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Che cos’hanno in comune scene e soggetti ritratti dai luoghi, fra loro, più lontani e disparati?

Ce lo dice il fotografo e giornalista Gigi Bellometti, con “Photoanalogie”.

Trattasi di una mostra fotografica, allestita a Brescia, al civico 78 di via Moretto, nei pressi della sede del “Centro della Fotografia Italiana”, che trova spazio nell’antico palazzo Martinengo Colleoni, mediante il racconto visivo di una serie ordinata di immagini, esibite in un paio di sale, seguendo un percorso di lettura della realtà osservata, anche attraverso il possibile accostamento di assonanze, scaturite da un rimbalzo di particolari che risultano, a loro volta, in aderenza a chi interpreta la scena, catturata grazie all’attestazione fedele di una corrispondente fotografia.

Spazio espositivo che è anch’esso definito con un proprio acronimo, espresso nei termini di “Ma.Co.f”, analogamente all’altro, ispirato a quella denominazione del suo relativo immobile che ne evoca, alla stregua, l’ubicazione dello stabile intero, con le sillabe di “Mo.ca”. Tali recapiti hanno in comune l’alludere rispettivamente a “Palazzo Martinengo Colleoni”, ed alla toponomastica di Moretto e Cavour, che si esplicano, contestualmente, nella prospicienza di queste due dedicazioni civiche, prese da un contesto viario coincidente.

“Photoanalogie” è visitabile dalle ore 15 alle 19 di tutti i giorni, con esclusione del lunedì che è di chiusura, oggettivando una proposta che risulta intrigante nell’imbastire i fili invisibili di un collegamento con certi luoghi che, fra di loro, sembra possano avere in comune la condivisione di pose, di corredi o di contesti, in capo a quei protagonisti che ricorrono, in ogni caso, ad essere colti nella generalità dell’uomo, mediante un coinvolgimento che non bada nè ad età, nè a genere, nè ad ambientazioni selettive.

La figura eclettica dell’autore, fra l’altro, anche esperto di grafica ed architetto, segue le impercettibili verosimiglianze di combinazioni, fra coincidenti estrinsecazioni, colte nell’ordinarietà di aperti spazi pubblici, attraversati dal gravame di individualità che calcano la scena del tempo in scorrimento.

Tali figure sono immortalate entro caratteristiche legate, non solo al momento, ma anche al riverbero di alcune tipicità che sono desumibili da ciò che, di fatto, funge a palcoscenico del loro estemporaneo ed autentico manifestarsi, nella spontaneità di un dato motivo di riferimento.

Il linguaggio, a cui si proporziona il tutto, diviene universale, certamente spendibile in ogni dove lo si è voluto adottare per accostare, ad esempio, un’autovettura oltremodo carica nel bagagliaio, con un’altra quattroruote, anch’essa gravata da tale impiego “merci”, lungo una differente arteria stradale, in quel nesso parlante che è riferito alla similarità fra le due fattispecie che si è inteso notare.

I luoghi, vissuti e poi setacciati in un’azione di riordino nel loro assortimento, sono tratti da varie parti del mondo che, insieme all’Europa, includono anche l’esoticità di zone intrise dalle caratterizzazioni fascinose di remote destinazioni, anche apparentate ad una notorietà confacente alla locale natura attrattiva che vi è fondamento.

In scene consimili, il messaggio fotografico che vi è celato pare librarsi in una rivisitazione di quel concetto di unicità che, pur confermandosi tale, rivela essere ridimensionato da quei punti in comune che, ad esempio, nei pressi di un’enorme testone, quale scultura distesa entro uno spazio aperto di esibizione, appare similmente colto dall’attenzione degli astanti, sia a Londra che a Cracovia.

E che dire dei passi marziali dei militari, tanto in Grecia quanto in Russia, che pure impegnate ad un analogo servizio, hanno indosso uniformi dei due Paesi che non hanno nulla in comune fra loro? Oppure dei parrucchieri in strada che esercitano il loro mestiere, nell’evidenza pure del cimentarsi con la clientela che a sua volta diviene concomitante traccia di sè, in una sorta di contestuale emblema?

Senza scomodare la “Pop art”, con la strisciante presenza di una reiterazione di segni, desumibili dal diffuso dispiegamento dei messaggi e dei marchi pubblicitari di maggior presa e di estrema massificazione, il qui ed ora di queste fotografie attengono ad una sfera poetica che svela l’uomo nella sua compresente essenza, estesa ovunque esistano i suoi pari e le condizioni che ne consentano la manifestazione, nella naturalezza di quanto in lui incombe.

In questa fratellanza, non servono sigle che famigliarizzano con zone terrestri anche agli antipodi, come può, ad esempio, verificarsi all’ombra di una nota insegna di “fast food”, ma basta la semplicità della diuturna rivelazione umana, osservata nell’assonanza di frangenti e colta a ridosso di genuine sensazioni, naturali emozioni e correlati sentimenti.

Inconsapevoli comparse di scene fondanti la materia effettiva dell’immagine, i rispettivi personaggi che animano queste fotografie, sono funzionali al senso significante di un accostamento che può pure astrarsi in un ambito aperto a quella soluzione contenutistica compiuta che è di per sè valevole per una sua composita e correlata lettura.

Ad esempio, di Santiago Compostela, interviene, in mostra, la fotografia che vi è evocativa, recante la figura di un anziano che cammina rasente il noto edificio di culto, in un tratto assolato di tale immobile devozionale, quasi a rivelarlo oltre la sua caratura esponenziale, restituendo al luogo una appropriazione entro la dimensione di termini più semplici che, sfilano, anche all’ombra di tonanti solidi imponenti, nella consuetudinarietà apparente di una distratta marginalità silente.