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Bienno - metà novecentoUna profetava, l’altra scriveva e quell’altra divulgava.
Nella Bienno della metà del Novecento ormai andato, a ciascuna di queste donne della amena località camuna, pare corrispondessero rispettivamente i ruoli interpretati dalla sedicente veggente Alceste Morandini, dalla maestra Giacomina Bellicini e dalla sorella di questa, Luigia, dedita alla lettura di quanto, da una personale ispirazione, proporzionata ad un’altrui misteriosa rivelazione, era stato, di fatto, poi trasferito nella scrittura, secondo la manifestazione di una spontanea premura.

A delineare un curioso ritratto di questi personaggi, dei quali la cronaca dell‘epoca ne assecondava il proscenio locale, osservato dalla stampa, di cui il tempo ne era sopraffatto, interveniva il “Giornale di Brescia” di giovedì 5 luglio 1951, con un benevolo ed abile articolo, a firma di Alfredo Gatta.
Secondo le testimonianze raccolte dal suo avvincente resoconto, in un orizzonte di lontane profezie apocalittiche, Alceste Morandini preannunciava, in quel tempo, la futura resa conti per il tramite di un “disastro fra 350 anni. Come non dice per ora Alceste – diluvio, sconquasso cosmico? – ma ha parlato direttamente con Gesù il quale è esplicito nell’affermazione: “Non mi fraintendere non oltre tre secoli e mezzo, ripeto tre secoli e mezzo”. Dunque nel 2300 e i conti tornano, perché, all’incirca, siamo sempre dentro l’enigmatica formula del mille non più mille”.

La donna, caratteristico riferimento per un più diffuso e circostanziato profilo miniaturistico, rispetto a ciò che il peculiare e divertito taglio giornalistico rilevava circa la propria insinuante natura, rappresentava il vertice di un terzetto di consimili e di solidali esponenti della medesima esperienza, resa univoca dalle molteplici sfaccettature, attraverso le quali distillava le venature solcanti la sua stessa controversa essenza.
Di lei, dalla generale disamina dedicatele, emergeva l’estemporanea specificazione dei suoi “45 anni, senza particolare spicco fisico e intellettuale, purtuttavia dimostra di possedere una fantasia fertilissima. Parla con tono monotono e con vocaboli comuni, ma comunica fatti grandiosi e straordinari. Fissi gli occhietti scuri e immobile la magra persona, coperta da una nera veste, non tradisce alcuna emozione”.

Statua del RedentoreStranezze istrioniche, nella comune ordinarietà di un ricorrente spessore, ambientazioni di luoghi storicamente pervasi da risolte influenze pagane e da estirpate velleità stregonesche, come la Valle Camonica, fra l’altro, tramanda fra le sue rocciose geografie convesse, che, in una sorta di scheggia vagante, incuneatasi tra quei giorni del Secondo Dopoguerra, concorrevano a rimarcare, in un riverbero personalistico, la scintilla di un più ampio falò folcloristico.
Della sua vocazione, connotata da uno sprone d’eloquio suscitatole da una incontenibile sussurro proveniente da un trascendente altrove, il quotidiano bresciano faceva risalire l’esordio di tale fenomenologica esternazione, destinata a rinnovarsi in un periodico nesso di correlazione, con ciò che la donna stessa spiegava, mediante una spontanea dichiarazione: “Dice, dunque, Alceste di essere illuminata dalla primavera del 1948. Illuminata, precisiamo, in senso metaforico e reale. Da ben tre anni guizzano a lei intorno frequenti lampi, mentre piccoli sussulti tellurici si accompagnano a quelle luci. Da allora, ha udito e visto, ripetutamente Gesù e la Madonna. Apparvero la prima volta all’Alceste che accudiva ad umili lavori campestri, sull’aspro colle di Bienno, detto il Lapidario, ove sorge l’imponente statua del Redentore, quindi si fecero quasi confidenziali quei celesti incontri e quei colloqui divini. Così l’umile contadina biennese s’è fatta veggente”.

