A chi piacciono i cavalli, li può ammirare in scultura rappresentati in quella misura dove l’arte plastica vi ingiunge la propria natura.

I cinquant’anni di attività dell’apprezzato artista bresciano Ilario Mutti passano attraverso l’interpretazione di questo connubio, materia effettiva della proposta espositiva che è allestita a Calvisano, anche per condividere il lusinghiero traguardo della lunga e costante dedicazione artistica, giunta ad una significativa stima cinquantennale, che vi risulta fattiva.

Un’opera di Ilario Mutti

Per questo artista, il popolare adagio enunciato in “donne e motori”, si coniuga con la variante dei cavalli, quasi sinonimo di quell’apparato motoristico che, non a caso, conserva, in debita sigla indicativa, la potenza di un mezzo a trazione, nella capacità di accelerazione e di ripresa, espressa in cavalli a vapore.

Alla stregua di un cerchio disegnato da un compasso, il carisma compositivo di Ilario Mutti sembra proporzionare l’armonia del Creato, per il tramite dei diversi soggetti da lui trattati, obbedendo all’imperativo carducciano del famoso inno in cui tale poeta cattedratico proclamava l’esortazione declamata nelle parole: “materia innalzati”.

Qui, la materia è principalmente la creta, secondo quella tecnica compositiva che, questo autore, specifica nei termini di “cotto-cotto patinato-bronzo (fusione a cera persa)”, spiegando che “le fusioni sono tutte pezzi unici, dato che lavoro direttamente con le cere”.
Le sue opere danno sostanza a quella mostra personale che, con il titolo, “50 anni nello spirito della fatica artistica 1970 – 2020”, procede, nella notevole ricorrenza temporale, a contraddistinguere il periodo dal 26 settembre al 12 ottobre, con l’evento inaugurale, fissato nel calendario della giornata d’avvio, alle ore 17, presso la Chiesa di Santa Maria della Rosa di Calvisano, con l’intervento di presentazione affidato al noto giornalista e scrittore Tonino Zana.

Un’opera di Ilario Mutti

Per questa importante esposizione, organizzata nella località della Bassa Bresciana che è coincidente con il luogo di nascita di quest’autore, risulta disponibile anche una pubblicazione espressa a catalogo delle rispettive sculture, risultando editorialmente cumulativa dei sostenitori della medesima iniziativa e pure costituendo una interessante linea di lettura, rappresentativa di una serie di contributi di interpretazione della particolare arte scultorea che si esplica in mostra, attraverso una data impronta evocativamente complessiva.

Il nesso, fra le diverse ispirazioni tradotte in scultura, è anche la possibile interazione fra il concetto che dell’una e dell’altra fascinazione immaginativa rimanda alle peculiarità contenutistiche di affascinanti e di conclamati riverberi culturali, come, secondo lo stesso Mutti, può ritenersi svelato nello sperimentare che si tratta di “donne e cavalli, eleganza e bellezza, forza e caparbietà, ma anche intelligenza, come pure, il rispettivo rapporto di ruoli, fra compagni e compagne dell’uomo”.

A proposito di questo qualificato artista, da tempo con studio e con abitazione a Rezzato, alcune firme sottoscrivono, nel catalogo della mostra stessa, varie tracce stilate per un’interpretazione dei riusciti manufatti che vi sono allestiti, scorgendovi, come nel caso di quanto sottoscritto da Claudio Donneschi, un substrato di elementi costitutivi, per i quali “(…) L’affondo in quest’argomento è nel contempo fisico – materico e ideale poetico: fisico, perché quando Mutti affronta la sostanza della sua scultura – in prevalenza l’argilla o la cera – lo fa con un approccio totalizzante, almeno questa è stata la mia impressione, quando ho avuto la fortuna di vederlo all’opera nel suo studio rezzatese.

Ilario si immerge nella materia, con un rapporto fisico assoluto, per farne scaturire linee, angoli, dinamiche che, solo al termine dell’operazione, appaiono anche agli occhi del fruitore, ma che sembrano ben presenti fin dal principio negli occhi e nella mente del suo autore.

Parlerei di una ricerca che si rinnova ogni volta nella sfida con le dimensioni e la plasticità della materia da lavorare e ogni volta riesce a inventare prospettive diverse, sfaccettature poliedriche. (…)”.

Ad incontenibile ed autentica pulsione di un estro espressivo che si incanala nella scultura, per dare forma ad un proprio palpitante sentore, Ilario Mutti spiega che, in tale trascinante sua ispirazione, avverte personalmente “un qualcosa che ribolle dentro, un mezzo per esprimere i miei sentimenti, per parlare al fruitore che darà, a sua volta, lettura dell’opera per quanto avrà suscitato in lui, non necessariamente uguale alla mia”.

Nella vigorosa dinamicità dei tratti e delle pose costituenti le sue sculture, quali innervature materiche spinte nella disinvolta veracità di soluzioni decise, al tempo stesso vibranti e contemplative, pare strutturarsi, fra altri suggestivi aspetti, pure quanto trova eccellente sintesi esplicativa nelle parole usate da Tonino Zana, nello scrivere, fra l’altro, sul catalogo accennato che “(…) Mutti trova la metafora e la sostanza sostanziale se non in un cavallo e in una donna, seguendo l’ispirazione della velocità e della potenza, del desiderio e dell’inizio di tante vite.

La donna madre e la donna amante, la donna amica e la donna a metà, la donna che viene e che si allontana e che ritorna ancora.

La donna quale sublimazione di un valore da cui ogni altro deriva. E il cavallo? Il cavallo è la velocità fisica e senza inciampi di una rincorsa alla libertà, di quella libertà a cui Mutti si abbevera e non ha intenzione di distrarsi da essa, dall’origine, dall’identità (…)”.