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Brescia – La genialità del libro “Mutatis mutandis – Cambiate le mutande è la spiritosaggine racchiusa nel suo stesso titolo. La riprova ne è, ancor prima del brillante contenuto, il sottotitolo di onesta avvertenza e di implicita valenza: “Aforismi e sentenze latine, liberamente scelte e commentate dall’autore”. Autore che, nella persona di Giacomo Danesi, giornalista, scrittore e qualificato studioso d’araldica, sviluppa in modo coraggioso ed innovativo il tema della lingua latina, nel suo stretto rapporto controverso, complesso e radicato, ma sempre più sfumato ed evanescente, con la cultura italiana corrente.

Lo sbocco di questo interessante, positivo e curioso lavoro è una gradevole, naturale e sdrammatizzante ironia, funzionale ad una riflessione d’insieme, circa il legame fra la lingua degli antichi romani ed i loro discendenti percorrenti le strade di oggi di quello che era l’antico Impero di Roma.

Non a caso l’acuta abilità dell’autore confeziona la propria impietosa, ma serena analisi, nell’ambito di poco più di centoquaranta pagine, precedute da una “lettera aperta al Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini”, esponente bresciana nella prestigiosa titolarità di quel dicastero direttamente prossimo a quanto una riflessione tematica sulle frasi latine, solitamente apprese sui banchi della scuola italiana, possa indurre ad una mirata considerazione di appropriata attualizzazione, riscontrata nell’odierna società del Belpaese.

Nell’immagine di copertina, le bianche mutande appese ad un filo da una molletta verde e da una rossa, sono le cromie ideali dell’italico tricolore verso cui il libro si pone a raffronto dei suoi protagonisti che, nel proprio sguarnito immaginario collettivo, a digiuno di reminiscenze classiche, per qualcuno forse neanche mai studiate, evocano nel detto latino “Mutatis mutandis”, non già la corretta traduzione di “cambiare ciò che bisogna cambiare”, ma invece un qualcosa in accostamento all’indumento intimo che può pure cadenzarsi in acrobatici volteggi, fantasiosi di complici, ma fallaci assonanze, foriere di comiche discordanze, espresse in una mala comprensione, come pure in altrettante forme di errata interpretazione.

Focalizzato il bersaglio su cui puntare il mirino della propria accattivante e sarcastica ispirazione, l’autore affronta in similarità di equivoche e di vane traduzioni, altre frasi colte nel repertorio dei più famosi e diffusi motti latini, anche attinti da quelli provenienti dalla storica formazione scolastica, ad uso e consumo dei giovani allievi, attraverso i quali, nella didattica di un tempo, erano sollecitati ad apprendere la lingua del grande Virgilio.

I tormentoni scolastici di assodate tradizioni d’insegnamento riecheggiavano, ad esempio, negli orecchi degli studenti con “I vitelli dei romani sono belli”: frase di un assoluto senso compiuto in italiano, ma chi, frequentando il corso di latino, era chiamato a tradurre, doveva renderla nel tutt’altro significato, rispetto a quello apparente in italiano, di “Va, o Vitelio, al suono di guerra del dio romano”.

D’un italiano ibrido pare, in prima battuta, invece essere “Cane nero magna bella persica” che, però, come argutamente mette in simpatico risalto l’autore, non c’entra nulla né con un fantomatico esemplare canino dal pelo color tenebra e neanche con il mangiare un qualcosa, foss’anche una bella pesca, in quanto la corretta traduzione corrisponde nientemeno che al nome di un imperatore, versificandone l’invito imperativo nell’esortazione di “Canta, o Nerone, le grandi guerre persiane”.
Non meno efficacia è in “Castigat ridendo mores” che, pur inducendo nell’istintiva trama della praticata lingua italiana a figurare il tipico frutto di bosco, non è traducibile in “Ridendo castigo le more”, se non errando goliardicamente dall’esatto significato latino che invece si esprime in “(La satira) Corregge i costumi deridendoli”.

E’ forse questo il motto adottabile dallo spirito da cui è pervaso il libro “Mutatis Mutandis – Cambiate le mutande”, pubblicato per le edizioni Nadir di Ciliverghe di Mazzano (Brescia), che pare accompagnare il percorso effettuato dall’autore Giacomo Danesi nella raccolta di varie frasi latine proposte in pagine a diretto raffronto fra loro, attraverso le quali in una, è riportata la traduzione ed anche l’origine, e nell’altra a fianco, la vaga deriva di una reinterpretazione in assonanza curiosa e dissacrante, allo sbando quindi di quello che ne è il significato autentico.

