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E’ nato Me-Mo Magazine. Lo si può scaricare attraverso una app o dalla pagina web.

Me-Mo significa ‘movimento in memoria’, e unisce il giornalismo di qualità e la tecnologia, tecnologia a 360 gradi, tra immagini, video, animazioni e infografiche.

“È un magazine digitale inteso non in modo classico, che consente di muoversi al suo interno, che suggerisce una perfetta integrazione tra lettore e prodotto. Per esempio, per vedere il mio reportage dalla Libia si parte da un’immagine del nostro pianeta, per poi zoomare sull’obiettivo”:  lo racconta Fabio Bucciarelli, fotoreporter freelance classe 1980.

Proprio Bucciarelli – vincitore nel 2013 del World Press Photo e del Robert Capa Gold Medal, il riconoscimento più prestigioso per un fotografo – ha dato vita a questo innovativo progetto chiamato Me-Mo (disponibile in tutto il mondo in italiano, inglese e spagnolo, realizzato attraverso una campagna di crowdfunding) insieme con un gruppo di colleghi spagnoli: “Ma ne accoglieremo altri, da altre parti del mondo. Fino a oggi il digitale non è stato che una duplicazione del cartaceo: noi stravolgeremo questa dinamica”.

Un esito imprevisto, per una carriera cominciata con una laurea in Ingegneria al Politecnico di Torino e proseguita come ingegnere delle telecomunicazioni a Barcellona, grazie al Master dei talenti neolaureati, una sorta di borsa lavoro: “E proprio a Barcellona ho conosciuto altri ragazzi con la passione per la fotografia, che ho sempre avuto. Siamo diventati un collettivo, lavoravamo a livello amatoriale, e sono arrivati i primi reportage e le prime mostre”.

Il primo reportage? “La Settimana Santa a Siviglia. Esponevamo per strada, in modo che tutti potessero incrociare il nostro lavoro. Lo faccio ancora oggi”.

E dai compagni di collettivo, Bucciarelli ‘assorbe come una spugna’. Poi, finisce il 2008 e finisce anche l’esperienza come ingegnere delle telecomunicazioni. In quel momento, quella che era stata una passione diventa un vero e proprio lavoro, unica fonte di reddito: “Mi sono dato 2 anni di tempo, e ho scelto di non frequentare nessuna scuola, ma di investire i soldi che avevo in viaggi. Sono stato in Iran e in Turchia. Poi sono tornato a casa: c’era stato il terremoto a L’Aquila”.

Bucciarelli è metà abruzzese, della provincia di Pescara, e il sisma del 2009 segna l’inizio della sua carriera da fotografo, con l’agenzia LaPresse. Dopo il terremoto, il G8, e l’ingresso nello ‘staff’.

“Dopo un anno e mezzo mi ero annoiato: avevo imparato il ‘mestiere’, e non era quello che volevo. Volevo fare foto che rimanessero, volevo fare reportage. Come freelance sono partito per Lampedusa, poi sono entrato in contatto con Il fatto quotidiano, che stava muovendo i primi passi. E con Il fatto sono andato in Libia: due volte con il giornalista, la terza volta da solo, senza paracadute. Ma non potevo mancare: stava per compiersi la battaglia finale”.

Il 20 ottobre 2011, a Sirte, Mu’ammar Gheddafi viene ucciso e la vita di Bucciarelli cambia: è l’unico a riuscire a fotografare il suo corpo su un materasso in una baracca sperduta, controllato a vista dai guerriglieri.

Solo un lenzuolo addosso, che pochi secondi dopo lo scatto gli coprirà anche il volto: “Un fotogramma che racconta la morte di un dittatore che per anni aveva giocato con il mondo e la storia della compassione umana, con quel gesto che sta per arrivare, quella mano che fa salire il lenzuolo”.

E dopo la Libia, la Siria, ad Aleppo, le foto vendute al New York Times e al Washington Post, i riconoscimenti. E poi Haiti, Sud Sudan, Mali, il Borneo: “Viaggio come freelance, quando sono sul posto chiamo le testate. Certo, oggi è più facile di un tempo, ma non scontato. Ma una cosa deve essere chiara: non è un lavoro che si fa per soldi, perché non può essere così. Serve tantissima determinazione e motivazioni valide, serve la voglia di crescere in tutti i campi. Non sei lì per far crescere il tuo ego, ma per lavorare”.

E come si convive con il rischio? “Ai tempi di Robert Capa, i giornalisti erano molto più tutelati. Oggi il giornalista è visto come un target, perché a ogni latitudine è evidente quale sia l’importanza e il peso specifico dell’informazione in una guerra. Non è più considerato super partes. I sequestri nascono da questa certezza”.

“Non conta se una foto è mossa o no. Contano i sentimenti, conta l’empatia, l’emozione che quello scatto riesce a trasmettere. Conta la capacità di racchiudere un’emozione in un frame. È per questo che non si può temere la concorrenza degli smartphone o dei fotografi improvvisati: tutti scriviamo, ma non tutti siamo poeti”.

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Redattore Sociale
Il Network di Redattore sociale raggruppa diverse iniziative di informazione, documentazione e formazione sui temi sociali. A promuoverle è la Comunità di Capodarco di Fermo, dal 1966 una delle organizzazioni italiane più attive nell’intervento a favore di persone in difficoltà e oggi diffusa in varie regioni. Motore di questa rete è la redazione dell’Agenzia giornalistica quotidiana Redattore sociale, nata nel febbraio 2001 ed oggi attiva su un portale web riservato agli abbonati.

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