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di Vincenzo Montuori

L’etimologia, ovverossia la scienza che studia l’origine delle parole, è disciplina che raggiunge il massimo degli obiettivi con il minimo dei mezzi: infatti, dalla radice o da poche sillabe di una parola, apre -a chi la interroga-  una storia millenaria di civiltà e di culture.

Prendiamo in esame la parola “abito”: in italiano (e, più o meno, in tutte le lingue neolatine) essa ha il duplice significato di “veste” e di “costume”, “abitudine”, quindi, una dimensione concreta ed una metaforica. Facendo una breve analisi comparativa tra alcune lingue, si constaterà che il termine, originato da una primitiva radice indoeuropea (wes, eu), che contempla l’idea del dimorare e del vestire, al tempo stesso, è passata al greco antico e, quindi, a quello moderno: in questa lingua i “ vestiti” in senso concreto, quello che si indossa, si definiscono “imàtia”, neutro plurale, mentre l’abito, al singolare, anche nella accezione astratta, si definisce “èsthes”, femminile (da qui traspare la connessione del termine con l’idea tutta greca della bellezza come “armonia delle parti, decoro, equilibrio”, da cui deriva il termine “estetica”). Anche il latino distingue tra la significazione materiale del termine (“vestis”) e quella simbolica (“habitus”), sulla base della radice indoeuropea, accentuando il senso di appartenenza, di possesso insito nel termine “habitus”, come di qualcosa che si possiede e che possiamo interiorizzare fino a farlo diventare un’”abitudine”.


Le lingue neolatine, come dicevo, ricalcano la doppia accezione del significato
, con qualche differenza tra loro: l’italiano non distingue tra abito da uomo ed abito da donna (come il latino) e si affianca al castigliano che, per entrambi i sessi, usa il termine “traje”, dalla radice indoeuropea “trah”, che ritroviamo nel verbo “trarre” o nel sostantivo “treggia” (la slitta rudimentale usata per trasportare legname o fieno e che aveva, al posto delle ruote, due aste di scorrimento); l’uso del termine caratterizza la società iberica dove l’abito è, più che altrove, qualcosa da esibire in occasione di cortei o di processioni, che viene non solo indossato, ma anche “condotto” ed “esibito” dal suo proprietario. Francese e  portoghese, ferma restando la doppia accezione del termine, distinguono a seconda dei sessi: il primo usa “robe” per quello da donna e “costume” per quello da uomo (dove “robe” rimanda all’idea del “fasciare”, “ammantellare” con un collegamento evidente alla moda delle dame francesi); il secondo usa “vestido” per le donne e “fato” per gli uomini.

abito

Le lingue anglosassoni sono più precise: distinguono tra il termine al plurale e  al singolare e tra uomo e donna: in inglese “gli abiti” si definiscono “clothes”, dall’antico “cloth” (“tessuto”, stoffa”, “panno”) con una interessante affinità con il termine “clot” (“grumo”, “nodo”): per i rudi sàssoni, alle loro fredde latitudini, il vestito era qualcosa che doveva coprire e riparare, fatto di ruvido tessuto, annodato insieme. Il termine inglese per il “vestito da uomo” è “suit”, collegabile a “suitable” (“adatto a”); per l’uomo l’abito è una questione di “decoro”; la donna inglese indosserà, invece, un “dress” (e, non a caso, in inglese, “to dress” significa “addobbare, preparare” etc.). In tedesco non esiste un termine per indicare “i vestiti” ma anche per esso vige il principio della distinzione tra i sessi: l’abito da donna è “das Kleid” (neutro), qualcosa di indifferenziato (neutro) che serve a coprire: il termine ha la stessa origine di “clothes” da una radice “clo- cle”, nel senso di nascondere, coprire (si pensi al termine “cleptomane”); quello da uomo, e qui i tedeschi sono un po’ maschilisti, è “der Anzug” (maschile), parola composta dal prefisso “an” (“su”) e “zug”, nel senso di “corteo”, “processione”: evidentemente, per gli uomini tedeschi, come per quelli spagnoli, l’abito è qualcosa da portare in corteo, da esibire come trofeo. Sed de hoc satis.

E ora, dopo questa peregrinazione tra le parole, da dove cominciamo per vestirci?

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