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Tanti possono essere i talenti in chi eccelle. Fra questi, di solito, uno, più di altri, è destinato a rappresentare una prerogativa contraddistinguente. Chi si distingue nel merito, spesso, è individuato secondo un preponderante aggettivo qualificativo che, pare, gli sia corrispondente.

Nel caso di un uomo d’armi, avvezzo, durante la sua epoca rinascimentale, alle tattiche militari, insieme alla diplomazia necessaria per destreggiarsi fra potentati, sembra, però, che, più che per il polso di comando dimostrato nelle vicissitudini rivolte a menar le mani ed al tener testa a manipoli di sanguinari, sia stato, invece, come primo ed evidente elemento convergente, il tipo di naso che la natura gli aveva dato in sorte, come singolare protuberanza appariscente.

Una statua, a figura intera, lo ricorda nell’antica chiesa di Crema, la sua città, fra i luoghi di culto che, in questo caso, è dedicato alla Santissima Trinità, mentre, nel corso sopravanzante del tempo, di lui si era occupata anche la nobildonna Winfred Adelaide Terni de Gregory Taylor detta Ginevra (1879 – 1961), tra le pagine dell’allora mensile dal titolo “Cremona”, di cui l’edizione dell’agosto 1930 ne aveva ospitato un articolo, benevolmente ironico in un contestuale apporto informativo, circa questo vagheggiato antenato di suo marito, il conte Luigi Terni de’ Gregory.

Lo scritto, in relazione al, testualmente esplicIMG_2483itato, “Il naso d’un condottiero”, verteva su questa palese caratteristica, nel modo stesso in cui risulta rispettata nelle perduranti tracce che ne attestano, al medesimo tempo, la disinvolta e disinibita rappresentazione, per nulla mitigata da alcuna conciliante accondiscendenza ritrattistica che, tanto per i particolari della posa statuaria citata in sede chiesastica, quanto per il primo piano di un dipinto d’analoga e di coincidente verosimiglianza, ne esprimevano la veridicità di una naturale abbondanza, nella prominenza, a modo di patata, del naso che vi era stata realizzata, nell’effetto di una impassibile baldanza, strutturalmente contemperata.

Si tratta di Bartolino Terni (1432–1518) che, nell’antica “Istoria di Crema” del 1711, è ricordato nei termini di “Bartolino Terni, nipote di quel Bartolino, il quale nel 1482 fu dà Veneziani posto con quattrocento fanti al presidio di Crema, fu primieramente alfiere del conte Triolo Scotto, condottiero di gente d’arme sotto la Repubblica Veneziana. Andato poi in Francia, al servizio di Carlo IX, mentre ch’egli era travagliato dagli Ugonotti di quel regno, diede tal saggio del suo valore, che a contemplazione di monsignore d’Angiò, fratello del Re, fu fatto cavaliere dell’Ordine. Laonde ritornato la seconda volta in Francia, egli al fine in servizio di quella Corona vi lasciò la vita”.

Di questo personaggio la contessa, autrice del testo divulgativo apparso sul periodico cremonese in un personale stile narrativo, ne evocava, fra l’altro, l’abilità di aver liberato la città dall’assedio degli sforzeschi nel 1484, con una tattica che aveva abbinato la sorpresa di una sortita, combinata in sincronia con l’effetto assicurato da una simulata manovra della propria guarnigione agguerrita, fatta uscire dalle mura difensive, nel maggior baccano, con fiaccole, trombe e tamburi che, mentre erano presi di spalle i nemici all’esterno, da lui stesso raggiunti furtivamente nottetempo, aveva ottenuto su di essi il sopravvento, per la confusa impressione nella quale era caduto il loro, ormai attanagliato, schieramento.

Oltre alle fortune ed alle capacità di un’intraprendente versatilità, nel dare il proprio tenace apporto ad una dinamica belligerante, la nobildonna sottoscriveva, fra altre considerazioni espresse nel proprio resoconto storico che “Se è vero che chi fa bene i propri affari ha “buon naso” bisogna proprio dire che il naso monumentale di Messer Bartolino era di prima qualità. Egli lo ficcò in ogni promettente affare, seppe fiutare a suo profitto ogni venticello politico, e seppe odorare da lontano ogni occasione di far soldiIMG_2482”.

Per quel particolare che in pieno volto ne evidenziava un’insolita peculiarità nasale, quest’uomo appariva subito, suo malgrado, avulso da quegli stereotipati canoni espressivi che erano stati rappresentati culturalmente nelle opere degli antichi classici mitologici, secondo i parametri estetici e connotativi dei rispettivi eroi pari ai loro miti, rinvenendo, a tal motivo, il possibile passaggio di un ulteriore campo d’azione da dovere sfidare, per poter fare confutare o meno ciò che, nel “Manuale di Fisiognomica” di Angelo Repossi si è letto, ancora nel 1874, in un’opera di quell’anno generalmente ispirata ad un compendio dedicato all’interpretazione di alcuni connotati, per la quale, circa il tipo di naso, vi era affermato che “Se è bello, qui segna una bellezza fisica e morale insieme; se brutto, vi deve corrispondere una deformità morale. Il contorno del naso alle narici basta per caratterizzare la bassa o la buona provenienza di un individuo”.

Il concetto di fondo di quest’asserzione pare si fondasse, similmente ad una più ampia serie di sedicenti osservazioni relative ad altre parti costitutive prese in considerazione, sull’idea che “il corpo abbia un’evoluzione parallela all’anima. Più la cultura e l’educazione modellano lo “spirito”, più il corpo si raffina, ed il volto si ingentilisce. La visione del mondo dei greci si deduce dalla bellezza dei loro Dei”.

Smarcato da questa soverchiante versione comune dell’estetica, dispensatrice di un impersonale ideale di bellezza, pare che Bartolino Terni abbia, comunque, seguito la propria strada, amministrando certe riconosciutegli capacità personali, altrettanto concrete, come i profili apparenti di quanto ancora di lui, in scultura ed in pittura, ancora si vede, esercitando con esse l’intrigo e la spregiudicatezza tipiche di un abile faccendiere, agevolato, in questo caso, dalla da lui blandita e promossa Repubblica di Venezia, come, ancora, nella Cremona dell’estate del 1930, nell’omonima pubblicazione, la contessa, autrice di un disincantato contributo memorialistico un poco divertito, affermava, scrivendo: “Fra tutti gli scogli politici e commerciali, il nasone affaristico lo guidava felicemente e da qualsiasi garbuglio Messer Bartolino usciva trionfante e giocondo con molti ducati nuovi nelle ampie tasche. Sette pergamene ducali con ordini al Podestà, di aiutare Messer Bartolino a riscuotere i suoi crediti, sono, nel nostro archivio famigliare, e in quanto alle memorie dei suoi affari, transazioni e liti, sono troppo numerose da potersi contare!”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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