in Albania, non poteva assolutamente, perché urtava contro un canone della Chiesa, permettergli di sposare un’altra donna”.

Questione di coscienza, questione di fede, questione di diritto canonico ed ancor prima dottrinaria, nella complessità del magistero pastorale, che sul giornale, documentante gli antefatti della violenza avvenuta, erano descritte come “l’intimo travaglio del Festa, il quale nella errata speranza di avere finalmente il consenso, continuava a confessarsi, a comunicarsi e a far dire messe”. Anche il quotidiano “Il Cittadino di Brescia” di domenica 15 aprile 1923 tratteggia un profilo personale dell’autore di quello che in paese era colto dal cronista come “un triste episodio di esaltazione mentale”, per gettare luce su una personalità che “non si riesce a spiegare come il Festa sia così improvvisamente impazzito da trascinarsi ad un delitto così orrendo. Prima del delitto il Festa è stato notato, come dicemmo, calmissimo; dopo il delitto era pressoché uguale: almeno così dimostrava di esserlo” .

Nello sviluppo della ricerca del dettaglio interpretato a materia d’informazione il medesimo giornale permette di leggere: “Lo Stefano Festa fu soldato in fanteria per tutto il periodo della guerra e partecipò a vari combattimenti. Da qualche tempo era stata notata nello Stefano Festa una strana frequenza alla chiesa: due, tre ed anche quattro volte alla settimana si presentava per la confessione e alla Comunione, e faceva celebrare S. Messe. Ma nulla però di allarmante che in qualche modo potesse far sospettare una vera e propria pazzia. La madre dello Stefano, un mese fa, disse però al curato, Don Giovanni Gottardi che il contegno del figlio gli dava un po’ da pensare e che era prudente sorvegliarlo”.

Anche il curato Gottardi, assegnato alla parrocchia di Lograto, aveva fatto la “grande guerra”, partecipandovi come granatiere e restando ferito tre volte. A lui, in quella chiesa silente avvolta da un mattino d’aprile dove all’interno vi sostavano solo un paio di donne, è stato riservato l’accorrere alle grida del parroco ferito, avvinghiandosi all’offensore: “Intuì subito la tragedia e risolutamente afferrava per la vita il Festa tentando di staccarlo dal Parroco. I lamenti del povero don Minini, già agonizzante, vennero soffocati dalla lotta impegnata tra il Festa ed il curato che tentò più volte di disarmare l’assassino. La colluttazione fu accanita e pur essendo rimasto ferito alla mano destra, il curato don Gottardi non abbandonò la presa iniziata”. Nel concitamento tumultuoso di membra e di interminabili istanti, varcate le soglie del non ritorno dell’immane tragedia, l’autore del delitto alla fine del dramma già compiuto, riesce a divincolarsi, esce di chiesa, riprende la bicicletta lasciata in deposito presso la vicina fruttivendola Angela Rivetti e riguadagna la sede domestica con le mani insanguinate a causa delle quali, alla domanda della madre che cosa avesse fatto, rispondeva lucidamente, ma in chissà qual dimensione d’inconscio, “ho ammazzato il parroco”.

Appresa la notizia, in famiglia si reagisce decidendo di fare quanto “La sentinella bresciana” di domenica 15 aprile 1923 riferisce, sintetizzando che: “Fu alla svelta approntato un biroccio, vi si fece salire l’assassino, salirono dopo di lui il fratello Paolo e la sorella Teresa maritata Ghio, madre di quel ragazzo che aveva ricevuto le biline e il biroccio si diresse verso Brescia, con l’intento di consegnare l’assassino al manicomio”.

Le “biline”, o meglio le castagne secche che per venti centesimi Stefano Festa aveva comprato di prima mattina dalla fruttivendola per regalarle al giovane nipote che aveva collaborato al servizio liturgico della messa mattutina, erano ormai un tenue ricordo di scolorata tonalità affettiva, soverchiata dal funesto peso incombente della nera disgrazia.

Al manicomio però “non fu accolto per varie considerazioni, prima fra tutte quella che il Festa, non presentava i caratteri specifici del pazzo”. Accompagnato dagli stessi famigliari presso una parente che risiedeva in città ha atteso in quell’abitazione l’avvento dell’arresto per mano dei Carabinieri con il sequestro dell’arma del delitto ancora detenuta nella specie di quel nefasto coltello a serramanico utilizzato in quel mentre letale. Solo qualche giorno prima, dopo la predica del Venerdì santo, pare avesse rivolto lo sguardo al cielo e, togliendosi il cappello, fosse stato udito dire “Ma come farò a salvarmi?”. A Lograto in quel periodo pasquale era stato inaugurato un nuovo apparato per la devozione delle Sante Quarantore, realizzato dagli artisti locali Gezio e Lodovico Cominelli che “si prestarono con disinteresse pari all’abilità, per dotare la loro parrocchiale di una pregevole opera di arte cristiana”.

La cronaca del paese si era però, poco dopo la bella novità, accompagnata al fatto di sangue proprio “in un locale attiguo al presbiterio e di fronte all’ingresso della sagristia” nella chiesa parrocchiale. Fino alle estreme conseguenze era esplosa un’infelicità, pure riaffacciatasi nel tentativo di suicidio che dopo la violenza l’uccisore ha intentato mentre era sul mezzo della forza pubblica che, se non fosse stata fagocitata da un’esasperata e male gestita sensibilità, non indifferente comunque ai richiami della coscienza, non avrebbe forse reso conflittuale la linea di confronto nel rapporto con l’amore paterno di Dio a cui il mistero della fragilità umana affida le sofferenze della Croce espiante dalla quale il grido di Cristo è ancora quello: “Padre perché mi hai abbandonato?”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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