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Appuntamento con l’arte, nella biblioteca civica di Concesio, mediante una pubblica esposizione allestita nel soppalco di tale sede formativa dove da tempo, oltre al tradizionale impianto di un potenziale librario e multimediale a tutto tondo, si strutturano, in loco, varie ed interessanti iniziative culturali che risultano tanto collaterali, all’ambiente stesso dove si pongono, quanto percepibili per una data luce propria.

E’ anche quest’ultimo, il caso della mostra di Alexandru Cismas Joan, autore di una serie di manufatti d’arte visiva, liberamente visionabili all’interno della biblioteca comunale di questa località alle porte di Brescia, mediante una proposta che risulta effettiva in un modo contestuale agli orari di apertura al pubblico di tale centro polifunzionale, ispirato all’investimento del sapere ed alla formazione, sia personale che comunitaria, attorno ai valori del crescere insieme.

Questi orari sono: dal martedì al venerdì, dalle ore 9,00 alle ore 18,30, con la variante che il giovedì ci si attarda a chiudere alle ore 19,30, mentre, di sabato, questa biblioteca chiude alle ore 12,30.

Durante l’ottobre che il 2021 sviluppa nell’ormai avviato autunno, la stagione incombente che si volge in una sorta di oltremodo conosciuto ripiegamento, spinto in una concomitante prospettiva di introspezione, pare abbinarsi al titolo impegnativo di questa esposizione, presentata nei termini testualmente detti di “Il mio dolore”.

Fino al 23 ottobre, il carisma compositivo dell’autore è sul profilo di uno svelamento deduttivo stemperato sull’oggettivazione di opere, intrise da una metodica artistica piuttosto uniforme.

Assente la figura umana, nei canoni tradizionali di una classica rappresentazione, presente la stessa nell’ambito di una informale costruzione di quanto è presentato su supporti indicativi di una disinvolta ispirazione.

Non tele o pannelli, ma basi sottili, poco più che fogli, bastemente rinforzati per ispessire quanto basta alla tenuta della carica vigorosa del colore che su di essi è ideata in una costante e generosa narrazione.

Tracce per le quali il soffermarsi nella loro visione diviene scommessa per il fruitore dell’opera stessa, per il possibile richiamo ad una spontanea introspezione, a proposito delle sollecitazioni epistemiche vi si trovano sottese in una larga effusione.

Le premesse, nell’uso del colore, sono rafforzate da un incedere gestuale del tratto che propone differenze notevoli, da manufatto a manufatto, circa la sintesi espressiva che all’opera è via via assicurata sulla base di una rispettiva astrazione.

Astrazione concettualmente tematica che, complice il titolo della mostra in questione, pare sia affidata al tema del dolore.

Come se non bastasse, alcuni messaggi didascalici a ciò che è nell’esposizione, contribuiscono a tracciare culturalmente la mostra mediante una serie di dotti pensieri, tratti dal repertorio circa l’argomento che si è voluto prendere in considerazione, senza, per questo, averlo voluto intendere in un’univoca e perentoria definizione.

Tali suggerimenti narrativi appaiono anche nel registro peculiarmente proprio di un dato scrittore, come, ad esempio, è, in una briosa chiave di rima baciata, la poetica indimenticata di un Gianni Rodari che concorre al paradigma di una riflessione esistenziale che sembra, a sua volta, sotteso ad aver come punto fermo la consapevolezza verso la presenza nella vita del dolore, con il farsi leggere, mediante l’affondo disincantato e sdrammatizzante di queste sue strofe: “Teste fiorite. Se invece dei capelli sulla testa/ ci spuntassero i fiori, sai che festa?/ si potrebbe capire a prima vista/ chi ha il cuore buono, chi ha la mente trista/ Il tale ha in fronte un ciuffo di rose:/ non può certo pensare a brutte cose./ Quest’altro, poveraccio, è di umor nero:/ gli crescono le viole del pensiero./ e quello con le ortiche spettinate?/ Deve avere le idee disordinate/ e invano ogni mattina/ spreca un vasetto o due di brillantina”.

Anche nella emblematica poetica di Rodari sembra svilupparsi il percorso artistico di Alexandru Cismas Joan dove, in altra forma comunicativa, nella evocazione dei cardini primordiali delle manifestazioni coloristiche congetturate entro liberi ed astratti schemi compositivi, si erge la più sconfinata fantasia che aleggia nel rovesciamento del mondo reale entro quella differente dimensione che usa il linguaggio dell’irreale per condurre una riflessione verosimile entro una diluizione spirituale.

Colori addensati in variamente cariche stratificazioni materiche, graffiature e spatolature in, a volte, vorticose sintesi di congetture compositive, alquanto ermetiche e dalle differenti misure.

Non sono estranee alla mostra manifestazioni espressive maggiormente accessibili, rispetto al modo di un dato vertice di storica affabulazione, nel senso di quelle evoluzioni figurative che già, di per sé, focalizzano lo scenario nell’ambito di immedesimazioni cosmiche, legate a proposte oggettivanti quegli scenari dei quali possono risultare rappresentative.

Esempio di questo ritorno all’effetto di un immediato risalto diretto, pare che possa essere lo squarcio di una veduta ripartita fra cielo, terra e relativa prospettiva, per prodigarsi, comunque, maggiormente l’autore, in questa sua esposizione, alla scelta di una applicazione onirica destrutturante la forma, per profondersi nella concettualità di una stilistica, sottintesa alla disamina stessa praticata di una realtà interiore, intrisa nella tematica di una coerente intitolazione.