Brescia – Il pellicano, nella nota immagine dove tale pennuto si ferisce il petto per nutrire i suoi piccoli, pare mutuata nella versione iconografica che è stata scelta a biglietto da visita per la mostra pittorica di Alessandro Bulgarini, in relazione all’esposizione personale che questo giovane artista bresciano propone, nell’incombere autunnale del 2020.

Con ingresso libero e gratuito, questa mostra, denominata evocativamente con il termine ermetico di “IconoSophia”, attende i visitatori secondo le contestuali e note prescrizioni, legate al perdurare delle misure precauzionali ispirate al contenimento del contagio da Covid-19, della mascherina da indossarsi unitamente all’osservanza del distanziamento fisico.

L’appuntamento muove i primi passi mediante lo svelamento dell’articolato allestimento pittorico di questo apprezzato autore, con studio a Trenzano, grazie alla manifestazione inaugurale, in calendario alle ore 18 di sabato, con la presentazione critica del filosofo Luca Siniscalco, secondo una possibile condivisione espressa a funzionale linea di lettura posta ad approfondimento delle diverse opere esposte.

Fra queste, anche quella dove, al posto del tradizionale sacrificio del pellicano, si esplica l’analoga posa del medesimo volatile che volge, però, il proprio becco alle fattezze di un volto riprodotto sul suo stesso addome, in modo che, nella variazione del tema dove anche le ali risultano maggiormente aperte rispetto alla consueta icona assurta a pertinenza concettuale, il risultato del pittore è l’affermazione di un messaggio, espresso nella soluzione surreale di uno stridente accostamento quanto meno irrituale.

Certamente, la stilistica espressiva di questo pittore non si ferma a questa sorta di naturale provocazione, dal momento che il concetto che ne deriva è l’emanazione culturale sottintendente una libera scuola di pensiero, affidata anche alla stimolante codifica metaforica di simboli, dove sta, al fruitore dell’opera, ripercorrerne, oltre l’apparenza, il motivo ispiratore, cogliendo, in un tal particolare, piuttosto che in un altro, la chiave utile per dischiuderne il contenuto fondante la complessiva vaghezza di una fervida ispirazione.

Come si può leggere da una traccia esplicativa, editorialmente diffusa a margine di questa iniziativa, “IconoSophia” richiama alla mente il concetto di iconografie di sapienza, di raffigurazioni filosofali e può essere inteso in senso ampio, come la definizione di una ricerca pittorica peculiare, focalizzata sull’approfondimento e la rielaborazione dei simbolismi e le iconografie delle varie Tradizioni, nonché di alcuni paradigmi legati alle domande fondamentali dell’uomo.

Ogni opera dell’artista equivale alla riorganizzazione compositiva di un particolare insegnamento o concetto ed è concepita come uno stratagemma capace di risvegliare nell’osservatore una domanda, generalmente sopita, sulla realtà”.

Per Alessandro Bulgarini, tale filone di ricerca espressiva segue altre diverse analisi critiche, sottese ad altrettante e pregresse riflessioni compositive, rispettivamente definite negli appellativi di “Ierofania” (2015), “Codice Sincretico” (2016) e “Alta fantasia” (2017), procedendo sull’itinerario stilistico di un sempre maggior affinamento delle, ormai da tempo, acquisite e conosciute caratterizzazioni del proprio scibile pittorico, a definizione del suo essere artista, pittore per diletto, ma pure nel ruolo chiaramente qualificato anche per una vasta materia da mettere ad effetto e per essere cresciuto, nell’influenza contagiosa esercitata sui suoi innati talenti creativi, all’ombra del nonno Serafino Zanella, pittore legato, proficuamente e con una propria impronta, a quella amabile tradizione culturale delle arti visive dove la mediazione artistica sviluppa una corrispondenza figurativa di pacata e di introspettiva interazione, anche vedutistica.

Senza compromettersi in dichiarate appartenenze elettive, potenzialmente individuabili sul piano ideale di conclamate referenze iniziatiche, pare che Alessandro Bulgarini segua una propria strada, ambasciatore di sé stesso, pure, per così dire, nel contestualmente corteggiare innegabili similitudini di prossimità, con quei settori sensibili in capo a materie verosimilmente proprie di presumibili ambiti identitari, che l’artista stesso va a riconoscere, nell’enunciare un dato insieme, certamente parziale, rispetto a ciò che la sua pittura detiene, almeno agli occhi degli addetti a lavori che vi scorgono positivamente un complice convenire di merito e di considerazione, andando, appunto, questo pittore a sottolineare che si tratti di “tematiche filosofiche e approfondimenti iconografici legati ai temi del sacro e del simbolismo”.

Queste referenze culturali non debbono, in ogni caso, andare a posporre sull’insieme, l’originalità della sua maestria pittorica, stilisticamente capace di distinguersi secondo un approccio personale, tanto nelle evoluzioni cromatiche quanto nella sintesi prospettica di una vigorosa irruenza di composizioni pluridimensionali, per lo più surreali, come parti salienti della rivelazione concettuale che, in modo incisivo e mai banale, intendono rappresentare.

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