L’isola d’Elba attende il bicentenario napoleonico che il 2014 fa collimare con la storica ricorrenza dei due secoli decorsi dalla data di arrivo di Napoleone Bonaparte a Portoferraio il 4 maggio 1814, a seguito degli eventi intercorsi dopo la ritirata della “grande Armata” dalla Russia nel 1812, la sconfitta francese a Lipsia nel 1813 ed il trattato di Fointenbleu, sancito nell’aprile 1814.

La somma degli anni aveva già proporzionato l’incombere della memoria circostanziata tra gli storici contorni dell’avvenimento anche nel 1954, quando “Il Giornale di Brescia” di venerdì 26 febbraio proponeva la lettura di un articolo, a firma di Marco Marchini, per ricordare pure un’altra giornata, legata su quel luogo insulare alla figura di Napoleone Bonaparte, in relazione all’epilogo del suo forzato soggiorno elbano.

Se sulla costa della caratteristica località tirrenica Napoleone era sbarcato all’inizio di maggio del 1814, dalla stessa se ne era partito alla fine del febbraio dell’anno dopo.

Quasi un anno di permanenza su quest’isola che, come si affermava tra le righe dell’accennato articolo, collocato a spalla tipografica sulla “Terza pagina” del quotidiano bresciano di poco meno un secolo e mezzo dopo i fatti in questione, “aveva conosciuto un grande periodo di prosperità, da tutta l’Europa eran venuti a visitarla ed abitarla ricchi stranieri ed il piccolo regno era all’ordine del giorno dell’Europa”.

Durante quei giorni, forse anche agli esponenti delle nazioni europee, alleatesi insieme per sconfiggere il loro singolare antagonista, fino a fare a lui infliggere l’esilio nel ruolo di un monarca catapultato altrove, era potuto pure sembrare che “l’imperatore era ormai rassegnato a restare all’Elba e vi si adattava. Però, per adattarvisi veramente, Napoleone avrebbe avuto bisogno di denaro. Gli alleati gli avevano promesso in appannaggio due milioni di franchi all’anno, che però non vennero mai pagati. Napoleone li richiese per due volte, ma le sue richieste non ebbero mai risposta. Aveva con sé una piccola armata di novecento veterani, aveva una piccola Corte. Il denaro che aveva portato con sé era ormai esaurito: bisognava decidere qualcosa”.

Un’altra data, diversa rispetto a quella che anche nel 1954 aveva fatto coincidere la cifra tonda alla ricorrenza del suo arrivo all’Elba, aveva sancito uno snodo cruciale agli avvenimenti più importanti, concretizzando nel 26 febbraio tutto ciò che si era condensato nei retroscena maturati per il ritorno in Francia dell’imperatore.

Ritorno di cui elementi fedeli al “piccolo caporale” avevano prima sondato la fattibilità, favorendo l’ambizione di Napoleone verso il naturale sbocco di un’opportunità orientata a cercare di riguadagnare il trono imperiale perduto in Francia, mentre la sua permanenza all’Elba incontrava il proprio punto di rottura, infrangendosi come un’onda, allungatasi oltre il periodare del tempo stabilito, sui lidi di un altro destino.

La regia sull’Elba, per dissimulare i preparativi della partenza, contestualmente orchestrati con l’apporto esterno dei mezzi per allontanarsi dall’isola stessa, erano passati attraverso la tenuta di un ordinario profilo di tutt’altro concetto, tutt’al più ammantato da una consueta amministrazione e dalle feste indette nella residenza della “Palazzina dei Mulini”, dove Napoleone dimorava, dominando il bel panorama marittimo di Portoferraio: “Napoleone conosceva l’arte di dissimulare. E aveva dato ordine alla sorella Paolina di moltiplicare le feste ai “Mulini”. Bisognava che il commissario inglese, il colonnello sir Neil Campbell rimanesse ingannato”.

La vigilanza inglese sull’isola era attiva perché fosse sicuro il fatto che Napoleone si attenesse alla consegna del suo nuovo regno insulare, istituito con la caratteristica bandiera trapunta dalle api che erano proprie dello stemma d’appartenenza dell’illustre regnante, investito, suo malgrado, dell’obbligata incombenza di governare un territorio da cui, fra l’altro, superate le vaste miglia marine verso occaso, poteva, nelle migliori giornate dalle più ampie vedute, scorgere la nativa isola Corsica.

