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Isola di Arbe (Rab) Croazia.  Valentin aveva  un anno, Franciska aveva due anni, Cvetko cinque e si

Kampor
Kampor

può continuare perché sulla lunga lastra d’acciaio i nomi di uomini, donne, vecchi, madri e bambini sono quasi 15.000. Non so se quindicimila fa più effetto scritto in numeri o in cifre, oppure se nulla cambia sul fatto che nessun essere umano può o deve essere parte di sterminio e di “bonifica etnica”, come la chiamò nel 1943 il generale Roatta, che prendeva ordini direttamente da Mussolini e comandò il campo di sterminio fascista di Kampor sull’isola di Arbe o Rab, nell’attuale Croazia. Un inferno in paradiso perso nelle nebbie della memoria. Tutto italiano.

C’è un odore intenso di pini sull’isola di Rab, ti accompagna ovunque: lungo le vie strette della cittadina che porta lo stesso nome, salgono dal porto alla basilica cinquecentesca, lastricate di marmo istriano, lo stesso di Venezia. Turisti ovunque, affollano caffè ricavati dalle antiche dimore, spiagge ghiaiose e vestigia romane, d’altra parte è difficile ambire all’atmosfera di antico villaggio di pescatori se ci vieni in piena estate.

Kampor
Kampor

In piena estate arrivarono anche loro, gli internati del campo di concentramento di Kampor, era luglio del 1942 gli eserciti nazi-fascisti erano ancora convinti che avrebbero dominato il mondo. Rastrellamenti a casaccio lungo le strade e i villaggi della Slovenia e della Croazia ammassarono in poco tempo migliaia di civili, intere famiglie, in un campo inadeguato e condizioni disumane, nato alla rinfusa, tanto che ben presto dovettero montare tende o ripari di fortuna, sotto il sole rovente, con scarsità cronica di acqua e cibo.

La strada asfaltata fuori dalla cittadina di Rab che corre verso nord si fa stretta e angusta, sale e scende come un otto volante seguendo i capricci del terreno, ombrata da pini e da case vacanziere affittate da ex pescatori e cresciute come funghi negli ultimi anni con una bislacca architettura “fai da te”.

isola di Rab
isola di Rab

All’ombra di un grande pino vicino al vecchio monastero francescano un’anziana signora, gonna lunga nera, grembiule e foulard in testa, vende canestri di piccoli fichi e olio di oliva travasato in bottiglie riciclate. Era una ragazza a quei tempi, quando la violenza della guerra e della razza non risparmiò neppure il paradiso di sole e mare dell’arcipelago del Quarnario. Vorrei fermarmi e farmi raccontare, ma dovrei almeno conoscere la sua lingua e poi rivangherei solo dolori, meglio continui a offrire ai turisti canestri di piccoli fichi per arrotondarsi la pensione prima dell’arrivo dell’inverno.

L’inverno arrivò anche nel 42’ duro, estremo per gli stremati del campo di Kampor, provati dalla fame e dalla sete. L’indicazione per il mausoleo è coperta dalla vegetazione, una stradina fra le case scende al bordo di una palude salmastra, c’è un parcheggio occupato da due automobili con targa slovena. C’è pace qui, l’aria e carica del profumo dei pini e del richiamo delle cicale, è passato mezzo

Kampor
Kampor

secolo e la vegetazione a coperto il pianto e i dolori umani. A ricordo dello sterminio sono rimaste quindicimila lapidi ovali di rame, alcune senza nome, un piccolo mausoleo, cinque fotografie e una lunga lastra d’acciaio con i nomi; protetti da un muro a secco come quelli che per migliaia di chilometri corrono sugli anfratti rocciosi dal mare ai Balcani.

Un cartello all’ingresso racconta in diverse lingue e poche parole un orrore a cui si stenta credere“Campo di concentramento di Kampor sull’isola di Arbe. Durante la seconda guerra mondiale dal 27 luglio del 1942 al 11 settembre del 1943 sull’isola di Arbe operò un campo di sterminio italiano fascista in cui penavano circa 15.000 internati. La maggioranza erano sloveni, seguiti dai croati e dagli ebrei. A causa delle condizioni di vita insopportabili, denutrizione, malattie e violenza gli internati morirono in massa. Molti poi moriranno per le conseguenze di tutto questo poco dopo il trasferimento in altri campi o dopo il ritorno in patria. In memoria delle vittime.”

Dimenticati erano morti per sete e fame o per malattie e violenza. Una delle automobili dalla targa slovena è di una famiglia: papà, mamma e due figlioli, hanno acceso un cero e messo dei fiori rossi dinnanzi ad una delle quindicimila lapidi,

Kampor
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fermi in silenzio. Loro non hanno dimenticato. Nessuno dopo la guerra venne mai processato o condannato per quei delitti assurdi, Kampor si perse nelle nebbie della memoria, il generale Roatta se ne andò in vacanza in Spagna dal suo caro amico Francisco Franco e rientrò in Italia molti anni dopo amnistia.

Valentin aveva un anno, tra luglio del 1942 e settembre del 1943 è nato e morto nel campo di sterminio fascista. Dimenticato.

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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