A darle una mano, pare fossero poi intervenute, a loro modo, la maestra del paese, con la sorella della stessa, rispettivamente descritte nell’articolo in cui ne permane la documentata loro peculiare espressione, come “di sessant’anni, media statura, una faccia volitiva” e nella sommaria impressione di “una donnetta rinsecchita, insignificante” che hanno concorso alla realizzazione di “duecento quadernetti, di un centinaio di pagine ciascuno” sui quali sembra ci fosse il contenuto di quanto suscitato da parte della presunta voce, secondo i dettami impressi all’accennata veggente in questione.
L’allora parroco del paese risolveva la faccenda pure con la precisazione che tanta sbandierata elevazione, supposta addirittura in grembo al Creatore, non avrebbe dovuto potersi smentire nell’errore banale che la parola “Sabaoth” aveva invece permesso di fare riscontrare in una versione degli scritti suddetti dei quali si era potuto averne la cognizione: “Ecco – ci ha detto il parroco – in questa lettera a me diretta la brava donna segna nella data Sabaoth per sabato, e dobbiamo perdonarle l’errore, purtroppo la complicazione sopraggiunge quando io devo attribuire lo sbaglio a Gesù Cristo che parla con Alceste Morandini; e questo è grave, insomma lei mi capisce…Gesù è obbligato a sapere il significato della parola ebraica Dio degli eserciti”.

Svarioni a parte, le immaginifiche visioni dell’ormai stigmatizzata veggente camuna, pare sfuggissero ai riscontri terminologici di altri elementi conosciuti a priori, per stemperarsi in una dimensione condensata in astratte ed in mistiche suggestioni, come, in un’atmosfera di ultima espiazione, il fatto di proclamare “l’urgenza della rivoluzione per l’avvento della grazia”, in una sorta di millenarismo, sostenuto da un fervido sentimento religioso, in questo caso, deviato nelle amenità di un certo qual genere, adducenti, ad esempio, l’esistenza di “ un sole più piccolo che sfolgora accanto al sole grande. Nessun atlante astronomico lo registra, neanche quello popolarissimo dell’immenso Paneroni, eppure c’è, era sede del paradiso terrestre e da lassù si staccarono quelle care e amabili persone che furono i nostri progenitori”.
In un altro accenno, documentato nell’articolo di spalla della pagina de “La vita della provincia” di quella lontana edizione del citato quotidiano di Brescia, tra le altre note, frammentariamente trapelate dai riservati quadernetti, raccolti durante il corso, allora perdurante, di questa descritta esperienza, sembra ci fosse pure la visione di “Gesù che dentro l’ostia consacrata è grande come un uomo naturale e, in manto azzurro e barba rossa, gira vorticosamente. Segno di collera, dobbiamo espiare”.

A suo dire, persona scelta a ricevere la parola di Dio, lontana, nel suo ravvisato modo d’essere, da promettere guarigioni taumaturgiche e pure avulsa a qualsiasi altra eventuale forma di speculazione verso chi le si approssimava per un qualsiasi consulto, sembra che questa donna camuna asserisse però di potere “comunicare la destinazione delle anime – paradiso, purgatorio, inferno – la cui morte del relativo corpo sia stata recente”.

“Una dolce allucinazione”, commentava nel suo articolo, Alfredo Gatta, lasciando altri particolari sopiti in quel “processo di assorbimento di un clima chiesastico”, mentre tale misteriosa esperienza, fra l’altro, a suo tempo, iniziata durante “il solenne convegno degli Aclisti di tutta la Valle ai piedi del simulacro del Redentore sul roccioso Lapidario” di Bienno, risultava amabilmente inghiottita nell’accomodante influsso stagionale in cui “la verde estate trionfa e scandisce le sue fresche seduzioni”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

1 commento

  1. Davvero interessante……
    E pensare che mi sono ritrovato a cercare su google “fine del mondo 2300” dopo aver fatto una serie di calcoli direttamente sulla Bibbia che mi hanno come risultato 2300 d.c.

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