Oltre alle presunte feste fittizie, Paolina Bonaparte pare fosse stata incaricata di distrarre il notabile inglese che settimanalmente raggiungeva la vicina Toscana “dove informava il suo governo su tutta l’attività del sovrano dell’Elba, disponeva i servizi di spionaggio lungo il litorale e aveva interessanti interviste coll’ammiraglio comandante la squadra che sorvegliava l’Elba”.

Il ruolo seduttivo della giovane sorella di Napoleone è riassunto dall’accennata stampa locale bresciana che proponeva, a ridosso dell’anno dell’anniversario dell’arrivo, la sintesi invece della partenza stessa di Napoleone, in prossimità della data riferita invece ai giorni di febbraio dell’anno dopo, nei quali si era realizzata tale dinamica e fugace contingenza: “i due decisero di vedersi a Firenze per sognare d’amore: Paolina ordinò a Campbell di precederla partendo l’indomani stesso, ch’era il 25 febbraio. Il 25 febbraio Napoleone decretò l’embargo su tutta l’isola. Nessuno potè più uscire. Neppure i pescatori poterono lasciare le spiagge. Gli agenti inglesi restarono imbottigliati. La truppa venne consegnata nelle caserme. L’indomani la piccola flotta di Napoleone, tre navicelli e poche barchette, attraccò alla banchina della Porta a Mare, oggi detta del Gallo, ed alle quattro del pomeriggio seicentosettantatrè uomini della “Vecchia Guardia”, s’imbarcarono. Verso le sette di sera Napoleone esce dai “Molini” e monta sopra un piccolo calesse avendo a fianco il maresciallo Bertrand. La folla era assiepata lungo le strade e non faceva che alzare grida di rimpianto e lamenti per l’abbandono”.

La marcia era ormai innestata verso la Francia. Anche la memoria di tale perentoria ed avventurosa risoluzione è inclusa nell’articolato e nutrito programma delle manifestazioni che sono allestite per il 2014 e per il 2015 sull’isola d’Elba, nelle quali anch’essa ritrova la propria corrispondente e storica rievocazione, inerente, quindi, quei fatali frangenti del febbraio 1815, durante i quali, con Napoleone, una volta salito sul brick “L’incostant”, “le navi presero il largo ostacolate da una gran bonaccia. Intanto a Firenze il colonnello Campbell aspettava invano Paolina. Colto finalmente da un grave sospetto ritornò in gran fretta a Livorno e, imbarcatosi in fretta su una fregata inglese, si diresse a Portoferraio dove arrivò il 28 febbraio. Nella “palazzina dei Molini” non c’era più nessuno. C’era rimasta solo una vecchia cameriera còrsa che seguiva il commissario inglese con aria ansiosa. Madama Mère e la Principessa erano andate a rifugiarsi in una casa privata in città. Campbell visitò le stanze vuote. Sembrava che gli abitatori fossero usciti un’ora prima. Il letto di Paolina era disfatto, sul pavimento, foderata di un lenzuolo di lino, c’era ancora una tinozza piena d’acqua profumata. Quell’acqua aveva accarezzato le forme stupende della donna amata. Campell si voltò verso la cameriera: Gettate questa tinozza sull’aiuola delle rose”.

Intanto, una volta che Napoleone era giunto finalmente in Provenza, dalla Francia meridionale “l’aquila imperiale volava di campanile in campanile fino alla guglia di Notre-Dame. Poi ecco i Cento giorni con le loro inquietudini, le loro delusioni, i tradimenti, le amarezze e in fondo le fiamme di Waterloo”, mentre un’annata, senza marzo e senza aprile, aveva suggellato sull’Elba la perenne impronta napoleonica che tuttora la bella località custodisce nelle memorie deposte in numerose attrattive, particolarmente valorizzate nei mesi a cavallo del biennio delle reminiscenti iniziative del bicentenario incombente.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.