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Era mancato da circa un mese, ma non era quello, il Napoleone che si cercava. Nel remoto esilio in cui era stato destinato, Bonaparte era morto il 5 maggio precedente e già se ne cercava un altro, entro lo spazio di tempo dell’arrivo di un’altra luna crescente.

Di quest’omonimo dell’imperatore se ne erano perse le tracce ed il suo nome finiva pubblicato in un avviso di giornale, perchè si riuscisse a sapere di lui, una volta che si era ormai eclissato in un’ignota via d’uscita, aperta su una sconosciuta destinazione, ancora tutta da identificare, nella sua effettiva manifestazione.

Era nato 13 anni prima, nel territorio di quello che, al tempo della sua scomparsa, era parte del ducato retto dall’ultima moglie dello stesso Napoleone Bonaparte, Maria Luigia, venendo al mondo quando i due sposi non avevano ancora incrociato i loro destini, nel pieno dell’epopea napoleonica, gravida di altri eventi da procurare ai combattuti giorni in divenire, nei quali l’Europa gravitava attorno a sanguinosi avvicendamenti, posti al vaglio politico di una ostinata dinamica militare, tra irriducibili schieramenti confliggenti.

Gli avevano dato quel nome di battesimo, alquanto altisonante, nelle tendenze martellanti a rimbalzo sulla maggior notorietà aleggiante nell’assortimento proprio di quegli anni, messe in combinazione al suo natale, perchè se ne traesse l’eco particolare di una assonante assegnazione personale.

Era, in questo modo, venuto al mondo un altro Napoleone, come, ovviamente, era successo per altri ancora, prima e dopo di lui, ma che, nel suo caso, vedeva lasciare traccia di sè, tra le cronache che gli competevano, una data e mirata citazione, contestuale al più famoso interprete di tale nome, nell’anno stesso, cioè, in cui la biografia napoleonica sanciva un punto fermo e definitivo alla sintesi esistenziale del medesimo ed illustre imperatore: “(…) Napoleone Bonaparte non è più: egli morì il 5 maggio alle ore 6 della sera da una malattia di languore che lo riteneva a letto da più di quaranta giorni. (…)”, come si leggeva nei termini, con i quali, tale dato di fatto era annunciato nella prima pagina della “Gazzetta di Milano” del 16 luglio 1821, dopo che la notizia, con i mezzi dell’epoca, aveva attraversato lo spazio oceanico dell’altro emisfero dove si era concretizzata.

Lo stesso giornale di Milano usciva in stampa il 2 giugno 1821, recando, questa volta, in ultima pagina, il riferimento ad un suo semplice omonimo, resosi evanescente, fra i riferimenti minimi di un approssimativo profilo comune che gli era contraddistinguente, quando ancora Alessandro Manzoni non aveva scritto, nel luglio di quello stesso anno, la famosa ode, dedicata a Napoleone, intitolata, appunto, “Il Cinque Maggio”, in una stilistica letteraria, notoriamente sviluppata in aderenza alla memoria verso il famoso personaggio considerato, in un esplicito nesso corrispondente al tema ispirato.

Lungo i passi compiuti dal tredicenne che aveva il nome impegnativo di chi faceva, invece, condurre, in ogni parte del mondo, la notizia della propria umana dipartita, avvenuta nella sede dell’esilio dove la sua morte si era verificata neanche un mese prima, questo giornale precisava ai lettori chi fosse quest’altro Napoleone, sparito all’indomani della morte dell’imperatore e come lui, ritenuto, a suo modo, perduto, tra le differenti dimensioni traslate su un diverso interagire, nello sfilare incompiuto del tempo a venire, attraverso un altro tipo presunto di destinazione che, per il giovane, era tutta da scoprire e poco, fino ad allora, faceva presagire: “Nel giorno 6 del corrente maggio si è evaso dalla casa paterna un ragazzo di anni 13 di nome Napoleone Bandini Botti, piacentino, e i cui connotati sono i seguenti: capelli castagni scuri. Fronte ordinaria. Occhi castagni. Ciglia idem. Naso ordinario. Bocca grande. Denti rari. Mento oblungo. Viso ovale. Orecchie grandi. Colorito pallido. Statura proporzionata alla sua età. Il suo abito è di verde bottiglia, il gilè di casimir rigato in nero e giallo, calzoni di panno celeste misto, il suo cappello è rotondo. Sono pregati tutti quelli i quali lo tenessero di consegnarlo alla sua famiglia in Piacenza, od in Milano, allo stampatore Visaj nei Tre Re, o di favorirne un avviso ai suddetti ricapiti, o di denunciarlo all’autorità politica rispettiva. Una ricompensa verrà data non solo a chi, avendolo, lo consegnasse, ma sarà pur pagata a chiunque somministrasse gl’indizi certi per rinvenirlo. Si crede in Piemonte come al servizio d’un ufficiale, e si dice essere stato veduto in Alessandria o su quella strada”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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