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Eritrea, nome esotico e fascinoso che porta lontano, anche indietro nel tempo dell’allora imberbe debutto coloniale dell’Italia post risorgimentale, quando, ancor prima dell’espansionismo a seguire della tanto decantata ricerca di “un po’ di posto al sole”, già la politica del tempo aveva pensato di impiantarvi il nostrano vessillo tricolore.

Guerra, prerogativa di molti, non esclusiva di alcuno, come, per altro, pare ricordare, nell’odierno scacchiere internazionale, l’Eritrea, tra i noti e recenti sommovimenti bellici, ponendosi tra gli Stati refrattari a condannare la Russia, impegnata negli attuali combattimenti in Ucraina, secondo i termini circoscritti attorno ad una sedicente “operazione militare”.

Sorvola, su questi aspetti che, pure, suggerisce, in ogni caso, la martellante cronaca attuale, rispetto all’ingombro di una dinamica fattuale, la mostra fotografica di Maurizio Frullani, dal titolo, appunto, “Sette anni in Eritrea”, allestita a Palazzo Martinengo Colleoni di Brescia, per la cura di Renato Corsini e di Federica Luser, fino al 15 di maggio che, nel 2022, proporziona, di questa iniziativa, il corso, a scavalco di due mesi, della sua lunga durata effettiva.

Il bianco e nero di questo autore, si esplica in una dicotomia coloristica che si presta ad essere strategicamente efficace, anche per via della caratteristica epidermide di colore dei vari soggetti fotografati in questa terra africana dove sono stati rispettivamente immortalati tra la fine degli anni Novanta e l’appressarsi del Terzo millennio, temporalizzando, in questo modo, un vario repertorio confacente a rendere visibile questo antico Paese, per mezzo della sua stessa gente.

“Eritrea”, pure utilizzato anche a nome di battesimo da qualcuno nel Belpaese, come la donna interpretata da Silvana Mangano nel film “La mia signora” nel 1964, echeggia caratteristicamente nelle tre sale dell’esposizione, realizzata a piano terra di questa prestigiosa sede ospitante, da tempo, a riferimento del centro culturale “Mo.ca”, in questo caso, distinguendosi nei numerosi scatti fotografici, selezionati a taglio evocativo di questo evento espositivo bresciano, dettagliandosi al femminile, prodotti da Maurizio Frullani.

Di lui, Ambra Laurenzi, spiega, fra l’altro, sottoscrivendo “Fotografie di Maurizio Frullani – diario di un viaggiatore”, quale contributo d’approfondimento presente nella monografia della medesima mostra, che trattasi di “(…) una narrazione di persone, di ambienti, di relazioni, attraverso intensi ritratti di questa terra d’Africa. L’ambiente delle case, dei cortili, delle officine diventano parte integrante di una narrazione in cui donne, bambini, anziani, artigiani si pongono in modo naturale, mostrando con semplicità, la loro vita e loro stessi. L’obiettivo non appare vissuto come un intruso, ma come qualcosa a cui è possibile affidarsi perché il fotografo ha la capacità di rappresentare la loro collettività nel rispetto dei suoi ritmi di relazione con lo straniero (…)”.

In questo senso, l’interpretazione fotografica, divulgata in un’esperienziale mostra ricognitiva monotematica, non reputa un tabù che possa esserci quell’alterità, quale elemento identitario percepibile come pari al nesso con un distinto altrove d’origine, che declina il pieno titolo di essere straniero in una data codifica di ruoli, comprensibilmente modulati fra loro in un rispettivo ambito di comunque utile coesistenza, dove occhi, gli uni estranei all’altro, sanno, in ogni caso, vicendevolmente riconoscersi, nell’instaurarsi di una reciproca conoscenza.

Quella conoscenza che, per l’attento fotografo di questa esposizione, deriva anche dall’aver egli abitato per un settennato tra i contorni etnici stessi della tipica fattispecie autoctona che ha esaminato, nel valorizzare l’incontro con una subitanea estemporaneità, tanto personale quanto pervasa da una echeggiante ritmicità collettiva, corrispondente all’autentica specificità culturale che ha incontrato.

Da questo impatto visivo, pare che ne sia sorta anche una riflessione, se è vero, come in effetti in varie immagini fotografiche si assevera, che una serie di soggetti appaiono in posa, come ritratti mirati per espandere ulteriormente gli effetti di una caratterizzazione emblematicamente spendibile per rimarcarne le prerogative parlanti di una espressività, ancora più definita in un convinto risalto verosimile.

A tale proposito, ancora Ambra Laurenzi, pare vada a sottolineare la “(…) cura della forma che, contrariamente a quanto si può ritenere, non rende algide ed edulcorate le immagini, ma ne amplifica il senso, rendendo il messaggio più puro. E’ la purezza che percepiamo quando incontriamo occhi profondi, sorrisi accennati, piccole trecce sciolte e raccolte in fazzoletti variopinti, abiti che percepiamo coloratissimi, nonostante il bianco e nero: sono le bellissime donne eritree che non si sottraggono all’obiettivo, ma si pongono con lo sguardo fermo di chi conosce consapevolmente la propria dignità. (…)”.

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