E’ possibile un ulteriore singolare groviglio interpretativo nel gioco di parole, in quello pure riscontrabile nella dizione latina, di “Magis ter meus asinus est” che potrebbe anche essere equivocata in quel che una sprovveduta ed affrettata traduzione italiana porterebbe a spiegarla in “il mio maestro è un asino”, facendo leva sulla differenza di “magis ter” staccato e non unito nella parola “magister” e con il conseguente diverso significato di “Il mio asino mangia più di tre volte al giorno”, rappresentando anch’essa una delle frasi trabocchetto per le giovani generazioni studentesche alle preso con lo studio del latino.

In questo contesto ce ne è per tutti i gusti ed i casi, in quanto, essendo il latino citato anche nel linguaggio comune, attraverso dotte frasi fatte che, però come opportunamente sottolinea Giacomo Danesi, vengono a volte fraintese nel corso di conversazioni a diverso oggetto e significato: “non expedit”, ad esempio non vuol dire non spedito, così come con “una tantum” non si allude ad una volta ogni tanto, con “ara avis” non si evoca la benemerita associazione dei volontari del sangue avisini, con “ex more” non si hanno in mente le more, con “festina lente” non si parla di feste indugianti in lentezza, con “utere temporibus” non si abbina il tempo all’utero, con “sursum corda” niente è forse più distante di una corda, con “missa in tempore belli” non si va parare al bel tempo, con “in medio stat virtus” non si tratta del dito medio, e con “Inter caecos regnat strabus” non è che qualcuno attribuisca alla squadra dell’Inter i ciechi e gli strabici, ma piuttosto si vuol affermare che “Fra i ciechi regna chi vede con un solo occhio”.

Con il libro “Mutatis mutandis – cambiate le mutande”, l’autore, tra l’altro, avvicina il lettore al latino, passando per la quotidianità ordinaria nel medio e basso del maggior livello comune nella quale, fra linguaggio e ingenua sprovvedutezza, viene frainteso ed equivocato, attraverso una metamorfosi simile a quella che la lingua antica abbia subito nelle fasi di trasformazione, avvenute nel declino del suo parlato e nell’insinuarsi delle soverchianti e molteplici influenze lessicali.

Nella trasformazione di quello che, in molti casi, banalmente resta ancora conosciuto del latino, via via si aggiungono elementi di recente introduzione provenienti dal semplice frasario collettivo, come quello ispirato alle contravvenzioni al Codice della Strada, sempre più sofisticate nell’essere comminate, da quel che pare echeggiare in “Non multa sed multum”, ma che, nel detto latino inneggiante alla qualità più che alla quantità, nulla invece c’entra con le multe.

Stessa esperienza pare viverla l’attore Totò nel film del 1959 “I tartassati”, quando all’udire il proprio parroco, don Ignazio, rivolgergli l’ammonizione di “Vox servi Dei in dubio audire oportet”, comicamente la trama della regia gli faceva comprendere buffamente “gli utenti dell’Autovox che non entrano per la porta”, inducendolo a protestare che di loro non gli interessava niente, anche se in realtà gli si era detto che nel dubbio della sua coscienza fosse opportuno ascoltare la parola dei ministri di Dio, ai quali, tra l’altro, lui stesso si era rivolto.

Tempi, quelli dell’accennato film, nei quali il latino era conosciuto anche come lingua della Chiesa per il culto e le pratiche liturgiche che, compiuto un lungo passo di mezzo secolo dagli anni del Concilio Vaticano II, nell’attraversare i cambiamenti avvenuti, fa intervenire le gerarchie ecclesiastiche in una sollecita presa di posizione, come documenta l’edizione de “Il Foglio” di lunedì 16 maggio 2011: “Latino. I preti in grado di celebrare la messa in latino, come stabilito motu proprio voluto da Benedetto XVI tre anni fa, sono troppo pochi. Le Pontificia commissione Ecclesiae Dei ha esortato sacerdoti e seminaristi a studiare di più: è necessaria una sua conoscenza basilare che permetta di pronunciare le parole in modo corretto e di carpirne il significato”.

Questo problema pare non averlo il politico Mario Capanna, di cui Giacomo Danesi riferisce nel suo libro “Mutatis mutandis – Cambiate le mutande” dedicandogli lo spazio di una pagina di prefazione e presentandolo “ex Leader del Movimento Studentesco ed ex Parlamentare Europeo, tenne il suo primo discorso da europarlamentare in lingua latina; lingua che parla correttamente e della quale è finissimo studioso”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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